Only On Ourself 2
Cap. 1     2     3     4     5     6     7 (epilogo)
Parte I  Parte II
Genere: Romanzo/Action
Categoria:
Non classificata
Valutazione: Sconsigliata ai minori di 15 anni per le tematiche trattate.
Restrizioni: I personaggi di Lena e Julia appartengono a
Lena Katina e Julia Volkova.
Nota:
"Only On Ourself" sequel.

***Capitolo 1***

 “Seguiamo la strada fino alla fine.. e poi si vedrà...”

***

Saratov era rimasta sempre la stessa per tutti i lunghi mesi che seguirono quella partenza, Igor non ne aveva perso il conto un solo giorno. Oramai la primavera stava terminando trascinando via i boccioli che aveva visto nascere e crescere, lì sul tratto di strada che collegava l’autofficina alla vecchia casa rustica. A quel punto era divenuta quasi una vera abitazione, la stava ristrutturando poco alla volta ogni fine settimana con l’aiuto di Danilo e suo nonno Nikolaj, che prestava più la sua presenza che le sue braccia e non che nessuno si lamentasse per questo.

“Acciaio inossidabile, eh? Ci portano dei pezzi da antiquario e pretendono che noi compiamo dei miracoli ridandogli la vita”, Danilo batteva lievemente una chiave inglese sul paraurti di una vecchia Alfa Romeo di almeno quindici anni, ogni colpo dava l’impressione di un suono simile ad un gruppo di posate in caduta che urtano il pavimento rigido, “Tsz, ferraglia…”.

Suo nonno, seduto su una cisterna vuota alta un metro che di solito conteneva benzina, teneva fra le labbra una sigaretta spenta, consumata a metà, guardava in direzione del nipote pettinandosi con le mani i capelli biancastri, benché non osservava nulla di definito, sembrava più assorto da qualcosa che gli girava per la testa, ovvero come se aspettasse un segnale per smuoversi.

Nikolaj: Igor ha ricevuto una lettera stamani, le ragazze non vedono ancora la via di casa

Danilo colpì un ultima volta il paraurti, che si staccò e cadde a terra fragorosamente, e poi lanciò la chiave inglese un metro dai suoi piedi. “Si protrae molto a lungo questa vacanza, non trovi?”

Il nonno scrollò le spalle continuando ad osservare il nulla, poi all’improvviso qualcuno attirò la sua attenzione. C’era una donna in bici che oscillava un braccio man mano che si avvicinava, e gli sorrideva. Nikolaj si alzò sveltamente e salutò il nipote, “Devo andare, ci vediamo più tardi, ti porterò il pranzo”

Danilo: Bye bye, e state attenti, guarda che non si va in due in bici!

Nikolaj lo salutò ancora con la mano, senza ascoltare più di tanto la voce del nipote. Danilo si sedette a terra sospirando. Poco dopo si sentì una mano posarsi sulla spalla, “Tuo nonno è sempre pieno di vita, mi fa piacere”, disse Igor.

Danilo si alzò da terra, “Che pensi di fare?”

Igor girò intorno alla vecchia vettura: Non so, a vederla così, non c’è molto da salvare, si dovrebbero sostituire molti pezzi, troppi
Danilo: Non mi riferivo all’automobile
Igor: Che cosa allora?
Danilo: Julia, la rossa, sono diversi mesi che sono lontane
Igor: Torneranno quando avranno desiderio di farlo, non ti preoccupare, avevano bisogno entrambe di cambiare aria
Danilo: Può anche essere che sia così. Allora, che vuoi fare?
Igor: Ancora?! Ti ho detto che non ci dobbiamo preoccupare, loro stanno bene e questo basta

Danilo: Veramente dicevo dell’automobile adesso – sorrise ironicamente

Igor sbuffò: .. ho detto prima che va smontata quasi di tutti i pezzi, forse è meglio domandare al proprietario se gli conviene prendere in considerazione un nuovo acquisto.

Danilo scoppiò a ridere, aveva conosciuto il proprietario dell’Alfa Romeo, ed era di tasche corte, tanto da viaggiare con un catorcio rappezzato con nastro isolante (infatti così gliela aveva portata), invece di comprarsi un’auto nuova.

Più tardi, verso le nove di sera, subito dopo che Danilo e il nonno lasciarono la casetta rustica che stavano rifinendo, Igor rimase solo, sdraiato sul letto nella sua stanza già sistemata. C’erano foto appuntate alla parete di fronte al letto. Foto della brunetta e della fidanzata. Gli erano state spedite durante quei mesi, ognuna da una città diversa, e in ciascuna sfoggiavano un sorriso che contagiava anche solo in foto. Ma tutti i sorrisi del mondo non potevano scacciare il profondo senso di solitudine che lo tormentava quando restava da solo con i suoi ricordi, da quando era rimasto senza Ed, e adesso senza la sua piccola bambina.

***°°°***

“…ventuno, ventidue, ventitre, ventiquattro, venticinque, ventisei”, contava la giovane sottovoce, ad ogni giro che ripeteva la ruota anteriore della Cagiva leggermente sospesa in aria. La ragazza dalle ciocche brune, lievemente cascanti sulla fronte, ad un tratto bloccò la ruota definitivamente con la mano.

“Abbiamo risolto!”, esclamò Lena correndole in contro.

Julia sorrise e spostò la moto giù dal cavalletto, si trovava su una salita bella ripida, dietro di loro una stradina impolverata che solcava un vasto spiazzo di terreno selvaggio, davanti, i bagliori riflettenti di una piccola città.

La rossa baciò velocemente le labbra della compagna, poi riferì, “Per questa notte possiamo fermarci qui, mi hanno detto che c’è una pensione appena dentro il paese”, la bruna annuì, facendo largo in modo che l’altra salisse alla guida della moto, poi montò dietro di lei afferrandole la vita.

Julia: È sicuro?

Lena si infilò il casco e passò l’altro alla bruna dietro di lei, “Me l’ha detto un agente, quello biondo della volante al posto di blocco cha abbiamo appena superato.”

Julia: Credevo avessi chiesto per la benzina.. – infilò il casco anche lei e si guardò alle spalle, c’era l’uomo della volante che le fissava a trenta metri di distanza.

Lena: La troveremo laggiù, al paese, che ore sono?

Julia lucidò col pollice il suo orologio da polso, “È quasi ora di cena”

Lena: Allora meglio sbrigarsi o il tuo stomaco ci darà il tormento – accese il motore ridendo a bassa voce, la bruna ruotò gli occhi e si strinse alla rossa appena in tempo per non cadere quando questa diede gas e partì.

Da lontano, al posto di blocco c’erano due vetture della polizia, una delle due sgommò sulla strada quaranta secondi dopo di loro e seguì la stessa direzione.

7:30 p.m. - alla Pensione di una piccola cittadina al confine occidentale della Russia

Lena ripose i documenti nella tasca interna di un grosso zaino, che era il loro unico bagaglio, e l’amministratore le consegnò la chiave di una stanza, prese a salire al piano di sopra. L’amministratore, che era anche il proprietario, guardò con occhi curiosi la bruna che si sfregava la polvere dagli stivali con le mani, prima di salire le scale che portavano agli alloggi, e lei lo guardò in malo modo in ricambio.
Lena si fermò sulla cima delle scale, si era accorta che l’altra ragazza non la seguiva, “Julia?”
“Eccomi”, la bruna salì le scale in fretta e raggiunse la compagna, “Mi guarda strano il tipo sotto, non lo sopporto quando la gente mi fissa a quel modo, come se fossi un’alienata”, disse indignata.

Lena: Non esagerare, sarà che non vede tanta gente nuova da queste parti
Julia: Forse.. pensi ci sia un posto per cenare in questa bettola?
Lena: Dovrebbe, ma non chiamarla bettola quando siamo in pubblico, si potrebbero offendere

La bruna sfilò le chiavi dalla mano della rossa e la strinse con la sua, “Spero sia una stanza carina, non come quella della città precedente.. aspetta, non mi ricordo neppure il nome”

Lena: Non m’importa più di tanto della stanza, tanto dobbiamo restarci solo stanotte – sorrise, stringendosi nelle spalle
Julia: Sì ma, è da un po’ di giorni che non dormiamo tutta una notte come si deve
Lena: Ah, se la metti così non c’entra molto la qualità della stanza, piuttosto…

Julia arrossì, meglio per lei che non doveva replicare, erano arrivate davanti alla stanza assegnatagli. Infilò la chiave ed aprì, e vide che in fondo non era così male come temeva, solo peccato per i due lettini separati, pensò la bruna sempre arrossita, anche solo per il semplice fatto di non poter stare vicine.

La cena non era da hotel a cinque stelle ma si accontentarono lo stesso, si dice che la fame sia l’ingrediente principale a volte. Per tutto il tempo che spesero giù in sala con gli altri, Julia si guardò da quello strano proprietario che non le toglieva mai gli occhi di dosso. Ad una certo punto la bruna lo fissò a sua volta e gli mimò con le labbra, senza lasciar uscire un filo di voce, “Ca**o guardi”, e quando questo ebbe compreso si voltò verso un cameriere ed iniziò a parlargli di qualcosa che la ragazza non riusciva a sentire.

Lena si passò il tovagliolo sulle labbra e poi parlò alla sua ragazza, “Cos’hai tesoro? Mi sembri nervosa da quando siamo scese”

Julia rivolse lo sguardo agli occhi inquieti della rossa, “Non lo so, quell’uomo.. non mi piace come mi guarda, mi fa sentire come se fossi colpevole di qualcosa.”

La rossa si soffermò a scrutare la persona in questione; era un cinquantenne non molto alto, con pochi capelli grigi sulla testa e qualche chilo di troppo, gli occhi neri e un po' di rughe sul viso dall’espressone sfuggente. Ed era ben vestito. Se quel tipo voleva qualcosa da Julia, sarebbe andata a chiederglielo lei in persona. “Vado a parlargli”, disse Lena, poi si alzò da tavola. Subito la bruna le afferrò il braccio, “Non tu, io. Resta qui, tranquilla”, le disse sorridendo per rassicurarla.

Lena acconsentì, anche se avrebbe voluto seguirla. L’uomo vide la giovane bruna avvicinarsi e si finse improvvisamente distratto da qualcos’altro. “Allora?? Che facciamo?”, domandò lei senza preamboli.

Alla fine il tipo dovette rivolgerle attenzione, “Le occorre qualcosa signorina?”

Julia: Non prendiamoci in giro, voglio sapere che ho di tanto singolare per essere così ammirata da lei – e fece il gesto delle virgolette con le dita sulla parola ‘ammirata’
Uomo: Non la stavo ammirando affatto, ha malinteso la situazione
Julia: A sì?? – la ragazza gli afferrò l’avambraccio e lo strinse con forza – la smetta di fare il bambino che nega l’evidenza! Che vuole da me!? Cosa cerca?!
Uomo: Mi lasci o avrà dei problemi seri con la polizia e non alzi la voce! – le ringhiò in faccia mostrando i suoi denti giallastri.
Julia: La polizia? Addirittura.. – lui strattonò il braccio dalla presa della ragazza e si allontanò dalla sala

Lena si avvicinò in fretta alla compagna e le posò una mano su un fianco, “Che è successo?”, chiese. La bruna si voltò verso di lei e scosse il capo, non riusciva a trovare una spiegazione logica a quel comportamento. “Non lo so, ma vorrei che ce ne andassimo presto da questo posto”

Lena: Domani andremo via, cerchiamo di stare serene, questa è la nostra vacanza – le accarezzò la guancia

Julia: Hai ragione amore - strinse la mano della rossa, indirizzandola al piano superiore – non voglio farcela rovinare dalle smanie ossessive di un pazzoide.

***

Più tardi, nella camera della pensione che avevano prenotato quella sera, le due ragazze si infilarono sotto le lenzuola per riposare. La bruna si coricò con i suoi shorts e una piccola canottiera; sperava ardentemente di addormentarsi in fretta, così che il tempo scorresse rapidamente per poter lasciare presto quella pensione. Quel lettino aveva una rete sbrindellata, non faceva altro che traballare ad ogni minimo movimento. “Julia, dammi la mano”, parlò la rossa all’improvviso affacciandosi dal suo lettino. “Dai allunga quel tuo braccino”, continuò scherzosamente Lena.

“Guarda che sono cresciuta!”, ribatté la bruna sporgendo il braccio per raggiungere la mano tesa della fidanzata, “Non sono più tanto piccina Lena, è passato più di un anno da quella notte che ci siamo incontrate”, aggiunse giocando con le dita dell’altra ragazza.

“Non mi sembra neppure vero che sia passato tutto questo tempo, mi pare ieri che non volevi accettare neppure il mio indirizzo. Ti ricordi di quando sei venuta al collegio? Che pioveva fortissimo..”, rammentò la rossa ad occhi chiusi, “..siamo state abbracciate tutta la notte nel mio letto mentre Eva e Bea se la dormivano..”, rise leggermente.

Julia: Appunto, allora ci siamo state in un letto singolo, perché ora non riproviamo..? – scoprì le lenzuola, posò i piedi sul pavimento freddo per un istante, poi si introdusse nel letto insieme alla compagna che vestiva solo una T-shirt gigante, d’altronde entro breve sarebbero giunti i mesi estivi.

“Julia! Sei un termosifone!”, disse la rossa sempre scherzando, intanto che le faceva spazio. La bruna sorrise nel buio della camera e posò un braccio intorno alla vita della rossa che si accostò ancora di più a lei, anche a quaranta gradi centigradi sarebbe stato uguale, voleva sempre sentirla accanto. “Buona notte”, sussurrò Lena all’orecchio della bruna che rabbrividì.

“Notte, mio amore” rispose l’altra.

E si addormentarono dopo poco. Al terzo rintocco dopo la mezzanotte del vecchio orologio nel corridoio di quel piano, cioè le tre, la maniglia della loro camera emise uno cigolio e poi girò, lasciando aperta la porta di una ventina di centimetri. Nessuna delle due si destò quando un’ombra si soffermò sulla soglia della porta, un’ombra che rimase lì ad osservare per diversi minuti, adattando la vista al buio. “Quindi sono una coppia.. e sono in pericolo”, sussurrò fievolmente il proprietario di quella pensione.

Parte II

Verso le sei di mattina, le due ragazze iniziarono a smuoversi sotto le lenzuola, la rossa dischiuse gli occhi per prima, rimase comunque a contemplare, di fronte a lei, il volto del suo amore; quello che capita d’incontrare una volta nella vita e che concede poche possibilità per essere riconosciuto. Carezzò il profilo della guancia della bruna con l’indice e questa si svegliò schiudendo di poco le palpebre. Julia infilò le braccia sotto la T-shirt della fidanzata e le solleticò i fianchi, l’altra cominciò a ridere cercando allegramente di svincolarsi, “Smettila dai! Hai visto che ora è?”, la bruna sollevò un sopracciglio, la piccola finestra era fiocamente illuminata,“C’è luce fuori, sarà giorno, no?”, disse.

A quel punto la porta di quella camera emise di nuovo un cigolio, aprendosi. Le due ragazze si voltarono nello stesso tempo e videro la figura dell’uomo che aveva perseguitato la bruna la sera precedente.

“Dovete andarvene ora, alla svelta”, disse lui, “La gente di qui è isolata da sempre e non vede affatto bene unioni come le vostre, fuggite ora che siete in tempo”

Dopo un attimo per realizzare il significato delle parole del tipo, Julia lasciò l’altra ragazza e si sedette sul lato del lettino, cercò di sistemarsi i capelli arruffati con le mani e poi rivolse lo sguardo al padrone della ‘bettola’ strizzando gli occhi, poteva essere che stesse sognando.

Lena: Cosa dice? In che posto siamo finite??
Julia: Lena, prepariamo le nostre cose e andiamocene, tanto dovevamo partire comunque – raccolse lo zaino che trasportavano, lasciato lì a terra il giorno prima, e lo posò ai piedi di uno dei lettini.

“Mi fa piacere che hai capito ragazza, non siamo scortesi è solo che qui la si pensa in un vecchio modo, e, le coppie come la vostra, dello stesso sesso insomma, sono considerate un crimine tanto quanto la frode e il furto”

“Assurdo, patetico..”, parlò la bruna con un viso deluso e sconcertato; intanto Lena infilava tutto nel loro unico bagaglio rapidamente, era sconvolta dalla notizia, credeva che vivere nel ventunesimo secolo garantiva almeno un briciolo di libertà in più in tutto il mondo, perlomeno un dito oltre la soglia dei vecchi paradigmi.

“Mi dispiace, non ho mai cacciato nessuno dalla mia pensione”, l’uomo tentò di giustificarsi, la ragazza bruna alzò una mano come per digli di risparmiarsi lo sforzo.

Julia: La prego di uscire, così che noi possiamo vestirci

L’uomo abbassò il capo e ripiegò verso la porta, chiudendola infine alle sue spalle. Lena si liberò in fretta della sua T-shirt ed indossò dei vestiti freschi presi dal loro zaino, la bruna recuperò gli abiti che era solita indossare sulla Cagiva ed i suoi stivali mezzi impolverati.

Lena chiuse lo zaino e lo posò a terra, “Sai, mi sembra di rivivere quando quelle oche delle mie compagne vennero a minacciarci nel giardino del collegio.”

Julia si allacciò la cintura e sorrise, “Non si può pretendere che la gente sia sempre come vorremmo, ma sta bene lo stesso, basta che i loro pensieri non comincino ad interferire con i nostri”

Lena: Io ti amo, e non penso proprio che qualcuno possa farmi cambiare idea, polizia inclusa
Julia: E io amo te, siamo finite in un diavolo di posto dimenticato da Dio – raccolse lo zaino da terra e lo caricò su una spalla

Lena si appoggiò le mani sui fianchi e sospirò, “Vorrei portarlo io per una volta”

Julia: Perché?
Lena: Perché sempre tu ad affaticarti? Siamo in due, dividiamoci i compiti
Julia: D’accordo, io porto lo zaino e tu apri le porte – rise guardando la rossa imbronciata, poi indicò la porta della stanza col mento – dai che aspetto

***

Il proprietario le attendeva proprio sotto le scale, accanto a lui un ragazzo diciottenne dai capelli bruni che appena le vide sorrise mostrando due fossette sulle guance. “Mio figlio Idrich vi accompagnerà fin fuori il paese, la vostra moto deve rimanere dov’è”

“Non se ne parla, e perché poi?”, parlò la bruna e dal timbro di voce s’intuiva che non voleva saperne di lasciarsi con la sua Cagiva.

Idrich: C’è una volante della polizia che sorveglia la nostra pensione, giurerei che stanno aspettando voi

Lena fece qualche passo avanti verso padre e figlio, “Ma che diavolo sta succedendo qui?!? Sembra uno scherzo tanto ch’è inverosimile questa storia!”

Idrich: Ti assicuro che quelli là fuori non hanno molta voglia di scherzi, seguitemi come ha detto mio padre, vi condurrò lontano da qui, la moto vi verrà consegnata, troveremo una soluzione, ma questo è secondario

“Perché quegli occhi così ostili contro di me? Sto solo tentando di aiutarvi”, disse il padre del ragazzo rivolgendosi ad una Julia molto cupa

“Mi fa rabbia vedere un’intera cittadina assoggettata ad una legge insulsa alla quale potrebbe invece ribellarsi, o la pensate tutti allo stesso modo qui?”, rispose la giovane bruna posando lo zaino temporaneamente accanto ai suoi piedi, era pesante abbastanza.

“Non è così semplice ragazza, noi dobbiamo viverci qui, voi due ve ne andrete via tra poco e vi dimenticherete di questo posto facilmente; forse non hai notato quanti pochi siamo, il nostro sindaco è la sola autorità in questo paese..”, spiegò l’uomo serrando i denti, “ ..e lui così ha deciso”.

Julia: Il sindaco? Sarebbe forse ora di farsi sentire da questo individuo. Di fargli comprendere chiaramente che non può plasmare le leggi a suo piacimento

“Forse un giorno, qui preferiscono stare tranquilli e lasciare le cose come stanno, chi non condivide le idee del sindaco è libero di andarsene quando vuole”, affermò l’uomo, “E non tutti possono permetterselo”

Lena sbuffò, camminò fino all’ingresso, ignorando tutti e si avvicinò alla porta, “Vieni tesoro, ne abbiamo già sentite abbastanza”, chiamò la ragazza bruna anche con un gesto della mano, “Ah, mi raccomando di suggerire al sindaco di esporre un grosso cartello ai confini di questo paese che vieti l’accesso alla gente che non sia troglodita come le sue leggi, in modo da evitare queste sceneggiate”.

Julia sorrise un po’ tirandosi di nuovo lo zaino sulle spalle, la raggiunse, “Idrich, giusto?”. Il ragazzo annuì. “Fa strada”

Idrich: Non da quella parte, vi ho appena detto che c’è qualcuno fuori che vi aspetta, dobbiamo passare dal ‘retro bottega’.

Il padre aggiunse, “Quando arrivate dove dovete arrivare, mandatemi un avviso”, consegnò loro un biglietto con un numero di telefono, “Vi farò mandare la moto, verrà conservata con cura”, parlò guardando la bruna.

Julia: Mi fido di lei

“Scusa per ieri, per tutte quelle occhiate puntate su di te, dovevo essere certo prima di prendere iniziative”. Disse in conclusiva il proprietario.

Julia: Sì, l’avevo capito da me.

Il ragazzo fece strada passando tra le cucine di quel piccolo albergo; ed era ancora troppo presto, il che significava che non avrebbero incontrato nessuno quasi certamente. “Questa devo raccontarla a Bea ed Eva, ci sarà da ridere”, sussurrò Lena all’orecchio della bruna.

“Idrich, non per essere scortese, ma come diavolo è possibile che la gente di qui-”, la bruna venne bruscamente interrotta dal braccio del ragazzo che si protese davanti a lei mentre camminavano, per azzittirla.

Idrich: Sssh! Sento dei passi!

I tre si fermarono lungo uno dei stretti anditi delle cucine, rimasero col fiato sospeso per interminabili secondi, il rumore di quei passi diventava sempre più costante e chiaro. Fino a che, da dietro l’angolo che faceva da ripostiglio, sbucò un uomo sui sessantacinque anni che stava annodandosi un grembiule dietro la schiena e camminava allo stesso tempo. E poi naturalmente si trovò di fronte i tre ragazzi, “Voi che ci fate qui?”, chiese quello che sembrava un cuoco o un addetto ai fornelli, “Questo posto è riservato ai cucinieri”, affermò, ma poi vide il ragazzo bruno che gli sorrideva, allora lo riconobbe, era il figlio del capo. “Idrich? Ma che..?”, il cuoco non immaginava quale fosse la ragione che spingesse il ragazzo a scendere nelle cucine, quando non erano ancora le sette di mattina, forse una fame improvvisa. E chissà le altre due persone se erano là per la stessa ragione.

Idrich: Scusa l’invasione, dobbiamo passare di qua, ci mettiamo un secondo – salutò il cuoco e chiamò le due a seguirlo fino a fuori. Era una mattinata molto fresca, ma il cielo dava ad intendere che sarebbe stata soleggiata.

La radio della volante trasmetteva interferenze confuse e incostanti, l’agente dalla folta capigliatura bionda sedeva al posto di guida e osservava scrupolosamente la piccola pensione senza remore, mentre, sul sedile a fianco, il suo compagno afferrò seccamente la radio e si mise in contatto con qualcun altro…

“Attendete ancora un minuto, se non verranno fuori entreremo noi” comunicò.

Dall’altro lato della pensione, Idrich e le due ragazze, che si tenevano sempre per mano, erano appena usciti dal cosiddetto ‘retro bottega’ che altro non era l’ingresso delle cucine dove le merci di consumo venivano caricate e scaricate. Julia aveva una sensazione spiacevole addosso, ed una vocina nella sua testa che le suggeriva di prendere Lena, salire sulla Cagiva e filarsela rapidamente da quel posto senza ascoltare nessuno. E questa vocina si intensificò quando, nemmeno venti metri che si erano allontanati dalla pensione, un auto della polizia accese per un breve istante la sirena, in modo da farsi notare ma senza allarmare gli abitati del luogo, poi una voce ordinò loro di sollevare le mani.

“Cominciano i guai”, sussurrò tra sé la bruna intanto che alzava le braccia al cielo, lasciando vacante la mano della sua ragazza. Lena non aveva ancora metabolizzato del tutto quella mattinata subito dopo l’intrusione del proprietario nella loro stanza, poteva anche sperare che qualcuno saltasse fuori con una cinepresa e spiegasse che era stato tutto uno scherzo, o una candid; ma fino a quel momento ciò non era avvenuto.

Idrich invece avanzò verso i tre agenti scesi dalla volante e sorrise loro, “Come pattuito, ho fatto la mia parte”, disse sotto gli occhi attoniti delle due ragazze. Uno dei poliziotti tirò fuori da una tasca della divisa un piccolo rotolo di banconote e lo mise nelle mani del ragazzo, questo si fece da parte col suo sorrisetto trionfante. I tre agenti si avvicinarono alla bruna e alla rossa, uno di loro gli puntò davanti una pistola d’ordinanza.

Julia: Che abbiamo fatto?! – chiese accostandosi a Lena fino a toccarle un fianco con il suo.

“Siete in arresto per violazione della legge 31 dell’ordine di sicurezza nel nostro paese, qualsiasi cosa direte d’ora in poi non potrà fare altro che peggiorare la vostra condizione, sappiamo chi siete”, parlò uno degli agenti con astio. Questo stesso tirò a terra lo zaino che portava in spalla la bruna e le prese un braccio torcendoglielo dietro la schiena, ammanettò una mano e poi l’altra.

“Non avete alcun diritto di farlo!!”, urlò Lena, stava per muoversi in soccorso di Julia quando si sentì afferrare le braccia dagli altri due agenti che a quanto pare non erano affatto di modi gentili verso i forestieri. “Forse sarebbe bene insegnare a queste due la differenza tra un uomo e una donna”, sghignazzò uno dei due che teneva la rossa, “Penso cominceremo con te”. E insieme al compagno la tirarono con forza verso l’auto.

“Aspettate!! Avevate detto che non facevate loro del male!!”, strillò Idrich con uno sguardo terribilmente preoccupato. “Vattene ragazzo, hai fatto il tuo dovere e hai ottenuto la tua ricompensa, non sfidare la fortuna”, disse seriamente il tipo che aveva ammanettato la bruna, ignorando gli occhi sbarrati del ragazzo, allargò le gambe della ragazza con un piede ed iniziò a perquisirla dalle caviglie.

Idrich: Ma... – un altro agente gli ripeté di andarsene e questo obbedì facendosi indietro.

La rabbia che Julia sentiva crescere dentro di sé in quell’istante si evolse ad odio, con precisione colpì di tacco il centro delle gambe dell’agente dietro di lei che stava frugando nelle sue tasche dei jeans, l’uomo si accasciò sull’erba emettendo un gemito acuto di dolore. Lena approfittò del diversivo della fidanzata per sfilare la pistola dalla fondina di uno degli agenti distratti che le stava accanto e la rivolse contro di loro, minacciando di sparare se questi non si fossero completamente disarmati. Secondi dopo, i due si trovarono impreparati e dovettero lanciare lontano le loro armi, manganelli compresi, e anche il tipo che si rotolava a terra dal dolore.

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