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***Capitolo
5***
Seguendo il sorvegliante al sub-livello 2, la giovane rimuginava su quello che stava per fare. Una parte di lei voleva solo fuggire nella direzione opposta. Appena lui si fermò davanti ad una porta, il cuore le saltò in gola. Arrivata fin lì, non poteva più tornare indietro. “Aspetta qui”, le disse l’uomo prima di bussare ed entrare nell’ufficio. Quando una voce la invitò ad entrare a sua volta, Lena si fece avanti con riservatezza. Al di là della scrivania sedeva un tipo con un paio di baffetti dall’espressione vagante. “Vieni, non temere”, assicurò lui gentilmente. Quella stanza era poco illuminata, in sottofondo si ascoltava una gradevole base lounge. Non si vedevano chiaramente tutti dettagli, c’era un’illuminazione molto povera; nel totale, sembrava un ambiente di calma e relax, non un ufficio. Proprietario: Dimmi tutto. - si accese un sigaro Lena (strofinandosi le unghie): Ho bisogno di un lavoro che paghi bene Proprietario: Con calma.. con calma.. - aspirò una boccata del suo sigaro - vuoi dirmi come ti chiami? Lena: Vorrei che lei mi chiamasse Juliana Krislava. Proprietario: Ok, Juliana Krislava. Se sei scesa fin qui, sai sicuramente di cosa ci occupiamo noi tutti. - poggiò il sigaro nel posacenere e si alzò dalla poltrona - ..il guadagno dipenderà principalmente da te. Lena: Cosa dovrei fare esattamente? Il capo si rimise il sigaro fra le labbra: Ricevimento di alcuni clienti particolari. Poi, gli sviluppi di quello che seguirà potrai deciderli tu. Lena: Che generi di sviluppi? Proprietario (affumicando l’ufficio): Compagnia.. amicizia.. puoi guadagnare anche fino a 20.000 (~ 577 €) con un paio di clienti generosi, se poi.. decidessi di ‘andare oltre’.. Lena: No. - replicò seccamente. Proprietario: D’accordo. Passa da me questa sera, scegli pure l’abbigliamento che preferisci. - spense il sigaro e lo infilò nel taschino della giacca che indossava. Lena: A stasera. - salutò e andò via. Fuori, il tipo che l’aveva accompagnata si accertò di riportarla nell’ascensore fino al livello base. Arina, che stava terminando di sgomberare un tavolo, la vide uscire dal locale, “Vorrei sapere in che ti stai cacciando, Lena…”.
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Quel giorno, al ranch vicino Killeen, 9:12 a.m. Nella stanzetta degli ospiti, Julia sonnecchiava sotto una coperta e mezzo lenzuolo, il suo continuo girarsi nel letto aveva spinto il resto giù dal materasso. Quando si era coricata, la sera prima, c’era un forte odore di naftalina dappertutto. Probabilmente da parecchio tempo nessuno la occupava. E quell’odore era stata la causa insonne della ragazza bruna. Dopo essersi rivestita, scese; sviando la cameretta di Kelly senza far rumore. Ma la ragazza castana era già in cucina, stava preparando una delle sue colazioni non inferiori alle 1000 calorie per la sua amica, e forse anche per gli altri… Kelly (con un grembiule intorno alla vita): Julia! Sei sveglia finalmente! - e sorrise. Julia: Che fai.. - sbadiglio - ..già in cucina..? - secondo sbadiglio con lacrimucce agli occhi. “Quasi quasi torno a letto”, pensava la bruna. Kelly: Preparo la colazione, non si vede? - disse entusiasta, maneggiando un tegame ed un paio di piatti. Julia, sbadigliando ancora, pensò: “Meglio che non le dico l’effetto che mi sta facendo questo odore di fritto”, si coprì la bocca con una mano e andò a sedersi intorno al tavolo. L’amica le sistemò subito una padella fumante sotto il naso. Kelly: Allora.. cosa preferisci? Bacon? Frittelle? Toast?... - la ragazza bruna portò anche l’altra mano sulla bocca e cominciò a sbiancare. “Grazie.. Kelly.. penso che andrò prima un minutino in bagno..”, così dicendo balzò in piedi e si affrettò fuori dal cottage. Kelly: Il bagno è dall’altra parte, Julia! “Aria.. aria fresca..”, sussurrava la bruna sulla veranda. Respirando profondamente si sentì subito meglio. Con tutto ciò, nel momento in cui apparve Kelly, porgendole un toast in un tovagliolo, lo stomaco le ricominciò a volteggiare. Julia (di nuovo con una mano sulla bocca): Ti.. rin..grazio .. ma non ho mol..ta fame.. adesso.. - scese fuori, nel ranch - maga..ri più tardi - allontanandosi - vado a fare una corsetta… Kelly: Ma così si raffreddaaaaa! - l’altra si allontanava sempre di più - ..quanto sei strampalata Julia.. Più tardi, dopo che Julia tornò dalla sua corsetta clandestina, fu costretta dagli occhioni giocondi di Kelly ad ingoiare almeno un toast. I nonni erano ambedue felici di conoscere meglio ‘l’amichetta della nipotina’. Così la chiamavano. Per la nonna, bastava che Julia nominasse l’università per ottenere la sua approvazione come persona; per il nonno, calma piatta. Il suo interesse principale era il football americano e la ragazza era a corto di argomenti a riguardo. Joe era andato a lavoro di mattina presto. Julia era libera dall’università per tutto il giorno, aveva avvisato la sera prima, e Kelly le fece una proposta: “Perché non andiamo a fare un giro fino al fiume Colorado? (fiume del Texas che scorre abbastanza vicino Killeen [dal ranch erano 40 km ~] e attraversa la città di Austin, sfociando nel Golfo del Messico).” - “Volentieri, se non è troppo lontano”, le rispose Julia. “Per niente lontano, e poi domani ho l’esame per la patente, devo fare pratica, no?”, sorrise alla bruna. Nella Chevrolet, che tra uno scoppietto e un po’ di fumo continuava a muoversi, le due ragazze viaggiarono serenamente tra le smisurate pianure del Texas. Guidava Kelly, e conduceva l’auto piuttosto bene, constatò Julia. A quel punto però, erano sole, c’era silenzio e la radio stravecchia dell’automobile gracchiava e basta; c’era un argomento che a forza di cose era stato messo da parte, ma adesso nessuna delle due voleva farne parola. Per parlare di che, poi? Poteva essere un niente così come poteva essere ogni cosa; la bruna non osava ricordarlo. Meglio dimenticare. E poi c’era un’atra vociona che le rimbombava in mente “…se fai soffrire la mia sorellina ti stacco dal collo quella tua testolina tanto graziosa, intesi?”, e che voce convincente era quella… Kelly: A che pensi? - fine della tranquillità. Julia: Niente.. pensavo che manca poco prima di ritornare a San Pietroburgo. Kelly perse quell’aria entusiasta che le apparteneva sin da quando si era svegliata: ..oooh.. e quando sarebbe? Julia: Massimo due mesi. Mi mancano i miei genitori.. Kelly: Ti manca anche lei.. - le sfuggì quella frase che non avrebbe mai detto in altre circostanze. Julia (con una certa animosità): Mi mancava molto i primi tempi, la vedevo ovunque mi voltassi, ma adesso è diverso - confermò sinceramente - e poi, chissà che ne sarà stato di loro.. - mormorò. Kelly tacque per il resto del viaggio e l’altra sembrò non desiderare nulla al di fuori del silenzio. Raggiunsero il fiume. La Chevrolet parcheggiata lì vicino, qualche persona che si rinfrescava nelle acque, altri che andavano a passeggio, e infine c’erano loro due. Proseguendo lungo il fiume, si raggiungeva una zona che attraversava la vasta vegetazione del Texas dove vi erano alberi di cedri, alti decine di metri, che ombreggiavano la pianura difendendola dal sole estivo. Kelly raccolse una foglia di una pianta vicino la riva e si sedette ad ammirare l’orizzonte. Julia si unì a lei senza dir nulla. Kelly (osservando la superficie del fiume e giocando con la foglia): Te la senti di parlarmi di lei? Julia: Meglio di no, non voglio ricordare tutto da capo. Ti spiace? Kelly: No, se non vuoi, non importa.. come si chiama però me lo dici? Julia (carezzandosi i capelli): Lena Kelly: ..um.. mi dispiace che ti ha fatto soffrire, tu hai tanto dentro da dare a chi ami.. - si girò verso di lei - ..posso sentirlo solo standoti vicina.. ed io ho quasi paura di avvicinarmi troppo a te.. - la ragazza bruna la guardò a sua volta - ..come se poi non potessi più allontanarmi.. Julia (accennando un sorriso): Kelly.. da come stai parlando sembra quasi che.. mi sembra che.. Kelly: ..devo dirti una cosa Julia.. - la bruna ingoiò ed annuì contemporaneamente - ..sai, quando ieri mio fratello mi ha detto che l’avevi chiamato perché ti avevano arrestata, io mi sono sentita mancare la terra da sotto i piedi.. mai prima di allora.. Julia (appoggiandole una mano sulla spalla): Ehi.. io sono qui, non è successo niente.. dai piccolina.. - e le accarezzò le spalle. Kelly: ..lo so.. ma in quel momento.. - gli occhi lucidi le scintillarono - ..ho avuto paura come quando si rischia di perdere una persona che ami.. - Julia sussultò all’ultima parola, la ragazza castana si voltò verso di lei, con in mano quella foglia e con due lacrime pronte a sporgere dagli occhi smeraldo - ..ti sto dicendo che.. non avevo mai provato nulla di simile per nessun altro se non per la mia famiglia.. La giovane bruna fu di nuovo assalita da uno stato d’ansia che andava man mano aumentando. Presa dal nervosismo, con la mano sinistra raccolse dei piccoli sassi, tirandoli nel fiume uno ad uno con la destra. Kelly tornò ad osservare il fiume, e ammirò alcuni bambini che giocavano lì vicino. Improvvisamente si sollevò e lasciò cadere la foglia che teneva in mano sulle ginocchia dell’amica. Dopo questo, scappò in direzione dell’automobile. Julia si voltò velocemente e la vide correre. Raccogliendo quella foglia notò che c’era una piccola incisione fatta grossolanamente con le unghie ‘I LOVE Y’. Si alzò anche lei e raggiunse l’amica di corsa. Non appena Kelly la vide avvicinarsi con quella foglia tra le mani, sollevò entrambe le braccia come se volesse fermarla dal dire qualcosa e urlò: “Lo so! Non dire niente, non dire niente!”, Julia voleva abbracciarla ma non fece nulla se non fissarla in trasparenza. “Kelly..”, “Non dire niente Julia, per favore, lo so già, volevo che tu lo sapessi, e nient’altro..”, la castana si asciugò alcune goccioline dal viso e disse: “Torniamo prima che Jo Jo venga a cercarci”, sforzandosi di sorridere. Julia la vide salire nella Chevrolet e poi infilarsi un paio di occhiali da sole sul naso. “Perchè proprio io piccolina..? Io non sono come tu dici.. dentro ho solo un infinito spazio vuoto..”, meditò la bruna infilandosi quella foglia all’intero della t-shirt che vestiva.
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Giunse la sera a San Pietroburgo, erano le 9:00 p.m. Lena era nella camera matrimoniale dell’appartamento che condivideva con il marito. Lui non c‘era. Se potevano evitarlo non si parlavano, e ancora meno si vedevano. Da quella notte scorsa, dormivano in camere separate, ognuno passava il suo tempo libero lontano dall’altro. Benché Yan avesse tentato di riavvicinarsi, nella sua testa c’erano sempre le grida di quel nome a bloccarlo; quel nome che gli impediva di essere felice con sua moglie, e che adesso gli impediva addirittura di sfiorarla. Ma si tirava avanti lo stesso. Nel giro di poco tempo, la signora Elena Zinòvsky avrebbe ottenuto una cattedra all’università e, quella sera stessa, Juliana Krislava avrebbe intrapreso la sua professione notturna. Stava cercando nel suo armadio qualcosa da mettersi addosso. “Che cosa..? Che cosa..?”, si interrogava. Non voleva apparire per una donna leggera, ma non poteva essere sé stessa. Un bel problema. Trovò un lungo vestito color azzurro acqua. Un abito regalatole dal marito che aveva indossato una sola volta nella vita. Finì di prepararsi e raccolse la borsa dal comò; all’interno di questa conservava una foto, di lei e Julia insieme, scattata durante la cerimonia di fine anno alle superiori. Lena la prese tra le mani contemplandola per qualche secondo poi la ripose, trovò le chiavi all’ingresso ed uscì di casa. Nel corso di una mezzora, raggiunse quel locale per la seconda volta dopo anni di assenza, “Ying & Yang”. Non aveva più messo piede in quel posto per molto tempo, e solo allora realizzò che i due sorveglianti di una volta non erano più alla loro postazione. C’era un altro tizio, un armadio ambulante. Uomo: Documenti signorina Lena (tirò fuori la patente): Eccolo - con un gesto della mano il sorvegliante le consentì l’accesso. Stabilite alcune regole nell’ufficio del principale; e principalmente: 1) Non scambiare mai numeri telefonici o indirizzi privati con i clienti, 2) Evitare categoricamente di stringere relazioni progressive con i clienti, se non all’interno del lavoro stesso, 3) In caso di infrazione (con questo termine si intendevano svariate cose), dall’una o dell’altra parte, informare il soprintendente senza prendere proprie iniziative; il lavoro ebbe inizio. E queste regole erano ben comunicate sia ai sunnominati clienti che ai ‘dipendenti’. Lena si ritrovò sbalzata al sub-livello 3, dove, in uno spazio non troppo diverso (se non per l’atmosfera) dal pub di qualche piano più su, vi erano persone sedute intorno ai tavoli come di costume in un qualsiasi locale serale. Un ragazzo diciannovenne si avvicinò a Lena presentandosi: “Io sono Frost, e tu devi essere Juliana, giusto?”, “Giusto”, confermò la giovane continuando a guardarsi intorno. Il ragazzo la prese sottobraccio ed intraprese con lei una lenta camminata verso il bancone, intanto cominciò a spiegarsi: “Questo è il tuo primo giorno, il capo mi ha chiesto di spiegarti come funziona la cosa da vicino.. innanzitutto, il posto in cui ti trovi, non è un ambiente corrotto, qui la gente viene per rilassarsi e noi, tu, io e gli altri, non siamo squallida mercanzia di piacere, non ci pagano per performance straordinarie, e non facciamo quello che non vogliamo...” - lei lo ascoltava solo parzialmente, quel giovane sembrava alienato dall’ambiente che li circondava, ne parlava come se quella fosse un’ordinaria professione la cui rendita era abbastanza soddisfacente.
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Quindici giorni dopo, Dallas University, 5:00 p.m. La ragazza bruna era nella sua camera singola, seduta sul letto, e stava parlando al telefono con un vecchio amico… Yustin (protestando): Sono mesi che non ti fai sentire! Julia: ..hai ragione, scusa, ho avuto da fare con gli esami Yustin: Una telefonata in più non ti costava poi molto.. Julia: Lo dici tu, le tariffe per le extracontinentali sono piuttosto care.. Yustin: Tirchia! Julia (ridendo): Okkey.. non dicevo sul serio.. - tornò seria in un secondo - raccontami di loro.. Yustin: Del prof. Zinòvsky e di sua moglie? - Julia non riuscì a rispondere in un primo momento - ehi? Jù?! Julia: .. così si sono sposati.. Yustin: Sì, e precisamente, cinque mesi fa, appena lei ha preso un dottorato in astrofisica. Ti ricorderai sicuramente che erano la favola dell’università.. Julia: ..già.. ti richiamo appena posso, forse è più probabile che prima ancora ci vediamo di persona, non mi manca molto.. Yustin: Non vedo l’ora di rivederti, ti saluto. Ah! Hai notato che 1+1÷1-1x1 è uguale a 1? - alla bruna non fregava più di tanto che risultasse uno.. il numero 1 poteva anche essere il quadrato del quoziente intellettivo del suo amico, lei aveva un solo termine infinito che le ruotava per la testa, quel Noi che non esisteva più nel cuore di chi amava. Dopo aver riagganciato e fatto una doccia veloce per scacciare i cattivi pensieri, indossò qualcosa, giusto per vestirsi, e se ne andò dal campus. Camminando per circa due km, e attraversando un breve tratto vicino la “Stemmons Fwy”, si ritrovò al “Trinity River Greenbelt Park”. Dallas era la seconda città del Texas quanto a importanza. Negli anni che aveva trascorso all’università, la ragazza non si era mai davvero interessata a visitarla come si deve, se non per andare una volta con alcuni compagni al “Texas Stadium” o visitare il “Museum Of Art” e il “Dallas Theatre Center”. Parte della storia di quella città si focalizzava soprattutto nel ventennio degli anni ’50 e ’60 (assassinio del presidente americano John F. Kennedy, nel novembre del 1963), periodo in cui vennero edificati i principali musei e atenei. Faceva molto caldo. La giovane bruna riusciva a mettere il naso fuori dalla sua camera solo nel tardo pomeriggio, e nonostante il torpore impostole dalla calura, pensava e ripensava a quell’ultima telefonata: “È inutile che piangi, tanto nulla la riporterà da te..”, si diceva sfregandosi gli occhi. Dunque alla fine si erano sposati, e quindi loro due non erano mai state le anime gemelle in cui aveva sempre creduto. Sembrava proprio che fosse giunto anche per lei il momento di rassegnarsi definitivamente e voltare pagina. Vicino ad un albero del parco, sostenuto dal tronco di questo e in uno stato incidentale, c’era un ragazzo che le parve di aver già incontrato, forse assopito. “Gus?” Si domandò lei. Appena fu più vicina vide una siringa vuota da 1,5 ml nella mano sinistra di lui. La pelle di quella mano era di un colore bluastro, come il resto del braccio e parte dell’altro, compreso il viso. Lei gli si avvicinò rapidamente scuotendogli le spalle: “Ehi! Svegliati! Ehi?!!”, il ragazzo sembrava semicosciente, il torace si sollevava faticosamente nella respirazione. La ragazza lo schiaffeggiò, lui aprì gli occhi per metà, fissandola di traverso “..hmum.. chi sei..? Vattene.. VATTENE!” spinse Julia a terra e le puntò l’ago della siringa al viso, “Vattene! Vattene!”, continuava a gridarle tremando. La bruna chiamò il 911 senza pensarci troppo a lungo. Sempre assicurandosi che il tipo non perdesse i sensi, attese impazientemente quei pochi minuti prima di sentire la sirena dell’autoambulanza avvicinarsi. Il galletto dei “Venomous” faceva uso di droghe pesanti, eppure, ricordandosi di quella volta, le sembrò talmente insensato; in quel preciso momento lui era con la testa in un altro mondo, sorrideva e digrignava i denti, completamente disorientato. Due infermieri con una portantina si inginocchiarono vicino al ragazzo, cominciarono a controllare il suo stato generale, intanto l’altra ne spiegava ulteriori elementi, prima di tutto indicò la siringa. Infermiere: Overdose, prepara immediatamente una fiala di Narcan (farmaco che può neutralizzare gli effetti dell’eroina) - disse al collega. Infermiere2 (a Julia): Da quanto tempo è in questo stato? - intanto che preparava l’iniezione. Julia (in piedi vicino a loro): Non saprei di sicuro, io l’ho trovato così solo 10 minuti fa. - il sudore le scorreva giù dalla fronte. Un gruppetto di gente si stava affollando lì vicino. Tempo di altri cinque minuti, che Gus venne caricato nell’ambulanza e trasportato d’urgenza in ospedale. Julia era ancora insieme a lui. “Meglio che gli resti vicino, un parente o un amico può aiutare parecchio in questi casi”, le disse uno degli infermieri. Di fronte a tutto ciò non era il caso di precisare i dettagli del loro primo e unico incontro. Molto più tardi, verso le ore 9:02 p.m. Policlinico, reparto First Aid and Emergency In una stanza con un solo posto letto c’era un piccolo lume che metteva in chiaro i profili del giovane nel letto, con una flebo nelle vene, e della ragazza sedutagli accanto. Lei non sapeva perché si era convinta ad assisterlo. Dopotutto quello lì non era un bel soggetto, e forse, se riuscisse a rimettersi in piedi, come aveva riferito il medico, non esiterebbe a riprendere con lei quel ‘tiro al bersaglio’ di cui parlava. “uhmmmMMM”, mugugnò la bruna stirandosi la schiena dolorante sulla sedia. “Beh.. io la mia buona azione l’ho fatta”, si alzò e fece per andarsene “Tanti saluti galletto.. stammi bene”. “Aspetta, pulce..” , sussurrò lievemente una voce appena risvegliata. Julia lasciò la maniglia della porta e si voltò. Gus si era girato verso di lei e la guardava debolmente, implorandola con lo sguardo di restare. “Vedo che adesso ti ricordi di me.. come và?”, chiese la bruna tornando a sedersi. “Ancora vivo”, rispose lui. Julia: Quella roba che ti fai.. meglio che lasci perdere. Il dottore dice- Gus: Non me frega un ca**o di quello che dice il dottore!!! - la ragazza si sollevò di nuovo e sistemò la sedia in un angolo, senza dire niente si riavvicinò alla porta - aspetta.. scusami, non andartene.. Julia: ..va bene - rimise la sedia un’altra volta dov’era e si risedette - ..il dottore dice che la prossima volta sarà la tua ultima. Devi disintossicarti in ospedale. Gus: ..e che poteva dirti un medico del ca**o.. li conosco già quelli come loro.. ma io voglio andarmene da qui - si mise seduto - aiutami ad andarmene.. Julia: Ehi! Non fare ca****e! - lo spinse giù - hai così tanta voglia di morire?? Eppure l’altro giorno non mi sembravi uno così stupido.. st****o sì, ma non ti facevo anche un’idiota Gus (con un mezzo sorriso): E tu perché hai aiutato uno st****o? Julia: Passavo di là e non mi andava di farmi i ca**i miei, sai com’è, a volte capita.. - sorrise - ..è meglio per te che non ti alzi, che non fai st******e tipo scappare, che parli educatamente con i medici e che mi spieghi come mai eri nel parco con un cannone nelle vene. - disse, avvicinandosi a lui ancora di più con la sedia. Gus: Non mi và di parlarne, io non mi faccio di eroina, qualcuno me la ficcata nelle vene senza che potessi farci nulla, ma tanto tu non mi credi, così come quei ca**o di medici là fuori.. - si girò su un fianco dando le spalle alla ragazza Julia: Questo spiega perché stavi per rimanerci secco, c’era una dose sballata in quella siringa. Ti credo galletto, tranquillo - azzardò una pacca sulla spalla scoperta del giovane. Gus si voltò con un’espressione molto meravigliata ma sorridente. “Grazie pulce.. anche per avermi salvato la pellaccia”. In quel momento entrò una giovane infermiera e spiegò che l’orario per le visite era terminato. Accompagnò Julia fuori la stanza, ma dopo che questa salutò il ragazzo con un’altra pacca sulla spalla. “Ciao pulce”, disse lui, “Ciao galletto”, disse lei.
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San Pietroburgo Nell’appartamento dei Zinòvsky, 7:45 a.m. Lena e il marito erano in cucina per la colazione. Da alcuni giorni entrambi lavoravano nella stessa università e ambedue si vedevano molto più spesso. Per coprire la faccenda del lavoro notturno Lena disse che si trattava di un’opera di aiuto umanitario per i senzatetto. Dato che di giorno lavorava, non le restava che la notte da dedicare al suo prossimo. Il marito non si intromise, benché fosse molto preoccupato per la sua salute. Lena dormiva poche ore, non mangiava abbastanza, era sempre priva di energie e tremava, come quella stessa mattina. Mentre stava versando del caffé nella tazza la mano le vibrò involontariamente rovesciando il liquido bollente sulla tavola. Lei, agitatamente, strappò un foglio dal rotolo di carta assorbente e si affrettò a ripulire, Yan le afferrò la mano e la costrinse a guardarlo. “Cosa c’è Lena?”, domandò gentilmente. La abbracciò e bisbigliò: “Cosa ti sta succedendo..?” - la giovane donna non disse nulla, restò immobile, fra le braccia del compagno, fissando un punto qualunque nel vuoto di quella cucina. Ormai si sentiva come se nulla più le appartenesse realmente, neanche la sua vita. Era tutto come in un programma; svegliarsi, uscire, vedere gente, fingere di esserci, tornare, riuscire, ritornare, riposare per un po’ e ricominciare da capo. Quello non poteva dirsi vivere. La sera precedente, ad uno dei suoi appuntamenti… 1:23 a.m. Un uomo, sulla cinquantina, conduceva a braccetto Juliana Krislava verso l’esterno di un teatro dove avevano trascorso qualche ora tra gente di un certo livello che li immaginava come loro. Una coppia ricca e felice. Dopo le prime serate di attività, la ragazza dai lunghi capelli si stava accorgendo di quanta ipocrisia veleggiava tra la maggior parte delle persone, disposte a qualsiasi cosa per salvare le apparenze; un po’ come il suo vecchio patrigno. Quando si erano allontanatati parecchi metri dal teatro, l’uomo le lasciò il braccio: Allora mia cara, il tuo compito è finito - prese delle banconote da sotto la giacca - ecco quanto ti devo.. - le consegnò la somma pattuita con il proprietario, parte della quale era già stata incassata dal medesimo tempo prima - ..se vuoi un extra.. - il tipo sorrise e Lena spalancò gli occhi, poi sollevandosi l’estremità dell’abito corse più velocemente che poteva lontano da lui - Aspetta Juliana! Volevo solo darti la mancia! - gridò l’uomo, ma quelle parole non la raggiunsero. La giovane correva e le lacrime le bagnavano il viso, fino ad annebbiarle la vista della strada. Trovò un angolo per appoggiarsi e pacare il suo pianto. Aveva avuto paura. Quella vita la stava uccidendo una seconda volta. “Julia.. esisto ancora per te..? Julia..”, mormorò sulla strada di casa. Lena si scostò dal marito e terminò di asciugare la tavola, in seguito disse: “È ora di preparaci, io vado a vestirmi Yan”, così tornò nella loro camera e chiuse la porta. “Forse è colpa mia.. non avrei mai dovuto chiederle di diventare mia moglie.. forse adesso sarebbe felice”, rifletté il marito.
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Presso la zona di Killeen, al Ranch 2:00 p.m. Erano passate due settimane da quando Kelly aveva parlato con lei l’ultima volta. La ragazza bruna non aveva osato telefonarle. Solo quella mattina si decise ad andare da lei. Nella camera personale di Kelly, attraverso la finestra, il fratello scrutava i movimenti di Julia con una certa indignazione. “La tua Julia è qui”, riferì alla sorella. La ragazza castana non stava attraversando un buon momento e tra quello di cui non aveva bisogno c’era anche l’apprensione fuori luogo del fratello che aveva constatato l’improvvisa picchiata del rapporto d’amicizia tra le due. E ce l’aveva a morte con la brunetta, perchè aveva infranto il loro patto. “Non dire nulla Joe, non metterti in mezzo, tu non sai”, singhiozzò Kelly. “Certo che lo sò! Lei si comporta come Casanova e io la tratto come un maschio!”, così dicendo, Joe spalancò la porta e si precipitò giù per le scale. Con passi pesanti e spediti, aprì la porta e si ritrovò faccia a faccia con lei. La ragazza varcò la soglia lentamente, qualcosa nell’aria non prometteva un’accoglienza amichevole. “Che ca**o ti sei messa in testa!!”, allungò una sberla alla ragazza e lei non fece nulla per scansarla. Julia andò a sbattere con la schiena sulla porta dell’ingresso appena chiusa. “Come sta lei.?” domandò, passandosi il dorso della mano sulla guancia infiammata. Il giovane le affondò un pugno nello stomaco, “Ecco come sta!”. Kelly li aveva raggiunti, e li stava fissando con timore “Non farle niente!! Non colpirla!!” gridò. “No.. - colpo di tosse - ..colpiscimi invece! Forse è l’unico modo per togliermela dalla testa.. io non ne sono stata capace fino ad oggi.. colpiscimi!!” urlò la bruna spingendo il vice sceriffo, e lui era pronto ad accontentarla. La sorella si mise in mezzo separandoli con le braccia. “Fermati Joe, non toccarla!!!”, e questa volta non era supplica, somigliava più ad un ordine. “In non ce la faccio più..”, sussurrò Julia in lacrime, sorreggendo il suo peso vicino la porta. L’altra ragazza le corse accanto e la accolse tra le braccia, cullandola, cercando di confortarla. Joe gironzolava lì vicino, senza sapere cosa fare, senza sapere con chi prendersela veramente per quella situazione assurda. Senza riflettere tirò una nocca sul mobile preferito della nonna, il risultato fu la sua mano sanguinante ed una lieve ammaccatura sul legno di quercia del mobile. “Aiiuhhhoaaa..!!!”, lamentò silenziosamente. Più tardi, stesso posto, nella stanza di Kelly... Un lieve soffio di vento gonfiava regolarmente una delle tendine sulla finestra aperta. Era una brezza tiepida, ma nell’ombra, poteva anche considerarsi piacevole. L’odore di naftalina là non c'era, al suo posto, il leggero profumo dei fiorellini di campo nel piccolo vaso posto sul comodino, sotto la finestra. Julia era stesa sul letto su di un fianco, con un braccio tra la testa ed il cuscino, come di sua abitudine. Da quella posizione, anche grazie alla finestra così vicina al letto, poteva ammirare il limpido cielo di un pomeriggio estivo. Dei sui vestiti le rimanevano i jeans ed una sottile magliettina intima, il resto poggiato su una sedia lì da qualche parte. La ragazza bruna era sveglia, ma non lo era la sua piccola amica; infatti questa riposava alle sue spalle abbracciandole la vita e tenendosela stretta come se fosse la cosa più preziosa che avesse. “Ti voglio bene Kelly”, mormorò la bruna accarezzando la pelle sottile di quel braccio che le cingeva la vita. La ragazza castana si spostò di poco da dietro le spalle dell’altra, con quel braccio, raggiunse la mano che l’accarezzava e la mantenne nella sua, toccandone fuggevolmente le dita di tanto in tanto. Kelly aveva ancora il suo vestito addosso, spiegazzato e scomposto durante il sonnellino, ma non le dava alcuna noia. “Ti voglio bene anch’io Jul”, dicendo così, posò le labbra sulla parte di schiena scoperta dell’altra, lasciandole lì per pochi e intensi secondi. “Grazie per quello che sei”, disse la bruna ruotandosi di 180° e incontrando quegli occhi verdi, “L’amore che ho per te, ora, non riesco ad essere che questo”. Le due si unirono in un triste, malinconico e disperato abbraccio. “Perdonami Kelly, io non dovevo lasciare che accadesse di nuovo, Dio sa quanto vorrei renderti felice..”, pensò Julia avvicinandola a sé e strofinandole i lunghi ricci castani, mentre l’altra le toccava appena il collo con le labbra. Più giù, nel salotto del cottage, allo stesso momento… La nonna aveva da poco terminato di ritoccare il suo ultimo capolavoro, una torta farcita di sua invenzione. Con la collaborazione del nipote, nonostante la fasciatura alla mano (in merito, lui aveva detto che si trattava di un morso da parte di un opossum indispettito, sempre che la nonna non ne dubitasse esaminando con attenzione il suo adorato mobile e l’entità del danno), aveva ottenuto un risultato ottimale. Nonna: Chiama le ragazze, devono darci un loro parere - sistemò la torta sul tavolino al centro della stanza. Joe: Poi, lasciale dormire nonnina. La nonna si sedette sul divano e dopo qualche minuto di silenzio parlò: Tua sorella ha pianto spesso negli ultimi giorni, lei pensa che i suoi vecchi nonni non le vedono certe cose.. sono un po’ preoccupata Joe: Lo so.. - si gettò sulla poltrona di fianco alla nonna, facendo sobbalzare l’anziana donna dal contraccolpo - spero le passi.. Nonna (picchiando la mano sul ginocchio del nipote): Che ne pensi di una bella festa!? Joe: Aioh.. - si accarezzò il ginocchio - .. sì, penso che sia un’idea.. magari le faccio conoscere un paio di amici, così riesce a trovarsi un ragazzo - la nonna lo guardò un po’ pentita della sua idea. Cosa significava questo? Ci pensò su. Ragazzo --> Appuntamenti -->Serate fuori -->Troppe serate fuori -->Sesso -->Fidanzamento -->Gravidanza -->Gravidanza senza fidanzamento -->Bambino -->Soldi -->Famiglia -->Niente Famiglia -->Addio ai nonni. La donna entrò in crisi cerebrale, scattò in piedi e tornò in cucina rimuginando per tutto il percorso. Joe: Nonna? - si avvicinò al tavolino con la torta - non ti dispiace se te lo do io un parere, vero? - stava per afferrarla qualdo si sentì un’occhiata raggelante dietro la schiena - “Ho detto che è per le ragazze”, ribadì la nonna sulla porta della cucina. |