Vulneraraia
Cap. 1     2     3     4     5     6 (epilogo)
Parte I  Parte II
Genere: Romanzo
Categoria:
Non classificata
Valutazione: Sconsigliata ai minori di 14 anni.
Restrizioni: I personaggi di Lena Katina e
Julia Volkova appartengono a Lena Katina e Julia Volkova.
Nota:
Il termine Vulneraria sta anche (anticamente) per "che guarisce", oltre che per la pianta conosciuta.

***Capitolo 1***

In una città dell’ovest Russia, 4:30 p.m.

Un sabato pomeriggio nel piccolo teatro dell’università. Era quasi completamente deserto eccetto due persone. C’erano le luci di ribalta che illuminavano il palcoscenico angolarmente, facevano luce sulla sagoma di una giovane studentessa bionda che stringeva un fazzoletto tra le dita e sul profilo di una sua coetanea a lei di fronte, “E dopo quello che è successo..!! E dopo quello che è successo! E.. e dopo quello che.. ma che cavolo è successo??”, disse quest’ultima raccogliendo la sua parte di copione dal palco di legno, lì dove l’aveva lasciato poco prima, quando era ancora certa di sapere cosa dire.

“Dovresti dirmelo tu”, sbuffò la bionda, “Julia, sono due ore che stiamo qui dentro, e io mi sto praticamente intossicando di aria viziata, ti vuoi ricordare questa ca*zo di battuta una volta per tutte!??”

La compagna iniziò a sfogliare il copione rapidamente, “Basta!! Ce la sto mettendo tutta, datemi un po’ di tregua!! Non ci riesco con il fiato sul collo di tutta la comitiva!”, si sbatté le pagine stampate sulla fronte, forse sperando che così le sarebbero entrate in testa.

“Ok, ho capito.. stop per oggi, ci vediamo domani”, le parlò la bionda prima di voltarsi e andar via stancamente, con un ciao appena pronunciato.

“Sì domani.. pure la domenica naturalmente..”, ironizzò la bruna, poi riprese a leggere il copione ad alta voce, camminando lungo il palco, “E dopo quello che è successo!! Dopo che ti ha quasi tradito con la donna della locanda in cui va ad ubriacarsi con i suoi amici, come puoi fidarti, solo per far felice tuo padre? Solo perché è ricco! .. Forse meriterebbe di essere ucciso per l’ipocrisia che usa agli altri! E non venirmi a dire adesso che sono cinica! Quello che va detto, va detto! Dopo conta solo trovare il coraggio di fare quello che è stato detto. Senza il male, il bene non esiste…”, posò il copione a terra e ripeté le frasi sottovoce.

“Prove di scena?”, pronunciò una voce estranea dai toni tenui.

“Esattamente”, rispose pensierosa la bruna, dopo un secondo si rese conto di non essere più sola, arrossì. Cercò di intravedere la sagoma di chi aveva appena parlato, guarda caso la luce le andava contro, doveva proteggersi gli occhi con la mano per focalizzare le poltroncine della platea oscurate dall’ombra. Non ebbe il tempo di inquadrare quella persona, questa arrivò direttamente sul palco salendo lateralmente, “Ho sentito dire che qui si trovano i peggiori studenti della città”, sorrise una giovane, con il suo tailleur e una forte aria da competizione.

La bruna socchiuse gli occhi e arricciò le sopracciglia, la guardò da capo a piedi, vide una ventenne o pressappoco, con gli occhi chiari e i capelli rossicci che luccicavano sotto il riflesso dell’illuminazione, “Ha sentito? E da chi? Io non ho sentito”, espresse seccamente e andò a sedersi sul bordo del palco, lasciando ciondolare nervosamente le gambe e riprendendo ad osservare il suo copione.

“Non ti sarai offesa?”, proseguì la sconosciuta con un lieve sorrisetto e forse qualche sottile senso di colpa.

Julia sollevò gli occhi dai fogli e si voltò di sbieco verso di lei per brevi istanti, poi ritornò al suo copione.

“Va bene, scusa se ti ho disturbata.”, sollevò una mano per salutare e scese gli scalini di legno per far ritorno nell’ombra della platea.

“Chi è lei? Che ci è venuta a fare qui? Qui non è consentito l’accesso a chiunque voglia”, parlò la bruna sentendo i passi della giovane allontanarsi.

“Sono una nuova insegnante di lettere moderne e stavo facendo una visita alla scuola in cui dovrò insegnare per i prossimi giorni”, le rispose l’altra dall’ombra.

La bruna increspò le sopracciglia ancora di più, quella materia rientrava nel suo corso. “Forse ci rivedremo allora, prof”

“Ah bene, penso che potremmo addirittura andare d’accordo noi due..”, affermò l’insegnante

“Io non penso proprio invece..”, mormorò Julia fissando il buio davanti a lei.

“Anche a me piace l’arte, in tutte le sue forme”, disse la rossa prima di uscire dal teatro.

“Allora hai sbagliato mestiere, prof...”, sbuffò Julia saltando giù dal palcoscenico.

***

7:00 p.m. Una casa privata, poco lontana dall'università

Una donna sui quarantacinque, dai lunghi capelli bruni, stava preparando una cena per due. Il calore dei fornelli si spandeva per il corridoio e le camere del piano. Ascoltava la radio in sottofondo, quando udì qualcuno entrare dall’ingresso e poi una voce molto familiare,“Ciao Mà!”

“Buonasera Julia, è quasi pronto”, rispose la madre senza allontanarsi dai fornelli

La madre della ragazza era una biologa tra le più determinate e motivate, al punto tale da divorziare a causa della troppa priorità attribuita al suo lavoro. Il padre di Julia preferì non avere nessuna moglie per sua scelta, il suo orgoglio non gli permise di correre il rischio che fosse lei ad allontanarsi per prima. Malgrado ciò non perdeva occasione per trascorrere del tempo con la figlia che adorava, tirando avanti così per dieci anni.

La ragazza lanciò lo zaino da qualche parte dietro di sé e si affrettò in cucina, “Eccomi qua!”.

“Ti sei lavata le mani?”, domandò la madre, la figlia ruotò gli occhi e si voltò in direzione del bagno, “Non sei più una bambina, devo sempre stare a ripeterti le stesse cose?”

Julia: Certo che no dottoressa, l’avevo solo dimenticato – ironizzò davanti allo specchio del bagno

La donna spiegò, “Sulle tue mani sono presenti dei batteri o anche virus, il sapone può eliminarne gran parte, ma neanche tutti, quindi vedi un po’ tu cosa mangeresti…”

Julia: Mamma ti prego! – ritornò in cucina con l’asciugamano tra le mani con cui se le strofinava vigorosamente – se continui non mangio più nulla te lo giuro!

La madre scoppiò a ridere, “Scusa cara, ma è per il tuo bene, lo so che sembro esagerata, ma io sono dell’idea che valga la pena vivere al nostro meglio per quanto è possibile”

Julia: Sì, hai ragione come sempre.. ma ho fame, e basta parlare di microbi, non torturarmi, ho scelto lettere apposta per non sentirne più parlare!

La madre sorrise e le posò una bistecca nel piatto, “Mangia lentamente”

Julia infilzò la bistecca ed iniziò a tagliare: Papà ha telefonato?

“Stamattina, passa sabato prossimo, dice che vuole portarti in campagna per un fine settimana, con la zia e tua cugina”, rispose la donna, “Ah, domani sono ad un congresso di ricercatori, credo che starò fuori fino a sera, perciò..”, si alzò ed aprì il fornetto elettrico, “Ti ho messo a cuocere un po’ di pasta fatta a forno, devi solo riscaldarla”

Julia: Sempre lavoro, lavoro e lavoro – infilzò con forza la forchetta nella carne

“Lo so che io e te non stiamo insieme più di qualche ora al giorno nelle ultime settimane, ma non durerà a lungo, è questione di un paio di mesi cara”, la figlia fissava la carne che diventava sempre più fredda, la donna cambiò discorso, “Senti, come sta andando la tua rappresentazione teatrale?”

Julia: Non mi ricordo le battute, sono un disastro in verità. Non aspettarti granché da me.. e poi io mi blocco davanti a tanta gente..

La madre le si avvicinò. Posò le mani sulle spalle della figlia, “Quando sarà?”

Julia: Tra meno di una settimana – sospirò

“Bene, le ripassiamo insieme queste battute, e te le ricorderai, io conosco un metodo molto utile per tenere a mente quello che serve”, sorrise la madre intanto che le strofinava affettuosamente le spalle.

Julia: Ma va? E perché non me l’hai mai detto?

“Lo tenevo da parte per momenti così, e poi non ti è mai servito prima. Julia, se ti convinci di non saper fare qualcosa, sei già sconfitta in partenza, invece devi adottare la tattica inversa…”

***

Il lunedì seguente - Università, ore 10:05 a.m.

Julia sedeva in cima all’aula, sfogliava i suoi appunti, mentre intorno a lei si udiva un miscuglio di voci parlottanti. Al suo fianco la ragazza con cui aveva trascorso tre lunghe ore nel teatro la domenica appena passata, a provare e ripetere battute fino alla nausea. “La professoressa è in ritardo, dicono che ce l’hanno cambiata, spero di no cavolo! Mi ci trovavo bene con questa! Almeno spiegava qualcosa decentemente”

Julia: Appunto per questo te l’hanno cambiata Lidi – rise
Lidi: Ah ah!
Julia: Sai la cosa buffa? Io credo di conoscerla già questa nuova, una bella ragazzetta appena laureata con tante spintarelle dal basso
Lidi: Ma no!?
Julia chiuse il quaderno: Ma sì
Lidi: Ma ca*zo! Facciamo sciopero!
Julia: Ti ci vedi a prendere lezioni da una che ha qualche anno appena più di noi? Io non mi ci vedo, per cui, me ne vado prima che arrivi, poi mi racconti, ciao Lì! – si alzò da dove sedeva

Lidi: Aohh! E aspetta che vengo pure io!

Julia: No, almeno tu resta, così mi puoi raccontare quello che succede – scese i gradini dall’alto dell’aula e giunse vicino la porta, la aprì e si trovò davanti la nuova prof che imbracciava il suo materiale didattico

“Salve, allora non scherzavi quando hai detto che forse ci saremmo riviste!”, sorrise, “Vieni dentro, anche se ho fatto tardi sono arrivata in tempo”, chiuse la porta dietro di sé, non permettendo alla bruna di avanzare, Julia la guardò come senza via d’uscita.

“Scusate il ritardo ragazzi, possiamo cominciare se mi concedete un po’ di silenzio, insieme tratteremo il terzo modulo del corso, ho parlato con il vostro precedente docente…”

Intanto che la nuova professoressa procedeva con la sua introduzione, la bruna risaliva stizzosamente le scale verso il suo posto ancora tiepido.

Lidi: Bentornata – le sorrise furbamente, la compagna brontolò qualcosa – però avevi ragione, a guardarla sarà una appena entrata, con zero esperienza.

Julia: Infatti.. – pensò di mettere in difficoltà questa professorina che li aveva definiti i peggiori della città – Scusi, permette una domanda?

La giovane insegnante le rispose sorridente, “Prego”

Julia: Il sogno, come ne definirebbe il ruolo nella letteratura a cavallo tra il secolo diciotto e diciannove?

“Cominceremo proprio dalla sua domanda per aprire un discorso molto attinente.. il suo nome?”

Risposero in molti nell’aula, “Volkova!”, e molti altri ancora risero.

La bruna arrossì. E anche Lidi soffocò una forte risata in arrivo.

“Bene, dunque Volkova, il sogno non è mai stato facile da interpretare, ci sono numerose teorie, guarda caso, proprio nel periodo in cui l’Io prende il sopravvento sulla ragione…”

Mezzora dopo, scaduto il termine della sua ora, anche se proprio un’ora non era stata, la professoressa sospese la lezione. Intorno a lei subito un gruppetto di studenti che si interessavano di far conoscenza e allo stesso tempo avere ulteriori spiegazioni sull’andamento che avrebbe seguito il corso da quel momento in poi.

La brunetta se la filò via di corsa, senza neppure aspettare la sua amica. Purtroppo per lei dovette cambiare idea sulle effettive capacità esplicative della nuova prof. Aveva parlato troppo in fretta e giudicato ancora peggio.

La giovane docente seguì con la coda dell’occhio quella studentessa che aveva incontrato nel teatro, mentre usciva silenziosamente dall’aula.

***

Seguì un’ora di pausa. Julia si era seduta su una delle panche fuori all’aperto. Non stava pensando a nulla di particolare, eccetto la sua imminente partecipazione teatrale. Se non fosse stato per quei crediti in più, non avrebbe mai accettato di giocarsi la sua popolarità per una stupida recita. Lo sapeva dai tempi delll’asilo che non era il suo forte la recitazione.

Davanti a lei, di fronte l’edificio da cui era uscita poco prima, vide la nuova professoressa che discuteva al telefono. Sembrava sforzarsi di moderare i toni. La bruna si incuriosì, alzandosi dalla panca cercò di avvicinarsi senza farsi scorgere.

La rossa al telefono…

“…non dimenticarti che sono sempre una professionista, non ti permetterò di parlarmi così una seconda volta.”, richiuse il cellulare e lo infilò furiosamente nella sua borsa.

Julia aveva udito solo l’ultima frase, inutile cercare di capire a cosa o chi fosse diretta. Però quelle poche parole erano bastate per intendere quanto potevano cambiare quei modi gentili e aggraziati da un secondo all’altro, quelle parole erano gelide.

La professoressa ritornò nell’edifico con passo spedito e non notò la giovane bruna a pochi metri da lei, nascosta solo da un angolo dell’edificio.

***

Julia uscì dall’università verso le quattro del pomeriggio, Lidi l’accompagnava come sempre fino a metà strada per poi continuare verso casa propria. In quel tratto, la brunetta non le dava quasi retta, le rispondeva con qualche monosillabo o esclamazione di tanto in tanto.

Lidi: Julia? A che stai pensando? Potresti degnarmi di un briciolo di attenzione!? Se devo parlare da sola tanto vale saperlo prima, almeno posso prepararmi un bel monologo
Julia: Scusa Lidi, c’è una cosa che.. sono preoccupata per la recita
Lidi: E di che ti preoccupi? Non andiamo mica al gran teatro, sarà solo una noiosissima recita, nella nostra noiosissima università, con i nostri noiosissimi colleghi
Julia: Sì.. come dici tu

Lidi: Io credo che della recita, in realtà, non te importa niente, qual è il vero problema? Non dirmi che sono ancora i tuoi genitori?? La proposta di venire a vivere con me è ancora valida, se vuoi

Julia la prese sottobraccio e le sorrise, “Grazie, ma non è niente di particolare, non preoccuparti più di tanto, e poi non è vero che non mi importa della recita! Solo non voglio fare una figura del ca*zo”

Lidi: Non la farai, e non la faremo, ci siamo preparate molto. Senti Julia.. – le strinse il braccio sotto il suo – ..per quello che vale, io ti considero.. di famiglia, non lo dimenticare mai

Julia: Per quello che vale dici?? Mi potrei offendere, lo sai quanto vale per me sentirtelo dire, sei la solita stupida..

Lidi: Lo so, stavo scherzando! – sorrise

Julia: Lo sai Lidi? Mi devo ricredere sulla nostra nuova insegnante, non è poi tanto male
Lidi: Me ne sono accorta, ma pare che non resterà con noi a lungo, è una specie di tirocinio per lei – scrollò le spalle -  almeno così ho sentito
Julia: Forse è vero, quando l’ho incontrata per la prima volta ha detto che sarebbe rimasta qui ad insegnare per i prossimi giorni – sospirò
Lidi: Non mi avevi detto che vi eravate già incontrate, che mi sono persa?
Julia: Ti ricordi di sabato scorso? Stava visitando l’accademia ed è capitata in teatro…


Parte II

Una camera d’albergo, stessa città - 7:19 p.m.

“… come non ti sei ancora sistemata??”, parlò una voce roca, maschile, al telefono

“Sto aspettando l’assegno della vecchia casa, e anche quello che mi dovete”, rispose la rossa in accappatoio, mentre con l’altra mano si strofinava i lunghi capelli con l’asciugamano. Sedeva sul letto singolo di una stanza abbastanza confortevole.

“Va bene, arriverà tra stasera e domattina. Però tu, con tutto quello che ti paghiamo stai sempre a piangere soldi, che donna senza scrupoli-”

“Ti saluto, Ioann”, stava per riagganciare la cornetta ma la voce dall’altro capo del filo si fece più forte.

“Aspetta diamine!! Non mi hai ancora detto come va all’università!?”

“Tutto bene”

“Quanto ti manca prima di concludere?”

“Poco.. sono stanca, ci risentiamo”, stavolta richiuse senza ascoltare le grida dell’altra voce.

Si alzò, lasciò l’asciugamano bagnato sul bordo del letto e si avvicinò alla sua borsa sul comò. Prese la foto di un uomo dall’interno, era un tipo bruno dall’aria affascinante e poco oltre i trenta. Dopo un paio di giorni nell’accademia non le era ancora capitato d’incontrarlo. E quello era l’unico motivo che l’aveva portata fino a lì, ma forse adesso non era più il solo ad esistere.

Nella borsa c’era anche un volantino stampato di fresco - Rappresentazione studentesca dell’opera teatrale in 3 atti di Leonid Vuchma, intercorso letteratura moderna, venerdì 13 ore 21:00, Teatro Accademico – la rossa l’aveva con sé da quella mattina.

***

Quel fatidico venerdì arrivò presto per la bruna. Nei giorni che vennero prima, si presentò poche volte a lezione, tutto tempo trascorso a rileggere il copione fino ad impararlo a memoria. La madre non c’era stata quasi mai a casa, e le aveva anche preannunciato che non sarebbe potuta venire a vederla a teatro. Questo non le dispiaceva più di tanto, sapere che sarebbe stata lì a guardarla per tutto il tempo non era molto incoraggiante per la sua ansia da palcoscenico.

La madre le aveva parlato di un metodo per non dimenticare le battute, “Julia, pensa di raccontare una storia, le battute devono diventare frasi di un dialogo già ipoteticamente esistito per te, studia il senso del discorso che devi dire, senza impararlo solo a memoria, perché se non perdi il filo dell’argomento, e qualcosa ti sfugge, puoi anche improvvisare in extremis, ti è chiaro ciò che ho detto?”

Le era chiaro, ma era sempre più difficile far finta di non vedere la folla là davanti. Aveva addirittura pensato di prendersi un ansiolitico quella sera, ma salire sul palco in stile zombie forse sarebbe stato pure peggio. “Tra non molto tutto questo sarà finito, tieni duro..”, si ripeteva a mente dietro il sipario ancora calato.

Diede una sbirciata tra il pubblico; in prima fila, insieme ad altri docenti della facoltà, c’era la giovane professoressa, era impegnata a discorrere con una collega, e manteneva sempre l’atteggiamento inattaccabile, nei gesti, nel modo di porsi e parlare, che intrigava molto la bruna.

Erano le nove meno una quindicina di minuti, Lidi gironzolava lì attorno aggiustando il suo costume di scena, ogni tanto si fermava dietro Julia per dirle qualche stupidaggine, la bruna era immobile dietro al sipario da un bel po’ di tempo.

Lidi: Ti sono passate le tue paturnie?
Julia: Ha, ha.. ho le mani talmente sudate che non riuscirei a reggere nemmeno una moneta
Lidi: Ma che vuoi che sia! Andiamo sul palco, diciamo quattro frasi, tu muori, io mi sposo con il mio soldatino e tutto finisce.
Julia: Fantastico.. – fece una smorfia all’amica - ..ci dovevano proprio scegliere un’opera settecentesca, così come sono conciata spero di non far ridere! - infatti la bruna aveva un gonnellino tutto strappato che le scopriva le ginocchia e una camicia smisurata di non si sa chi, con le maniche rimboccate fino al gomito.

Lidi: Tu sei vestita da bracciante almeno, io che devo fare la signorina snob – sollevò la grossa gonna che indossava – non riesco a vedermi i piedi per camminare!

L’opera trattava di una storia d’amore tra una ricca erede e un giovane soldato. Era una commedia quasi a lieto fine, i protagonisti restavano in vita. Julia era la bracciante che lavorava con la sua famiglia nelle proprietà terriere della ricca ragazzina viziata, nonché sua unica amica, e questa era la cosa più strana. Perché il personaggio di Lidi era da tutti considerato, nella storia, quello di una fredda capricciosa incapace di amare o provare sentimenti simili. E poi vi erano altri personaggi esterni con ruoli antagonisti, come il ricco ragazzo che avrebbe ucciso la bruna accorsa in difesa dell’unica amica, quando quest’ultima si sarebbe opposta alle avance del suddetto.

Arrivò il turno di mostrarsi in scena per la sua prima battuta, Julia tirò un forse respiro e sbucò dall’angolo sinistro del palco.

Lena la vide recitare non da professionista ma come qualcuno che stava dando il meglio davvero, eccetto per qualche breve balbettio, stava funzionando tutto per il verso giusto. Al momento dalla sua uscita di scena, cioè al momento dell’uccisione, verso l’inizio del terzo atto, il ragazzo con il fioretto sferrò un fendente dall’alto verso il basso, a mezzo metro da Julia, La ragazza sapeva che era una spada di plastica, ma forse la distanza era poco rassicurante per il suo viso, si fece indietro istintivamente.

La spada la sfiorò appena, ma visto che era di spalle al pubblico nessuno lo vide, eccetto il ragazzo che si era appena accorto di quanto fossero vicini, mormorò “Scusami!”, sottovoce. La bruna aveva preso troppo slancio e cadde giù dal palco di un metro d’altezza, ruzzolò fino ai piedi della rossa cha la fissava allarmata. La brunetta le sorrise arrossita poi continuò a recitare, fingendo la sua morte. Lena non poté fare a meno di scostare quelle ciocche di capelli che coprivano il viso della bruna, scoprendo i suoi occhi scintillanti, senza pensarci. Subito dopo, notò la strana posizione di entrambe, tentò di tirarsi inutilmente la gonna oltre le ginocchia, si sentiva a disagio. La bruna aveva un’imbarazzante visuale delle gambe della prof, e dovette rimanere così fino alla fine dell’opera.

Il pubblico applaudì, si era divertito per certo, almeno per quella scena. La brunetta si era intorpidita per via della mezzora che aveva passato distesa sul pavimento, schiacciando di poco le caviglie della docente che non disse nulla. Si alzò a fatica e raggiunse i compagni sul palco, dopo un saluto corse dietro il sipario.

Julia: Lo sapevo ca*zo! La classica figura di me*da! – sbraitò
Lidi: Sei andata benone! Non ti sei fatta male, vero? Direi che la tua caduta è stato il pezzo forte, ha lasciato tutti senza fiato per qualche secondo!

Il ragazzo con la spada si avvicinò a Julia, “Scusami proprio, mi sono avvicinato troppo”

Julia: Lascia perdere, ormai è andata, finito, chiuso, non ce la facevo più! – voltandosi vide camminare verso di lei la rossa

Lena: Sei stata molto brava Volkova, mi sei piaciuta
Julia arrossì: Chiedo scusa per la caduta, spero non si sia fatta nulla
Lena: Niente, non preoccuparti, tu invece? Deve essere stata dura – alle spalle della professoressa giunse un altro docente, dello stesso corso

“Sei qui Lena? Vieni, ti accompagno a casa”, l’abbracciò per la vita e la condusse fuori, non prima che questa salutò la bruna con un sorriso, e anche l’altro tipo volle aggiungere qualcosa, “Complimenti, siete stai bravi ragazzi, non me l’aspettavo”.

Julia rimase ad osservare il prof e la prof uscire, “Mi sembra un po’ presto per fare coppia fissa”, disse fra sé

Lidi le arrivò da dietro, si era già cambiata nei suoi abiti usuali, “Cosa volevano?”

Julia: Farci i complimenti
Lidi: Ultimamente li vedono spesso insieme
Julia si rivolse all’amica: Chi?
Lidi: La nuova professoressa e il bel trentenne della facoltà di lettere, quelli con cui parlavi un attimo fa, tonta

Julia si allontanò per raccogliere la sua borsa: Ah, loro.. io vado a casa, sono distrutta, ci vediamo Lidi

Lidi: Non vieni a festeggiare con noi?!
Julia: Non me la sento proprio.. festeggeremo un’altra volta, ciao, non te la prendere – uscì
Lidi: No, figuriamoci.. chiamami! – le gridò vedendola andar via.

***

10:51 p.m. – casa privata, stesso giorno

Julia rientrò a casa, tutte le luci erano spente, la lunga giacca della madre non c’era sull’appendiabiti dell’ingresso, “Non è ancora tornata”, mormorò la bruna avviandosi verso la sua camera. Prese il cellulare strada facendo e la chiamò…

“Ciao tesoro, come è andata?”, rispose subito la madre dopo un paio di squilli
“Bene mamma, avrei preferito trovarti qui”, la ragazza si sedette sul letto, slacciandosi le scarpe con una mano
“Lo sapevo che avresti fatto la tua bella figura, ti sottovaluti così spesso”
“Oh, ci hai preso in un certo senso. Quando è previsto che torni?”, tolte le scarpe, si abbandonò sul letto
“Farò tardi, ma sono già in strada, tra un’ora al massimo sono lì da te, non stare in pensiero”
“Come è andata al laboratorio?”
“Tutto bene, è un buon progetto, me lo hanno confermato diversi colleghi.. ti devo lasciare cara, sto per partire in auto, un bacio, non restare sveglia ad aspettarmi”

“Ciao”, la figlia riattaccò, diede un’occhiata veloce alla sveglia sul comodino, di sonno non e aveva per niente, ciononostante si sentiva tremendamente stanca per tutta la tensione che si era portata addosso per un intero mese di preliminari teatrali. E poi c’era un fianco che le doleva per via di quella caduta, “Mi è andata bene, potevo rompermi qualcosa..”, pensò accendendo la radio.

Si cambiò nel suo pigiama e si sdraiò sotto le lenzuola, le braccia sul cuscino dietro la testa, ascoltando musica dance a rotazione su una frequenza non-stop.

Quindi si chiamava Lena, poi quell’abitudine di darle del tu quando erano sole e del lei in pubblico, come nuova arrivata stava già facendo eco in tutta la facoltà. “E io che ho sempre pensato che i docenti almeno fossero più discreti sul lavoro”, mormorò. Il sonno proprio non voleva arrivare quella sera. E pensare alla rossa non era di alcun aiuto. “Ma da quand’è che mi interessano le chiacchiere di corridoio che non mi riguardano in primis??”, continuò a parlare con sé stessa.

Verso la mezzanotte e mezza udì la madre rientrare. Era sempre stata sveglia, e non riuscì a chiudere occhio fino all’alba. La mattina dopo era uno straccio.

“Julia? Sono le dieci, tra poco passa tuo padre, devi alzarti”, disse la madre davanti la porta della sua camera.

La ragazza riaprì gli occhi a fatica, si alzò lentamente, sbadigliava in continuazione. Nello specchio del bagno si vide due occhi tremendamente arrossati. “Fantastico..”

Si vestì in fretta, doveva andare a fare una scampagnata suppergiù, preferì indossare i suoi jeans più comodi e una felpa più leggera, tra pochi giorni sarebbe giunta la primavera. Sentì bussare al campanello, corse ad aprire con la scarpe da ginnastica ancora slacciate, suo padre le sorrise e l’abbracciò non appena aprì la porta.

Era un uomo con circa tre anni in più della ex moglie, ma ben portati, abbastanza alto e dai folti capelli neri, proprio come la figlia. “Come sta la mia bellissima ventenne?”, chiese rilasciando la figlia dal lungo abbraccio.

Julia sorrise: Bene, anzi, meglio

“Tua madre?”

Julia: Ti manca, eh? Guarda che lo so benissimo che le vuoi ancora bene ma sei troppo testardo per ammetterlo

“Shh..!”, il padre fece segno con la mano di non parlare, “Sono qui per te, non parliamo del passato”

Julia: Lei non ti avrebbe mai lasciato.. – mormorò tristemente

“Ti aspetto fuori in auto, quando sei pronta andiamo”, disse ancora lui

Julia: Non saluti la mamma? Potrebbe farle piacere, non credi?

La figlia tirò l’uomo fino in cucina, dove la madre stava preparando qualcosa per pranzo, solo per lei che sarebbe rimasta da sola tutto il weekend. Il padre era impacciato, trovandosi con la donna con la quale credeva, tempo prima, che avrebbe diviso tutta la sua vita. Non sapeva cosa dirle, “Tutto bene?”

“A meraviglia”, rispose la donna senza voltarsi dai fornelli.

Julia: Io vado a prendere le mie cose, non scannatevi – e tornò in camera sua, i rapporti fra i suoi genitori non andavano migliorando, a stento si parlavano, pure dopo dieci anni

Poco tempo dopo, padre e figlia erano in viaggio verso la casa della sorella di lui. La zia possedeva una villetta in campagna, diversi chilometri fuori città.

Julia: Quando la smetterete di fare i bambini tu e la mamma?

“Non è così facile come sembra a te Julia, lo so che ti abbiamo fatto soffrire per molto tempo e mi dispiace moltissimo. Ma non potevamo continuare, io non ce la facevo, spero che lo capirai ora che sei adulta”, le rispose il padre con gli occhi sulla strada.

Julia: Forse in questi dieci anni tu sei stato felice, la mamma è sempre stata sola

“Non è possibile che non abbia nessuno, ha ancora la sua bellezza.. lo so che sta sempre a criticarmi, chissà quante te ne dice sul mio conto perché ho una nuova compagna”

Julia: Sono stanca di fare da cuscinetto fra voi due – guardava fuori dal finestrino, il cielo era limpido – lo so che voi due provate ancora qualcosa l’uno per l’altra, anche dopo tutto questo tempo – guardò il padre – e anche se tu stai con un’altra

“È vero, io proverò sempre dell’affetto per tua madre, ma le cose non torneranno mai più ad essere come una volta, non possiamo vivere insieme. Per lei il lavoro viene prima di tutto, questa non è l’idea di famiglia che sognavo per te, e per noi. Se non ci fossimo lasciati, io sarei diventato un uomo peggiore, tua madre lo stesso, e non doveva accadere.”

Julia: Papà, forse c’era un’altra soluzione meno drastica del divorzio..

“Non lo so, oramai le cose sono andate così, adesso basta parlarne, andremo a fare una bella gita da tua zia, tua cugina non vede l’ora di rivederti, va pazza per te”

Julia: Sai che voglia che ho io di giocare con una tredicenne.. – ironizzò – ..non fa altro che parlare di sesso .. – piccolo colpo di tosse

“Cosa?”, il padre scostò temporaneamente lo sguardo dal volante, “Di che parlate voi??”

Julia: Scherzavo.. ahahaha.. – sospirò, in verità non stava scherzando affatto, aveva una cuginetta molto curiosa – ..parliamo di Barbie, di Pokemon, cose così.

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