***Capitolo 4***

San Pietroburgo, 1:20 a.m.
In un appartamento

Da quelle parti stava piovendo da molte ore, acqua e nevischio. Lena era da sola, nella camera matrimoniale che divideva con il suo compagno da quando si erano sposati. Quello non era stato un matrimonio felice, di sicuro non per lei. Lena non voleva sposarsi, ma la sua coscienza non riusciva a tacere davanti all’ineffabile comprensione di quel professore. Non era in grado di chiudere gli occhi e fingere che Yan l’avrebbe accettata così, senza chiedere nulla in cambio. Si sentiva in pena per lui, per quello che non avrebbe mai potuto dargli e che egli meritava oltremodo. L’amore vero. Negli ultimi tempi, il loro rapporto si era increspato; spesso litigavano, spesso lui non tornava a casa se non a notte tarda, come in quella circostanza…

Frugando nel cassetto del comò prese un antipiretico e lo ingoiò con un sorso d’acqua. Aveva gli occhi lucidi dalla febbre perciò si sforzò di individuare l’interruttore per spegnere la lampada accanto al letto. Non appena fu buio totale nella casa, il suono di una chiave, che girava nella serratura, la fece ritornare dal lieve assopimento in cui si era abbandonata.

Yan barcollava tra l’ingresso ed il corridoio, alla ricerca dell’appendiabiti. Sempre a luci spente. Canticchiava stonatamene un motivo... [“You Keep Me Hangin’on” di Kim Wilde].

Yan (saltando delle parole): …’Cause you don’t really love me, you just keep me hangin’on… - singhiozzo -  …Why do you keep a comin’ around, playing with my heart… - singhiozzo - …You say you still care for me, but your heart and soul needs to be freeeee…

Lena indossò rapidamente una vestaglia e andò in contro al marito: Yan.. sei ubriaco
Yan: Tu cre..di?? – gettò le scarpe contro il muro, gli occhiali erano scivolati sulla punta del suo naso.
Lena: Ti aiuto, dammi la mano – l’uomo le circondò le spalle con un braccio

Entrati nella stanza, di impulso, Yan sciolse la fascia della vestaglia di Lena e la tirò via, insieme alla veste. “Che fai Yan!!?, chiese spaventata. “Tu sei MIA MOGLIE!”, forzò la sua bocca su quella di lei. Non era così sbronzo da agire fuori dalla ragione, ma il fatto di sembrarlo era una scusa dietro la quale ripararsi. Lena allontanò il marito con uno schiaffo abbastanza potente da ferire il labbro inferiore dell’uomo. “YAN sei impazzito!!”, gridò lei. Lui era sul serio delirante dalla rabbia, furioso. Spinse la moglie contro la parete e la schiacciò con il suo speso, strappandole la camicia da notte. 

Nel buio di quella camera c’erano soltanto due occhi sbarrati dal panico a risplendere; Lena si sentì bruciare dalla febbre e la testa cominciò
a girarle. Lui sembrava uno sconosciuto in quell’istante, qualcuno che voleva solo farle del male. La ragazza non riuscì più a frenare le lacrime, gridando: “Julia!!!”

Yan si staccò da lei in un lampo. Si destò da quell’afflusso improvviso di follia, prendendo atto di fin dove si stava spingendo. Ma non c’erano giustificazioni. La giovane donna si rannicchiò nell’angolo dietro la porta, stava tremando, si stringeva i brandelli della camicia da notte al petto e le lacrime continuavano a bagnarle le ginocchia accostate al sé.

Yan: ..Lena.. – lentamente le si avvicinò, coprendola con la vestaglia raccolta dal pavimento, facendo attenzione a non sfiorarla neppure. Si sentì un mostro come e peggio del suo patrigno, perché aveva promesso di non farla mai soffrire e proprio allora stava per violare la sua dignità. “..tu sei tutta la mia vita.. so che non il diritto di chiedertelo ma.. scusami”, sussurrò in lacrime, prima di lasciare la camera.

***

Intorno alla zona di Killeen, nel cottage del ranch, 3:30 p.m. ~

La ragazza bruna era stata trattenuta a pranzo dalla famiglia di Kelly. Joe non era soddisfatto della spiegazione che la sorella aveva espresso sulla presenza della ragazza. “Niente Joe, Julia è venuta a restituirmi la borsa che avevo dimenticato nella sua auto quando mi ha accompagnata a casa”, disse lei. “La tua borsa?? E da quando perdi la borsa? Sei già sclerotica sorellina?”, ribadì lui. “Quanto rompi Joe! L’ho dimenticata, punto!Tu non ti dimentichi mai di nulla??”, insisté lei.

Nonna (intanto che tentava di sollevare una cassa di contenitori di vetro): Joooseeeph.. mi dai una mano, ragazzone della nonna? Non ce la faccio da sola.
Joe: Eccomi!.. Io e te dobbiamo parlare di Julia – disse alla sorella – tu non sai una cosa..  lei.. lei non è quello che sembra
Kelly: Me ne ha già parlato Lei di questo, non soffrirai di omofobia, e Jo Jo?
Joe: Piantala di chiamarmi in quel modo! Mi devi rispetto, io sono tuo fratello maggiore!.. Omo che? Cosa ti ha detto chi?!?!
Nonna: Ragazzi basta! Joseph vieni ad aiutarmi! – il giovane fu costretto ad ubbidire alla nonna. Ma rimandò soltanto, la discussione.

La ragazza bruna, argomento della disputa, si avvicinò alle spalle della riccia castana: Io vado via, non voglio crearti problemi – affermò, passandosi una mano fra i capelli lavati da poco, erano cascanti e le coprivano parte della fronte e degli occhi.
Kelly: Scherzi?!? È un piacere averti qui. E poi ancora non ti ho detto perché ti ho chiamata stamattina. Vieni con me - le prese una mano tra la sua e la condusse fuori dal cottage.

Mentre camminavano lungo una stradina che proseguiva dietro al ranch…

Kelly (senza lasciarle la mano): Scusa mio fratello, a volte è proprio scemo.
Julia: Apposto, ci conosciamo da un pezzo io e lui. Però non mi aveva mai parlato di te, è molto geloso e non posso dargli torto. – Kelly si sentì colorire le guance, tossì per allentare la tensione.
Kelly: ..uhm.. ok.. hehe.. bene – guardandosi intorno – ci siamo allontanate abbastanza, e Joe non ha la vista di superman.. ehm.. allora io.. io volevo un fa..vore
Julia: Sì..?
Kelly: ..puoi darmi una lezione di guida? Sai, tra qualche giorno devo dare l’esame per la patente e sono un po’ maldestra nel controllo su strada trafficata..
Julia: Sicuro! Pensavo chissà che.. – sospiro – mi hai spaventata! Ma che stiamo aspettando, forza Kelly, andiamo! – le diede una leggera spinta e corse in direzione della Chevrolet – “Aspettami!”, gridò allegramente la castana.

La nonna, casualmente, le aveva aiutate a sbarazzarsi di Joe per qualche tempo. Le due entrarono nella vettura, Kelly alla guida e l’altra di fianco a lei. “Allora Kelly, qui siamo in salita, come pensi di partire?” chiese Julia, “Dunque.. con il freno di stazionamento”, rispose l’altra. “Ok, coraggio, ah.. non ti preoccupare se senti dei piccoli scoppi, è un vero scassone questa.. – picchiò sulla carrozzeria – ..però và ancora. Per i parcheggi dobbiamo spostarci altrove, qui ci sono pochi automezzi.”

Kelly (accendendo il motore): Me la cavo nei parcheggi, è che a volte mi blocco.. specie in mezzo al traffico
Julia: Ti manca un po’ di sicurezza nel controllo, a questo si può rimediare, dipende da te.. – breve pausa di silenzio -  ..mi chiedevo come mai non lo hai chiesto a Joe, di farti da istruttore..
Kelly: Per carità.. lui è un buzzurro. Cosa credi, ci ho provato a farmi insegnare da lui.. ho ancora il mal di mare a pensarci – la Chevrolet prese una buca – ahu!
Julia: Rilassati, non è successo niente – posò una mano sulla spalla della castana – mi stavi raccontando?
Kelly: (schiarendosi la voce): ..ah.. l’ultima volta, Joe teneva la mano sul freno di stazionamento mentre io guidavo, diceva che sarebbe intervenuto in caso di emergenza, invece, era un continuo susseguirsi di strattoni. Una curva stretta e lui, zac! Una bestiolina ci attraversava la strada, e zac! In città poi, considerandomi del tutto inetta, ogni qualvolta che ad un semaforo mi avvicinavo alla coda di un’altra auto, zac! Dio mio.. – Julia se la rideva ad alta voce – ..non ti dico la nausea.. per non parlare delle botte che avrei preso senza la cintura di sicurezza.  Ecco perché non voglio assolutamente che lui mi dia lezioni di guida.
Julia (asciugandosi le lacrime dalle risate, constatò la guida dalla compagna): Sei coordinata, per niente maldestra, vedrai che con un pizzico di fiducia in più non avrai mai incertezze al volante.
Kelly: Grazie – sorrise, stare con quella tipetta bruna le piaceva sul serio, e giunta a questo, incominciò a preoccuparsi veramente.

Trascorse qualche ora. Dopo diversi giri intorno al ranch e terminando lungo le strade di Killeen, Kelly parcheggiò la vettura e fece cambio con l’amica, ritornando sul percorso di casa. Da quel momento in avanti ci fu solo silenzio. Nessuna delle due trovava niente di sensato da dire. “Radio!”, rifletté la bruna, si sintonizzò su una frequenza qualsiasi, purché interrompesse quella scomoda quiete.

Radio: …an.. shshshss ..e ssshhh do.. shshshs ..ni ssszzzhhh e shssshh shhhht.. sssshshh ..o  - cambio frequenza – OooooooOOOoooo, aaaAAAOOOaaaAAA
Julia: E che ca**o! – Kelly stava ridacchiando – cambiamo ancora!
Radio: …il tempo è quello che è, và e viene, cambia, riscalda e raffredda; ma c’è, e non si può ignorarlo: Previsioni meteorologiche – motivetto sciocco in sottofondo – A nord nubi in ravvicinamento.. – Julia la spense.
Kelly: Peccato che non hai un mangianastri..
Julia: Già.. – allungò il broncio
Kelly: Se vuoi possiamo usare il mio walkman 
Julia: Come? Io sto guidando – domandò sorpresa
Kelly: Con gli auricolari, no? Ci penso io, lascia fare a me – dalla tasca sulla gamba del jeans, tirò fuori un lettore cd, e sistemò i ricevitori su di lei e sull’amica, toccandola appena per non diventare rossa.
Julia: Grazie.. ma .. mi stai facendo un .. solletico da tortura! – sbandò leggermente
Kelly: Ah! Attenta! La strada è scoscesa!
Julia (riprese la strada) Tutto ok.. – sospirò

Kelly: Vediamo un po’.. che ti potrebbe interessare.. Enigma, Sasha, Massive Attack, John Bon Jovi, Savage Garden, A1.. e questi sono una reliquia.. Tori Amos, 80’s greatest hits, Insomnia..
Julia: Ma che ti porti appresso??.. – Kelly sorrise di nuovo – dai, metti quello che preferisci..
Kelly: Ok, quello che ho tra le mani – infilò un cd e diede inizio ad una traccia casuale.

Il breve viaggio si concluse sulle malinconiche note di “Summer moved on” degli A-Ha. “Diventi sempre così seria quando ascolti della musica?”, domandò Kelly. “Solo quando.. no lascia stare, è una stupidata”, rispose l’altra. “Sei nostalgica?”, continuò. “Sono solo rimpianti, cose che non riesco a spazzar via dalla testa”, l’automobile posteggiò qualche metro lontano dal ranch, a quell’ora, il tramonto si stava già manifestando senza fretta.

Kelly: Io non vorrei lasciarti così.. – pian piano si avvicinò alla bruna, quei vivaci occhi azzurri erano diventati cupi e affascinanti più del solito – ..parlami Julia
Julia (dopo un lungo respiro): Una volta avevo una fidanzata – Kelly non rimase colpita più di tanto, come se l’aspettasse – lei era meravigliosa, non le mancava niente, e per me era tutto. Un giorno, non diverso dagli altri, mi ha portato via quello che avevo di più caro al mondo. Quel giorno ho scoperto che la nostra storia è stata tutto un inganno. Quando si ama troppo si finisce come me, smarriti, consumati, annullati. – Kelly le accarezzò un braccio – Ma andrò avanti comunque, anche da sola. Non è da me inseguire rimpianti per tutta la vita.

...Qualche anno ancora, poi saremo libere di vivere la nostra vita. Cambieremo città, andremo lontano.. saremo felici...

“Qui ci sono solo io, Lena, e certamente non sono felice”, mormorò Julia.

La ragazza castana scese, fece il giro intorno alla macchina, e si fermò davanti allo sportellodell’autista. Con un sorriso, afflitto e consolante allo stesso tempo, si chinò e posò, di sfuggita, le labbra su quelle dell’amica. La bruna ne rimase frastornata e Kelly saettò in casa in un istante, tanto per evitare che, qualcosa di troppo, rovinasse tutto.

Julia: No.. Kelly.. no.. – e colpì il volante stizzosamente. Voleva già molto bene a quella ragazzina dai capelli ricamati, e non doveva permettersi di intaccare la sua carica di vita. “Forse ho soltanto confuso un gesto d’amicizia”, pensò tornando di nuovo sulla strada per Dallas.

***

3 Luglio

“È tanto che non scrivo in un diario.
Se io sono qui ora, ci sarà un motivo. Se è andata come è andata, ci sarà un motivo. Se il mondo è ancora là fuori nei secoli dei secoli, ci sarà un motivo. Così è tutto più facile da accettare. Se stasera Yan vorrà valersi dei suoi diritti di marito, non so se ci sarà un motivo, ma so che non ce la farò questa volta a reagire. Lui mi ha chiesto di perdonarlo, a me, come se nonostante tutto potessimo tornare ad essere quello che non siamo mai stati, una vera coppia di sposi. Ed io a chi andrò a chiederlo il perdono per il dolore in cui trascino chiunque mi è vicino..? La mia vita è come una spirale sospesa a mezz’aria, per quanto possa ruotare, se al di sotto c’è solo vuoto, resterà nel medesimo maledetto punto.

Non so perché continuo ad aspettarti, amore mio. Ci sarà un motivo? Forse è solo una mia utopia per continuare a vivere. Non so se ti rivedrò mai, e se, casomai avrò la gioia di rincontrarti un giorno, troverò il coraggio di guardare ancora in quel tuo bellissimo viso, per cercare anche solo una minuscola traccia di quell’amore che bruciava di passione quando eravamo insieme. Quell’amore che io ho sottovalutato sventatamente, al punto di farti del male. Ho pagato molto cara la mia debolezza, solo dopo le vicende di questi giorni mi sto rendendo conto veramente di quello che ho fatto. Tu eri la sola che contava per me, e io invece, ho ceduto ad una scelta rovinosa per una paura cieca, senza ricordare che tu ed io eravamo Noi, e che nessun altro al di fuori di Noi poteva salvarci.”

La giovane chiuse il diario e lo ripose in una borsa conservata nell’armadio. Si diresse in bagno per bagnarsi il viso e smettere di vagheggiare. Il telefono attirò la sua attenzione. Così sollevò il cordless dal suo appoggio e rispose…

Lena: Salve
Voce: La sig.ra Elena Zinòvsky?
Lena: Sono io
Voce:
Sono Thomas, si ricorda di me? Abbiamo parlato la settimana scorsa.
Lena: Sì, certamente.
Thomas:
Volevo avvisarla che la sua domanda d’assunzione nell’albo docenti è stata accettata.
Lena: Allora quando posso venire all’università?
Thomas: Entro una decina di giorni, se non ci sono imprevisti.
Lena: La ringrazio davvero, mi ha dato una bella notizia.
Thomas: Ne sono tanto felice per lei, allora, a presto professoressa - concluse giocosamente.
Lena: Le auguro una buona giornata.

Thomas: Anche a lei, e mi saluti suo marito. – riagganciò.

“Mi saluti suo marito.”, forse lui c’entrava fin troppo in quell’assunzione da tempo record. Un altro debito da accollarsi, un altro gradino che si andava ad aggiungere a quella scala che la conduceva sempre più in basso e sempre più fuori strada.

Erano le sette di sera e c’era ancora luce per le strade di San Pietroburgo. La giovane donna indossò sveltamente un paio di jeans sotto la sua leggera felpa e si infilò un paio di scarpe. Nella cucina mancavano alcuni ingredienti per la cena. Almeno in quell’occasione, era compito suo adoperarsi.

Quando fu pronta per uscire, il campanello della porta cominciò a suonare. Aprì. Davanti a lei tre individui in un impermeabile grigio. Uno dei tre le tappò subito la bocca e la spinse in casa. Uno degli altri due si assicurò che nessuno li avesse visti e poi chiuse la porta silenziosamente.

“Allora, mia bella signorina, noi siamo vecchi ‘amici’ di tuo padre”, cominciò a dire uno, mentre il compagnio proseguiva a tappare la bocca alla ragazza, che li fissava terrorizzata, “Faremo in fretta, non aver paura”, continuò. Prese un foglio di carta da una tasca dell’impermeabile e lo avvicinò al viso di lei, dicendo: “Lo vedi questo? È il totale della somma che ci doveva Markel, sì, quel morto di fame del tuo patrigno.” – Su quella lista, in fondo alla pagina, la cifra intera risaliva a circa 3.500.000 rubli, dei quali, una correzione indicava che la metà era stata risarcita. Ne rimanevano circa 1.750.000 (50.000 €) da liquidare.

“Adesso spetta a te ripagarci, se non vuoi andare a fargli compagnia in un bel letto d’ospedale”, proseguì lo stesso di prima, gettando il foglio ai piedi della ragazza.

Lena sgranò gli occhi. Nessun tentato suicidio, in conclusione. L’uomo la rilasciò intimandole con una pistola di non gridare. “Io non ho tutti questi soldi..”, disse lei, tremando. “Andiamo, una ragazza bellina come te, non avrà problemi a procurarseli”, disse un altro dei tre sorridendo perfidamente.

I tre si avvicinarono alla porta d’ingresso, e prima di andar via, uno si voltò e disse “La prossima volta che ci vedremo.. meglio che tu abbia almeno una parte del denaro con te”, chiuse il portone alle sue spalle, lasciando Lena afflosciata sul pavimento, paralizzata ed in lacrime.

***

Dallas, due giorni dopo gli ultimi avvenimenti
Nell’angolo più mal frequentato nei pressi del campus
5:45 p.m.

Julia e Samantha andavano in giro fianco a fianco in quella zona. Erano alla ricerca di un loro amico, e ne approfittarono per rendere ancora più chiara la loro amicizia. “Julia.. non so se riuscirò mai a capire quello che ti passa per la testa, forse perché non sono mai stata nella tua stessa situazione.. per comprendere.. ma.. spero di riuscire a pensare a te solo come a una sorella.. prima o poi.”, la bruna le strofinò una mano lungo la schiena e le sorrise, senza aggiungere nulla.

Non molto lontano da loro due, un gruppetto di ragazzi, più o meno della loro età, le guardavano insistentemente. La bruna lo notò, e si girò a sua volta verso di loro, quelli che si scambiarono non erano sguardi amichevoli.

Samantha (sgomitando all’amica): Jul, non guardarli, sono quelli della confraternita “Venomous” (Velenoso) – infatti, quello era il marchio presente almeno su un capo del loro abbigliamento, qualcuno lo portava sulla maglia, qualcun altro sul berretto, ecc... – .. sono fanatici del Ku Klux Clan (organizzazione segreta razzista nata negli Stati Uniti dopo la guerra di secessione del 1860)
Julia: E allora?? Che vadano a fare in c**o..
Samantha (spingendo la bruna): Shhhh!! Non farti sentire!
Julia: Se continuano a fissarmi a quel modo.. – li seguiva con lo sguardo continuando a camminare.

Un ragazzo del gruppetto, uno con un tatuaggio sulla fronte che trascriveva il nome della confraternita, disse agli amici con un certo sfottò: “Ditemi se quelle due non sembrano froce..”, “Due lesbiche?” chiese un
altro. “Proviamo a chiederglielo..”, detto questo, in cinque o sei avanzarono verso le ragazze.

Samantha: O mio Dio Julia.. stanno venendo da questa parte! – e senza tante cerimonie, afferrò un braccio dell’altra ragazza e lo strinse a sé.

Ragazzo (arrivato a due metri da loro): Dove andate bambolotte?
Julia ignorò la domanda di quel tipo e pensò rapidamente ad una via d
’uscita: Chi è il capo? – la sua amica le stava sempre avvinghiata al braccio.
Ragazzo2: Il nostro capo?? E che vorresti mai dal capo?
Julia: Io contro di lui. E se vinco io, voi sparite dalla circolazione, per sempre.
Ragazzo3: L’avente sentita? – iniziò a ridere - ..tu contro il nostro capo??? AHAHAah
Julia: Che hai da ridere idiota!? Ti sembra che io stia scherzando? – i sei le stavano circondando poco a poco.
Ragazzo: Vuoi vedere il capo? D’accordo, seguimi – Julia lasciò indietro la sua amica, “Jul! Dove vai!?!? Vengo anch’io con te!!”, ribadì Samantha
Julia: Vattene Sammy – ed era un ordine, Samatha conosceva quello sguardo deciso, e non era discutibile. Anche contro la sua volontà, rimase ad osservarla da lontano mentre lei si allontanava con i “Venomous”.

L’adrenalina era la fonte primaria del coraggio della bruna e lei sperava ardentemente che non le venisse meno, almeno non fintando che era in gioco.
Insieme ai sei ragazzi che la ‘scortavano’ raggiunse un posto strano. Un posto strano non perché isolato e malfamato ma perché era curioso il modo in cui una cricca di studenti venisse lasciata ‘libera di fare’ pubblicamente. Quello dove si trovava era un semplice giardino pubblico.

Uno dei sei tizi precedette il gruppo. “Quando c’è bisogno di qualcuno non c’è mai nessuno per miglia”, pensava Julia, frattanto che si guardava intorno e mentre avanzava in loro compagnia.

Nel giro di cinque minuti, altri tizi, non diversi da quei sei, sbucarono chi da un lato chi da un altro e confluirono tutti di fronte a loro, nel mezzo del parco completamente deserto.

Uno, fra tutti quanti, si fece avanti. Era un tipo medio-alto, capelli neri né corti né lunghi. “Vediamo chi è questa persona che vuole sfidarmi”, pronunciò il tipo; e quando vide quella piccola ragazzina scoppiò in una grassa e grossa risata. “Questa qui e quella che ti ha sfidato, Gus”, disse uno di loro, e rise, spingendo la bruna verso di lui. Lei se ne restava muta, il sudore le scendeva ugualmente silenzioso dalla fronte. “Beh? Dì qualcosa pulce!” proseguì Gus.

Julia inghiottì a fatica: Io contro di te, se vinco io, voi tutti lasciate la zona.
Ragazzo: Insiste con questa storia Gus, forse è tocca – oscillò un dito vicino alla sua testa per spiegarsi meglio.
Julia: Allora? Che facciamo? – e se c’era un modo per non farsi scoraggiare era reagire nell’esatto opposto che loro si aspettavano, lei non sarebbe stata la piccola pulce che credevano.
Gus: Vuoi batterti?! – si mise in guardia - ..aaah.. ma non c’è gusto con te.. – abbassò le braccia – ..basterebbe un soffio di vento a levarti dai piedi – ricominciò a ridere, seguito a ruota dall’intera truppa.
Julia (sempre più sudata): Andiamo, provare che ti costa? – tra sé – forza Julia, non crollare adesso.. non lo fare, tanto non hai nulla da perdere..

Quello che sembrava il capo iniziò a camminare intorno alla ragazza esaminandola di tanto in tanto. “Ok, ma faremo a modo mio”, con un pugno colpì lo stomaco di lei, obbligandola ad inginocchiarsi. “Visto? Non ti reggi neanche in piedi, e ti ho appena toccato”, rise, e con lui echeggiava sempre tutto gruppo. La ragazza bruna represse un gemito di dolore e si tirò su malgrado il fiatone. “Non mi hai.. fatto nulla”, buttò fuori lei.

Gus: Okkey.. vuoi fare la dura e non sai che se io volessi tu saresti già morta.. – lei continuava a fissarlo – ..ma va bene, vuoi una sfida? Eccola – tirò fuori una pistola – anche se non mi è chiaro il motivo per cui ci vuoi fuori dalle palle.

Un ragazzo intervenne “È una finocchia Gus, vuole campo libero per sbaciucchiarsi in tutta tranquillità con la sua amichetta, senza occhi e mani addosso”, ancora risate.


Gus: Aahhh.. allora è questo il motivo? Coraggioso da parte tua, venire fin qui.. – le oscillò l’arma sotto al naso
Julia: Non avete capito un ca**o.. e non ho voglia di spiegarvi niente..

Gus: Non me frega niente chi sei e perché sei venuta; in fondo non ci conosci e chissà cosa ti hanno raccontato su di noi.. ad ogni modo, queste sono le regole del mio ‘tiro al bersaglio’.. - caricò l
arma - ..spero per te che tu sappia correre.. faremo a turno..

Conclusa quella frase, le sirene di alcune volanti della polizia risuonarono per le strade tutte attorno la parco, sempre più vicine.

Gus: Rimandiamo il nostro incontro, pulce – si allontanò da lei – arrivano i piedi piatti ragazzi, ognuno a casa! - gridò, poi scomparve al di là del parco.

Ma dalle volanti erano già scesi diversi poliziotti. Questi bloccarono alcuni di loro, inclusa Julia, e lei non sapeva se esserne confortata o, al contrario, temere di peggio.

***

Dallas, una delle centrali di polizia
7:05 p.m.

In una cella, insieme ad altre due ragazze forse neanche diciottenni, Julia sedeva quietamente su una branda. Quelle due ragazzine, pallide e spaventate, la tenevano d’occhio timorosamente. In lei vedevano un pericolo imminente. “Niente batticuore bambine, non vi faccio niente”, disse la bruna con un lieve sorriso. Le due di fronte, accucciate nell’angolo più distante da lei che potevano raggiungere saltarono al solo sentirla parlare. Julia si sollevò e si avvicinò alle sbarre, gridando: “Ehi!!! Per quanto volete tenermi qua dentro, eh!??! Io non ho fatto nulla!!!”, colpì le sbarre con un braccio, spaventando ancora di più le due ragazzine.

Un’agente donna, aprì la gabbia, spinse indietro la bruna e chiamò le due ragazzine: “Venite fuori, ci sono i vostri genitori”, “Che modi garbati miss”, si scappò uscire dalla bocca Julia, con un pizzico di sarcasmo, in cambio ottenne un’occhiata glaciale da parte dell’agente; la quale, mentre accompagnava le due ragazze lontano dalla prigione, aggiunse: “Non si beve quando si guida, lo imparerete mai voi giovinastri moderni…?”

Julia (ancora colpendo le sbarre): Ehi!! Per quanto ancora devo rimanere qui con voi, eh!?!?!? EHI!
Poliziotto: Fa silenzio streetwalker!! (passeggiatrice)
Julia: Streetwalker??! – aggrappandosi sulle sbarre (immaginatevi una scimmia allo zoo) – vaf*****lo, che ca**o ti inventi! Te ne approfitti perché sono rinchiusa qua dentro, eh??!!

Il poliziotto batté il manganello contro le sbarre: “Fa silenzio!”. In quel momento Joe spuntò dietro di lui, qualificandosi: “Vice sceriffo Joseph Mc Andrew, la signorina è libera sotto la mia custodia, la faccia uscire”.

Per la strada, il vice sceriffo era nero di rabbia. Una telefonata alla sua stazione di guardia aveva fatto il nome di Julia e quello della centrale di polizia vicino l’università di Dallas. Guai su guai.

Joe: Ma che ca**o ti sei messa in testa?!?! Immischiarti con gente di quella risma! La prossima volta non chiamarmi!
Julia: Se mi lasci parlare-
Joe (le strattonò un braccio): Ma che vuoi parlare! Ti rendi conto che potevano arrestarti come componente della loro banda!?!? Sei un’incosciente!! Se Kelly non fosse scoppiata in lacrime, ti avrei lasciata volentieri lì per tutta la notte!!
Julia: IO NON HO FATTO NIENTE!!! LO VUOI CAPIRE!!!! Ero lì per caso e c’era anche Samantha.. dovevo allontanarli da lei.. potevano farci qualsiasi cosa.. ho avuto fortuna
Joe: Puoi dirlo.. Samantha ha avvisato la polizia, e meno male che siamo arrivati in tempo! Non dovevate passare di là, e tu smettila di fare la spaccona! Perché devi metterti nei pasticci per salvare gli altri!?? Potevano farti veramente del male..

Più tardi, al ranch dei nonni di Kelly…

Julia si ritrovò tra le braccia della ragazza castana appena mise piede nel cottage. Kelly era ancora in lacrime e la teneva stretta a sé, non voleva sentire ragioni, non avrebbe permesso alla bruna di allontanarsi da lei, almeno non quella volta: “Devi restare qui! Ti prego, ti supplico.. non tornare a Dallas”, implorò. “Ma Kelly, io sto bene, guardami.. non ho nulla, non posso rimanere qui da voi.. si staranno chiedendo che fine ho fatto..”. “Chiamali, ti prego non andare via..”, la stringeva così forte che non c’era modo di allontanarsi. “Ok, affermò la bruna sorridendo e arruffandole i boccoli castani.

La nonna era vicino a loro due e sapeva già cosa fare: Vado a sistemarti una stanzetta – sorrise l’anziana donna rivolgendosi a Julia.
Julia (sempre imprigionata nella presa di Kelly): Grazie signora

Joe, dopo aver attivato l’antifurto dell’auto, entrò in casa in quel momento e vide le due ragazze abbracciate all’ingresso:
Come mai non accogli mai il tuo fratellone allo stesso modo? – intuendo a cosa si riferisse, Kelly rispose, “Invece di fare il bietolone, và a lavarti per la cena.. immagino che voi due siete a stomaco vuoto”, e guardò la bruna, la quale annuì subito.

Nonna (dalla cucina): Kellyyyy!!! Puoi venire ad aiutarmi?
Kelly: Arrivo nonnina! – si scansò malvolentieri dall’amica e, soffiandole un bacio, si recò lentamente nella cucina.

Il fratello constatò qualcosa di diverso nel suo comportamento,
a quel punto ormai aveva capito l’andamento tra le due. Kelly non era una ragazza frivola, certe cose le nascevano unicamente dal cuore.
 
Joe: Senti Julia.. – si avvicinò a lei – ..ti conosco ormai da un po’ di tempo.. – le poggiò un braccio su una spalla, la ragazza cercò di mandar giù un blocco che le si era formato in gola – ..quindi te lo dirò chiaro e limpido; se fai soffrire la mia sorellina ti stacco dal collo quella tua testolina tanto graziosa, intesi? – Julia accennò cautamente un ‘sì’ con il capo – ..bene, mi fa piacere che ci siamo capiti subito, e adesso andiamo a mangiare qualcosa.. – così, mantenendo il braccio intorno alla spalla della bruna, Joe la accompagnò in sala da pranzo.

***

San Pietroburgo, 8:34 a.m.

Lena era al volante nella sua automobile, nel mezzo del traffico e dei semafori, rifletteva sulla scia di debiti seminata dal patrigno. C’era stata una richiesta di prestito ad un gruppo di usurai e c’era stata una domanda di prestito alla banca per risarcire il debito più gli interessi agli usurai (il perché di tale raggiri poteva spiegarsi nel chiodo fisso di lui nel voler mantenere la cosa il più possibile segreta all
interno della sua vita di medico, ma, stando a quanto era successo, la cosa gli era sfuggita di mano), dopodichè, scoperto che l’intero stanziamento dell’uomo era ormai prosciugato, la banca aveva ipotecato ogni bene, mobile ed immobile, fino a rimborsare l’intero mutuo. Quindi, il problema della banca poteva considerarsi risolto. Adesso rimaneva quello più grave da risolvere, e lei era sola, senza la sua fonte di vitalità che le mancava come il sangue alle vene, come l’aria ai polmoni, come la luce al giorno e come loscurità alla notte.

Posteggiò davanti al locale ‘Ying & Yang’. Aveva un’idea per la testa, qualcosa che la nauseava, ma forse era l’unica soluzione. Mai e poi mai avrebbe coinvolto Yan, sarebbe stato come mancare di rispetto a sé stessa.

Arina falciava l’erba nel parco circostante il locale; ci mise un po’ a riconoscere la proprietaria di quella massa di capelli vermigli che avanzava verso di lei rapidamente. Spense la falciatrice.

Le due vecchie amiche si abbracciarono, ma Lena non aveva tempo per raccontare la sua storia così parlò in questo modo: “Ho bisogno di vedere il tuo capo Ari, mi servono soldi ed in fretta, forse lui può trovarmi un lavoro extra”. “Ma Lena, stai tremando.. io ho dei soldi da parte-“, disse Arina, “No, ti prego, tu non puoi aiutarmi.. accompagnami da lui.. per favore” continuò la rossa, l’amica accondiscese e la prese per una di quelle mani che vibrava, accompagnandola dentro.

Il vero ufficio del capo era al sub-livello 2, parte dello spazio celato a chi non era stato invitato a conoscerlo. L’ascensore aveva un piccolo sportello nascosto dietro ai normali pulsanti dei piani aperti ai visitatori normali. Coperti da quello sportello c’erano altri tre tasti, sub-livello 2, sub-livello 3 ed un tasto bianco senza alcuna dicitura.

Arina si fermò nell’ascensore quando questa aprì le porte al sub-livello2. “A me è vietato proseguire”, per cui chiamò un uomo che passeggiava lungo un corridoio che era illuminato da candelabri appesi ad entrambi i lati. “Accompagnala dal boss”, chiese la cameriera all’uomo di guardia, e poi riferì a Lena “Non spingerti oltre quello che sei, Lena, ci saranno anche altri modi per risolvere il tuo problema”. La rossa le strinse le mani per ringraziarla e, con decisione, seguì quell’uomo nel lungo corridoio.

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