***Capitolo 4***

Passò del tempo, ma i risultati non furono quelli sperati, benchè Julia ricordava vagamente chi era la sua vita era migliorata da quando si erano trasferiti a Vladivostok, ad ogni modo i suoi ricordi erano ancora assopiti. Per lo meno adesso ricordava parte del suo passato e quindi le figure dei suoi genitori andavano man mano sempre più concretizzandosi nella sua memoria.

Intanto la vita a Mosca continuava…

10:35 a.m.
Scuola di Julia

Un ragazzo robusto si avvicinò ad Anna durante la pausa pranzo. Lei lo riconobbe all’istante, era il tipo dell’ultimo anno con il quale lei e Julia avevano avuto uno scontro tempo fa.

Ragazzo: Noi abbiamo un conto in sospeso, dov’è la tua amichetta impicciona? Devo restituirle una certa “cosa”
Anna: MIKHAIL!!!!!!!!!!!!!!

Mikhail corse verso di lei lasciando cadere il panino che stringeva fra i denti.

Mikhail (dando una spinta al tipo robusto): Stronzo! Lascia stare la MIA ragazza!
Ragazzo: E tu chi saresti smilzo, il maggiordomo?

Mikhail gli tirò un pugno sul naso. Il ragazzo robusto indietreggiò di qualche centimetro, si toccò il naso con l’indice e si accorse che perdeva sangue. Infuriato si gettò sul povero Miki. Mikhail schiacciato dall’immane peso del gorilla, a stento riusciva a respirare, decise allora di affondare i suoi denti nell’orecchio dell’aggressore [Autori: tipo Tyson vs Holyfield]. Il ragazzone emise un verso stridulo e colpì con una testata l’altro.
La folla ed Anna guardavano impietriti, un rivolo di sangue scendeva dal sopracciglio sinistro di Miki.
Improvvisamente arrivò un professore, questo aspettò un altro suo collega che stava accorrendo prima di intervenire e separare i due.

11:12 a.m.
Presidenza

Il preside guardava i due ragazzi con disprezzo. Il ragazzo robusto aveva un orecchio bendato e il naso in un fazzoletto; Miki, invece, l’aria da rincoglionito e un cerotto di 5 cm² sul sopracciglio.

Preside: Cosa avete da dire per giustificarvi?
Ragazzo robusto: Ha cominciato lui! Guardi come mi ha ridotto!
Mikhail: ……… posso andare a casa…..
Preside: Sicuro, siete sospesi entrambi per 10 giorni!
Ragazzo robusto: Che??? Non può sospendermi per 10 fottutissimi giorni, sono all’ultimo anno!
Preside: Un’altra parola e diventeranno 20! FUORI!

Fuori la scuola
Dopo la fine delle lezioni

Mikhail stava uscendo dalla scuola quando vide Anna seduta sui gradini, ferma ad aspettarlo.

Anna (singhiozzando): Miki… è tutta colpa mia – gli corse in contro abbracciandolo – scusami!
Mikhail: Tu non hai fatto nulla. Spero che quello scimmione venga promosso così si toglie dalle palle. Vieni, ti accompagno a casa.
Anna: Miki, non ti ho ancora ringraziato
Mikhail: Per te questo e altro. E poi l’ho promesso a Julia.
Anna: Perché non resti a casa mia stasera, mi sentirei più tranquilla.
Mikhail (arrossendo): Ehm… sicura?.. i tuoi che penseranno
Anna: Niente, i miei non ci sono a casa, sono dai nonni in campagna. Il nonno vuole una mano per costruire un capannone e visto che papà è un architetto...
Mikhail: Ok

Così Mikhail ed Anna trascorsero la prima notte insieme. E per non essere disturbati Anna suggerì di chiudere il portone dall’interno, non si sa mai, forse il nonno aveva esaurito la pazienza di suo padre e questo poteva precipitarsi a casa nel cuore della notte e in preda all’ira strozzare Miki.

***

3 anni dopo

5:00 p.m.
Vladivostok, Studio medico

Dott. Franz: Juliae, Koraggiow ritentaw! Kome si kiema questaw tua amikaw?
Julia (osservando la foto): Anna
Dott. Franz: Ok, moltiow bienew… ora andiamow a Kasaw da Geko… ho dimentikatow di dargliew da mangiarew
Julia: Povero il suo merlo indiano, non mangia da ieri mattina
Dott. Franz: Sonow 5 anni ke cerkow di insegniargliew a parlarew…
Julia: Noooo non lo faccia la prego!
Dott. Franz: Perkè Juliae???
Julia: Io mi chiamo JuliA non Juliae, sono 3 anni che glielo ripeto; ecco il perché
Dott. Franz: Juliae, perkè io ke ho dekto?
Julia: ………..

Al porto, al tramonto

Julia, con il lettore CD portatile, passeggiava ammirando il panorama. Aveva un taglio diverso di capelli; ora erano tinti di nero e lunghi non più del collo, fissati in una pettinatura disordinata. La memoria non era tornata ancora completamente. Si sentiva soprattutto come se le mancava qualcosa o qualcuno, qualcuno di importante. Stava ascoltando il brano “Missing” degli Evanescence:

Please, please forgive me,
But I won't be home again.
Maybe someday you'll have woke up,
And, barely conscious, you'll say to no one:
"Isn't something missing?"

You won't cry for my absence, I know
You forgot me long ago.
Am I that unimportant?
Am I so insignificant?
Isn't something missing?
Isn't someone missing me?

Even though I'd be sacrificed,
You won't try for me, not now.
Though I'd die to know you love me,
I'm all alone.
Isn't someone missing me?

Please, please forgive me,
But I won't be home again.
I know what you do to yourself,
I breath deep and cry out:
"Isn't something missing?
Isn't someone missing me?"

Even though I'd be sacrificed,
You won't try for me, not now.
Though I'd die to know you love me,
I'm all alone.
Isn't someone missing me?

And if I bleed, I'll bleed,
Knowing you don't care.
And if I sleep just to dream of you
And wake without you there,
Isn't something missing?
Isn't something...

Even though I'd be sacrificed,
You won't try for me, not now.
Though I'd die to know you love me,
I'm all alone.
Isn't something missing?
Isn't someone missing me?

Julia: Isn’t someone missing me?................

***

Mosca
8:48 a.m.
Università

Due persone stavano osservando la lista degli ammessi alla facoltà di psicologia.

Mikhail: Eccoti! Sei stata ammessa Anna, congratulazioni!
Anna: Grazie amore. Aspetta, leggi quel nome sotto la lettera K, è Lena Katina ti ricordi di lei è la ragazza di cui ci parlò Julia, giusto?
Mikhail: Sì è proprio lei, mi ero quasi affogato, come faccio a dimenticarmi quel giorno! Così anche lei si è iscritta a psicologia… che sia il caso di parlarle di Julia, forse le farebbe piacere sapere che sta facendo progressi.
Anna: Non lo so… si ricorderà ancora di lei…?

***

10:42 p.m.
Discoteca

Il fumo circondava l’intero locale, per non parlare della musica a tutto volume che martellava le povere orecchie di una giovane donna seduta su di uno sgabello vicino al banco…

Dasha (dalla pista da ballo): Dai Lena, posa quella birra e vieni a ballare!

Ma l’altra ragazza, ormai brilla, non l’aveva neanche ascoltata. Non era cambiata molto in 3 anni, era cresciuta sì, ma aveva mantenuto la stessa immagine. Quella sera i capelli erano legati da un nastro e alcuni riccioli le scendevano di circa 20 cm dalle tempie.

Un giovane le si avvicinò…

Ragazzo: Ehi! Ciao ti ricordi di me?
Lena (senza girasi verso di lui): Pessimo approccio per conoscere una ragazza.
Ragazzo: Che? Forse se mi guardassi potresti anche riconoscermi.
Lena (guardandolo attentamente): Il… cameriere… di quel maledetto bar
Ragazzo: Già, visto? Mi hai riconosciuto. Io non lavoro più lì. Mi chiamo Stephen.
Lena: Io sono Lena.
Stephen: La tua amica… come sta? In tv hanno fatto un servizio su quell’attentato terroristico. Sai la polizia non ha potuto interrogare l’attentatore, è morto in ospedale dopo poche ore. Quindi il caso è stato archiviato per mancanza di prove e capi di accuse. Grazie ad una soffiata almeno hanno sequestrato l’esplosivo di quel magazzino. Oggi giorno non si sta tranquilli da nessuna parte…
Lena: Non voglio sentire quella storia. La mia amica non si ricorda più di me da quel giorno. I medici hanno emesso la sentenza: “amnesia post traumatica”.
Stephen: Capisco.
Lena: No… non credo, il dolore è qualcosa che può descrivere solo chi lo ha provato.

Lena si alzò e, facendo un cenno alla sua amica, uscì dalla discoteca.

Stephen: Che serataccia. Ehi amico! – al barman - passami uno scotch.
Barman (porgendogli il bicchiere): Tutto ok amico? Non sembri molto felice
Stephen: Potrebbe andare meglio
Barman: Ci sono giorni in cui ogni cosa che facciamo ci sembra inutile, senza scopo. La nostra stessa vita sembra senza senso. Poi, in un attimo, “qualcosa” ci riporta stabilmente alla realtà. Come diceva qualcuno: la forza per andare avanti può nascere anche dalle piccole cose di tutti i giorni; come portare il cane a fare un giro o ricordarsi di innaffiare le piante in giardino. Quelle cose che ci accompagnano nel nostro vivere quotidiano.
Stephen: ………………
Barman: La verità è che la felicità non appartiene a nessuno. Nel momento in cui crediamo di viverla, ecco che ci svanisce davanti agli occhi.
Stephen: Senti un po’, non è che tra un cliente e l’altro ti scoli i fondi delle bottiglie?

Il barman si allontanò fischiettando.

***

L’indomani

9:00 a.m.

Università

Anna si presentò in aula magna per la cerimonia di apertura. Lena era seduta in terza fila assorta nella lettura di un libro. Anna riuscì a sapere chi era questa Lena Katina, ossia, l’unica testa rossa dell’intero corso.  Decise di avvicinarsi a lei, il libro che l’altra stava leggendo s’intitolava “Sussurri” di Ronald K. Siegel. Trattava di paranoia.

Anna: Tu sei Lena Katina?
Lena: Sono io.
Anna: Ciao, io sono Anna. Un’amica di Julia.

Lena ascoltando quel nome raggelò. Anna con una sola occhiata capì che Julia era ancora davvero importante per quella ragazza. Non era da tutti sussultare al solo sentir pronunciare quel nome. Decise, allora, di raccontarle tutto quello che la signora Volkova le diceva per telefono.
Si sarebbero incontrate in caffetteria dopo la cerimonia. Anna aveva avvisato anche Mikhail; pure lui si era inscritto all’università, però alla facoltà di economia e commercio, tanto per “quadrare” il suo futuro nell’azienda del padre. In fondo non gli dispiaceva.

12:00 p.m.
Caffetteria

Mikhail: …così il vecchiaccio-
Anna: Miki!
Mikhail: Va bene …così l’adorabile vecchietto si offrì volontario per consegnarti la lettera di Julia.
Lena: Ora capisco…. Come sta adesso Julia?
Anna: Da quando si sono trasferiti a Vladivostok io telefono a sua madre ogni settimana e ogni tanto è lei a chiamarmi. So che è in cura da uno specialista, un certo dott. Faranz o Friz o come si chiama. Ha fatto dei progressi. Ma ancora non le è tornata del tutto la memoria.
Lena:…Vladivostok… così lontano – pensando – sarei disposta anche a viaggiare per 50.000 km pur di rivederla.
Anna: Questo è il numero di telefono. Se vuoi puoi chiamarli.
Lena: Grazie.
Anna: Ci vediamo a lezione, anche tu ti sei iscritta a psicologia come me
Lena: Già. Mi ha sempre affascinata, sin da bambina.

***

Vladivostok
3:00 a.m.

Mr.Volkov se ne stava affacciato alla finestra fumando la pipa, quando giunse Julia alle sue spalle, in pigiama…

Mr.Volkov: Julia, non riesci a dormire?
Julia: No
Mr.volkova: Nessun incubo spero
Julia: No. Stanotte il cielo è bellissimo… pieno di stelle.
Mr.Volkov: Vero.

Il padre si domandava fino a che punto la figlia si ricordava del suo passato, ma temeva eventuali non-risposte alle sue domande.
Julia vide un mucchio di CD in una scatola. Si avvicinò osservandoli meglio attraverso la luce della luna che penetrava nella stanza. Uno in particolare catturò la sua attenzione…

Julia (mormorando): …Saybia… “The day after tomorrow”.

Prese il suo fedele lettore ed inserì il cd. Dopo aver ascoltato le prime note cadde a terra in ginocchio con la testa fra le mani. Quelle parole come un’eco rimbombavano nella sua mente…

… when you’re near me
…. when you’re close to me

I’m a FOOL

for loving you Deeply… deeply…deeply…deeply
loving you Secretly…secretly…secretly

I am lost in your Flame… flame…flame
It’s BURNINGburning…burning…


Mr.Volkov: Julia! Julia! Cos’hai ti senti male?!?!?
Julia: Aaaaaahhhhh… la testa… aaaaaahhhhhhh

Il padre, la guardava spaventato; non sapendo che fare strinse la figlia tra le braccia; mentre le sussurrava: “ci sono io con te, andrà tutto bene, non sei sola… non sei sola.”

I’m a fool – I’m a fool – I’m a fool

for LOVING YOUloving you… loving you… loving you… loving you

Julia si strappò le cuffie e gettò l’apparecchio lontano, dopodiché si strinse nuovamente la testa fra le mani. Cominciò a piangere. Seguirono diversi minuti prima che riuscì a calmarsi addormentandosi tra le braccia del padre.

6:35 a.m.

La signora Volkova si era svegliata presto, il marito era ancora addormentato sul divano con la figlia in braccio. Si avvicinò e sorrise vedendo l’aria serena che avevano entrambi. Preparò il caffè più silenziosamente che poteva.

***

Mosca

8:30 a.m.
Casa di Lena

  In quegli anni
Lena non aveva mai smesso di pensare a Julia un solo giorno. Tuttavia si era quasi rassegnata all’idea di non rivederla più per il resto della sua vita. Adesso invece, le si presentava l’occasione giusta per rincontrarla, questa volta il coraggio non le sarebbe mancato, non sarebbe scappata come tre anni fa. Bastava telefonare e chiedere l’indirizzo a sua madre. Detto fatto, prese il telefono e compose il numero. Libero…

Mrs.Volkova: Pronto?
Lena: Pronto signora sono Lena, si ricorda di me?
Mrs.Volkova (dopo qualche secondo di pausa): Si… Lena… certo che mi ricordo, tu sei la ragazza che era con Julia… come stai?
Lena: Io bene, Julia?
Mrs.Volkova: …… il medico ci ha detto che ci sono buone speranze di una totale guarigione… e noi vogliamo crederci
Lena: Pensa che potrebbe aiutare Julia, in qualche modo, se io venissi a trovarla?
Mrs.Volkova: Non so che dirti, non vorrei che tu facessi un viaggio a vuoto, non lo so…
Lena: Sono sicura che non sarà un viaggio a vuoto.
Mrs.Volkova: Allora ti aspettiamo, vieni quando vuoi
Lena: Grazie
………………..

Katya: Lena con chi parlavi?
Lena: Con la mamma di Julia, vado a trovarla questo fine settimana.
Katya: Julia? Non si era trasferita? Dove vivono adesso?
Lena: A Vladivostok.
Katya: Che??? Ma sei impazzita? E’ dall’altra parte della Russia! Non puoi andare fin lì!
Lena: Certo che posso, prenderò l’aereo.
Katya: Ma perché vuoi farti ancora del male?!? Julia non si ricorda più di te già da un bel pezzo
Lena: Grazie per l’incoraggiamento sorellina, è proprio quello di cui avevo bisogno! Ma non capisci! IO AMO JULIA! Non ho mai smesso di amarla! Non importa dove si trova io devo raggiungerla, non riuscirei a vivere senza neanche aver tentato…
Katya: Se sei così decisa verrò con te.
Lena: Guarda che non vado mica sulla Luna
Katya: Lo so ma voglio accompagnarti lo stesso, ok?
Lena (sorridendo): Grazie
……......
Katya: Scusami per prima. Io ho sempre detto di essere dalla tua parte e invece… è solo che non vorrei vederti più così triste come nei giorni seguenti la partenza di Julia…
Lena: Grazie, lo so che mi vuoi bene, te ne voglio anch’io.
Katya: Chi lo dirà a papà e mamma? – tirò fuori una monetina – testa o croce?
Lena: Croce
Katya: Uno, due e tre! – lanciò la moneta in aria che ruotò velocemente, dopo qualche secondo l’afferrò nel pugno della mano destra e la poggiò sul dorso della sinistra – Croce, noooo, ma tu guarda la iella…
Lena (sogghignando): Sono fortunata???
Katya (le fa una smorfia): Sembrerebbe… non è che mi compreresti un biglietto della lotteria?
Lena (ridendo): Sìiii… può darsi

9:00 p.m.

Improvvisamente entrò una persona nella stanza di Lena…

Katya: Cambiamento di programma sorellina!
Lena (alza gli occhi dal libro che stava leggendo): Non vuoi più accompagnarmi?
Katya: Papà… verrà lui con te
Lena: Che???? Stai scherzando???
Katya: Il fatto è che mentre ne stavo parlando alla mamma, lui ci ha detto che deve recarsi a Vladivostok per lavoro, quindi, il resto puoi immaginarlo.
Lena (coprendosi con il libro): Noooo… che guaio. E adesso?
Katya: Io non mi farei tanti problemi, tanto sa che vai a trovare una “cara” amica, nulla di strano… fin qui.
Lena: Con papà tra le scatole ci sono un mare di problemi…

***

Vladivostok

Scuola privata
8:35 a.m.

In una stanza non molto grande, Julia e il suo insegnante di inglese stavano “facendo lezione”:

Insegnate: And now, we proceed with the “Victorian Age”, please Volkova open your book and read on page one hundred and twenty-four.
Julia (dormiveglia): zzzzzZZZzzzzZZZZzzzz
Insegnante: VOLKOVA!!! YOUR PARENTS PAY FOR YOUR INSTRUCTION!!!
Julia (sbadigliando): Sorry, but I don’t sheep wery well last nigh.
Insegnante: You What?!?
Julia (frignando): Aaahhhh!!! Basta è un incubo! Perché non parla nella nostra lingua?!!
Insegnante: At the moment, you are studying ENGLISH, RIGHT?!?! THEREFORE YOU M-U-S-T SPEAK IN E-N-G-L-I-S-H!!
Julia: OK, I U-N-D-E-R-S-T-O-O-D, SIR!!!  Ha detto pagina 234, right????
Insegnante: OH MY… ci rinuncio, passiamo a-

Qualcuno si affacciò da dietro la porta…

Dott. Franz: Juliae?? Possow entrariew?
Insegnate (pensando): Noooo, questo non lo reggo proprio – alta voce – io vado a fare un break - L’insegnate uscì dall’aula.

Julia: Grazie dottore, mi ha salvata
Dott. Franz: Dammiew del tu, sono 3 anni ke ci conosciamow
Julia: Ok, che voleva ops… volevi?
Dott. Franz: Mostrartiew una kasa
Julia: ??? Una casa??
Dott. Franz: Nooo… non una kasa, un kasa kome oggettow
Julia: Ahhhh, una COSA!
Dott. Franz: Già esattow, andiamow.
Julia: Io dovrei restare a scuola…  ma sì andiamo, tutto pur di non fare inglese.

L’insegnante ritornò qualche minuto dopo e trovò l’aula deserta…

Insegnante: Now?

***

10:00 a.m.
Casa del Dott. Franz

Geko: ……
Dott. Franz: Questow è Geko, dai Geko salutaw Juliae
Geko (saltellando su di un’altra asticella): …………..
Dott. Franz: Nientew, non parliaw, kredo lo facciaw appostaw…
Julia (sorridendo): Ciao Geko – avvicinandosi alla gabbia – sei davvero molto bello lo sai?
Geko: CiAoW JUliAe!
Julia (pensando): Oh nooooo, è già stato contagiato!
Dott. Franz: Mirakolow!... finalmentew… tutto meritow tuo Juliae! Sapevow ke tu l’avrestiew konvintow
Julia: ……

Geko aveva le sembianze del tipico storno indiano: era lungo circa 35 cm, con becco dritto color giallo-arancio, piume nere, una macchia bianca sull’estremità di entrambe le ali e appendici carnose color giallo brillante dietro la testa.

Mentre prendevano un caffè in veranda…

Julia: Senti dottore, non ti sei mai sposato?
Dott. Franz: …. la tua domandaw risvegliaw tristiew rikordiew. Quandow ero più giovaniew, cirka un paiow d’anni in più di tei, ho incontratow una ragazzaw moltow bella. Ero ad Amburgo per specializzarmiew in neurologiaw e psichiatriaw, lei… lei era nel miow stessow korso…
Julia (pensando): Tira per le lunghe…

30 minuti dopo

Dott. Franz: … i suoi genitoriew mi costrinserow a cambiarew città; noi ci volevamow veramentiew bene e pur di dividerciew fecerow di tuttow, parlaronow di me all’universitiew dicendow ke avevow molestatow la figlia, consideratow ke il padrew era il sindacow, nessunow mi kredettew né quelliew ke sapevanow la verità mi difeserow. Così fui costrettow a partirew… mi trasferii a Berlinow, e cercaiw di dimenticariew tutta la storiaw… ma ancoraw oggiew non riesko a dimenticarew lei… Elena.

Julia impallidì inaspettatamente. Quel nome, le ricordava qualcuno…

Dott. Franz: Juliae? Ti sentiew bene?
Julia (cominciando a sudare): Sì… credo di sì…

7:00 p.m.
A casa…

Mr.Volkov: Julia, perché sei andata via nel bel mezzo della lezione?
Julia: Scusa, è venuto a trovarmi il dottore, voleva mostrarmi Geko
Mr.Volkov: Geko?
Julia: Sì, il suo merlo indiano
Mr.Volkov: Mmhmh… questo è l’ultimo anno devi impegnarti…
Julia:…….
Mrs.Volkova: La cena è pronta, venite a tavola.

***

Lena e suo padre partirono alla volta di Vladivostok. Stranamente Mr.Katin non aveva tempestato la figlia con troppe domande, si era semplicemente limitato a dire: una vacanza ogni tanto è quello che ci vuole per lenire lo stress. Tanto meglio, pensava Lena, almeno non era costretta a rivelare il vero motivo di quella “vacanza”. Nei giorni prima, aveva pensato a lungo con quali frasi o parole doveva presentarsi a Julia; era quasi certa che l’amica non l’avrebbe riconosciuta, ma, come aveva sempre sperato, se lei provava i suoi stessi sentimenti, i suoi stessi batticuori e le sue stesse emozioni quando erano insieme, forse…

Era sera da un pezzo quando arrivarono. Mr.Katin chiamò un taxi e indicò all’autista il nome dell’albergo dove aveva prenotato due stanze.

10:42 p.m.
Albergo

Un ragazzo prese i bagagli dei nuovi ospiti e li trasportò nelle loro stanze, Lena gli lasciò una discreta mancia e lui, uscendo, le fece l’occhiolino.
La ragazza non poteva crederci era a pochi passi dalla sua amica, sotto lo stesso cielo, nella stessa città…
Il signor Katina entrò nella stanza della figlia...

Ms.Katina: Lena, io vado a coricarmi. Domani ho un’incontro di lavoro, tu se non hai sonno – tirando fuori il portafogli – puoi farti un giretto nella discoteca dell’albergo, Lena? Lena??

Lena era nel mondo dei sogni già da prima che lui entrasse, si era addormentata stesa sul letto con le gambe che pendevano da un lato. Inutile dire che non si era neanche cambiata. Il padre uscì silenziosamente dalla stanza dopo averle tolto le scarpe e sistemato le gambe sul letto, bisbigliandole un: buona notte.

9:00 a.m.
Sempre in albergo

Ms.Katina si stava radendo in bagno, il tempo in città prometteva bene; peccato il suo appuntamento; non gli sarebbe dispiaciuto affatto andare a passeggio con sua figlia invece di discutere di lavoro con qualche vecchio bacucco in un ufficio. La figlia, intanto, dormiva beatamente nel suo letto, quindi lui decise di lasciarle un biglietto anziché svegliarla, ovvero:

Lena, paparino va a lavoro, tu fai la brava, sul comò nella tua stanza ci sono un po’ di soldi se dovessero servirti. Ci vediamo questa sera a cena. Mi raccomando non andare troppo in giro per le strade di una città che ancora non conosci e soprattutto non dare troppa confidenza al ragazzo di ieri, non mi è piaciuto affatto il suo sguardo. Ciao

Dopo un’ora circa Lena si svegliò, andò a farsi una doccia e ordinò la colazione. Lesse il biglietto del padre, prese i soldi e fece chiamare un taxi. Il ragazzo del giorno prima era nella hall, la stava aspettando per accompagnarla al taxi ed aprirle la portiera:

Ragazzo: Miss.Katina, prego
Lena: Molto gentile

Così si fece accompagnare all’indirizzo che la signora Volkova le aveva riferito. Era terribilmente agitata, lo era così tanto che nel momento in cui stava pagando il tassista, le sue mani erano così sudate e tremolanti che lasciarono scivolare i soldi tra i sedili della vettura. Ci vollero cinque minuti per ricomporre la cifra e dividerla dal resto delle banconote che le aveva lasciato il padre.
Quella mattina si era vestita in fretta senza legare i capelli: camicetta annodata in vita, minigonna e la preziosissima giacca di Julia. Entrata nell’atrio del palazzo cominciò a guardarsi intorno. Una vecchietta le sorrise uscendo con la borsa per la spesa. La ragazza colse l’occasione e le chiese dove abitava la famiglia Volkova, la vecchietta le rispose gentilmente che non conosceva nessuno con quel cognome; però da circa 3 anni una famiglia si era trasferita nell’appartamento in affitto al terzo piano, forse erano loro. La ragazza non perse tempo, ringraziò l’affabile nonnina e salì in fretta le scale che la separavano dalla sua amica.

3° piano

Suonò il campanello senza esitazione. Dopo qualche secondo qualcuno aprì la porta.

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