***Capitolo 6***

Mosca, 6:45 a.m.
In un albergo di notoria fama.

Il tempo scorreva velocemente; era quasi trascorso un intero mese da quando Juliana Krislava aveva iniziato a lavorare segretamente. Tutto sommato, aveva messo da parte una buona somma per quella gentaglia che la perseguitava anche quando non si facevano vivi direttamente; anche quando da sola, nel suo letto, cercava di dormire senza incubi e anche quando doveva mentire al suo compagno.

C’era un indiscusso imprenditore che aveva chiesto espressamente della Krislava al proprietario del “Ying & Yang”, per qualcosa di più impegnativo e altrettanto vantaggioso per entrambi. Si trattava di seguirlo per un viaggio di lavoro lungo cinque giorni, nel corso dei quali, gli serviva un’accompagnatrice fine e garbata per alcuni appuntamenti e cene, sempre di lavoro.

Così Lena si ritrovò ad alloggiare in una suite di quell’hotel insieme all’imprenditore. Naturalmente dormivano in letti separati e nulla di ciò che avveniva andava oltre alla solita routine prestabilita.

Quella mattina si svegliò molto presto. Coprendosi con un soprabito, si diresse verso la terrazza della suite. L’alba ravvivava già l’atmosfera. La giovane donna poggiò le mani sulla lunga ringhiera ed inspirò profondamente. La sua mente era occupata sempre dalla stessa persona, ma Lena non voleva più liberarsene, in realtà, non lo aveva mai voluto. Ma lei non c’era. Non sapeva se in quel momento era ancora in America, non ebbe mai modo di sapere nulla di preciso dopo la sua partenza. Chiedere ai genitori, o agli amici, sarebbe stato un contro senso dopo tutto quello che le aveva separate. Ma voleva sapere a tutti i costi se stava bene, se era felice, se l’aveva dimenticata per sempre, o solo se stava con qualcun altro migliore di quanto lo sia stata lei stessa.

Mentre era assorta in questi pensieri, il cellulare nella tasca del soprabito vibrò.

Lena (leggendo il nome sul display): Ciao Yan
Yan: Ciao, come procede la tua visita dagli zii?
Lena: ..oh.. b-bene grazie. Tu come stai?
Yan: Mi sono svegliato adesso – sbadiglio – tra un po’ mi vesto e vado al lavoro.. indovina chi c’è con me?
Lena: Chi c’è? – domandò incuriosita.
Yan: Un bel micetto.. anzi, ora che la guardo meglio è una bella micetta. Ieri era sotto l’automobile fuori il palazzo, era tutta sola – Lena cominciò a ridere - ..beh.. l’ho portata su con me, ti dispiace?
Lena: Certo che no, sono contenta che hai qualcuno che ti fa compagnia

Voce (da un altro lato della suite): Juliana, sei sveglia?

Lena: Ti devo lasciare, ciao e buon lavoro
Yan: Di già, ma c’è qualcuno lì vicino a te?
Lena: Mi stanno chiamando, devo andare
Yan: Ok, ciao, ti amo – dopo un secondo riattaccò. Sapeva che la moglie non l’avrebbe salutato con le stesse due piccole parole magiche; le evitò di accampare scuse banali.

Voce: Su Juliana, ci aspetta una giornata pesante, comincia a prepararti, sono già le sette e un quarto…

Lei sapeva bene che non esistevano zii nella sua famiglia. Ripose sconsolatamente il telefono nella tasca. Dopo aver strappato un “buon giorno” a delle labbra esauste, l’imprenditore asserì che l’avrebbe attesa giù nell’atrio dell’hotel, non oltre un quarto d’ora. Era tutto programmato, il lavoro, la vita; come sempre.

***

Julia aveva lasciato l’università di Dallas da pochi giorni. Lì, con Bianca e Samantha, aveva impacchettato i suoi bagagli per far ritorno a casa, in Russia. La biondina, con i capelli sincronizzati con quelli della bruna (Samantha), la tenne stretta a sé per tutta la giornata. “Promettimi che tornerai da queste parti un giorno”, disse piagnucolando. “Promesso”, le rispose Julia abbracciandola per l’ennesima volta. “Coraggio Julia, i miei ti aspettano, meglio andare”, dichiarò Bianca sollevando le valige.

Julia: Ciao Samantha – sorrise alla biondina e le asciugò le lacrime.
Samantha: Ciao.. – e le tenne le mani fino al momento di separarsi definitivamente.

Killeen, davanti la casa della famiglia Artamov
4:45 p.m.

Bianca: Liam! Liam! Aiutami con i bagagli! – un ragazzo si precipitò a soccorrerla.
Liam (sbucando dall’ingresso della casa): Eccomi tesoro, dove sono? – Bianca indicò il portabagagli della Chevrolet.

Julia: Grazie Liam, non c’è bisogno, ci penso io – Bianca e il suo fidanzato attesero che lei aprì il bagagliaio, ma poi la bruna ci ripensò - ..meglio lasciare tutto qui, vado via domattina in fondo – aveva già il biglietto per il volo nella tasca della giacchetta, si voltò verso gli altri due, dicendo – Sentite ragazzi, ho deciso di partire domani, lasciamo pure le valigie nell’auto

Bianca: Ma come?? Non resti da noi per un po’?
Liam: Ma dai! Non te ne vorrai andare così? Senza trascorrere un giorno tutti insieme? Noi tre non ci siamo visti quasi mai..
Julia: Preferisco andare via domani, a casa mi stanno già aspettando, conoscendoli.. sarà per un’altra volta amici, tornerò.

Detto questo, si sedette al posto guida nella vettura e disse: “Vado a salutare lo sceriffo, ci vediamo stasera”. Gli altri due la guardarono un po’ confusi. “Va a salutare lo sceriffo?”, domandò Liam, “Sì, ha lavorato da lui”, informò Bianca, abbracciandolo. “Io penso che ci sia anche qualcun altro che vuol salutare per conto suo..”, continuò la ragazza. “Vabbè, allora la aspettiamo”, disse il giovane, cullando la sua ragazza tra le braccia.

Ci mise una ventina di minuti per raggiungere la stazione di guardia, fuori c’era Joe ad aspettarla. Sembrava sapesse esattamente che sarebbe arrivata in quel momento. “Hola Jù, ultimo round di saluti?” – la ragazza bruna scese dall’auto e lo salutò a sua volta: “Così pare.. lo sceriffo c’è questa volta?” – Il giovane sergente annuì e le fece cenno di entrare.

Sceriffo: NO!
Julia: Uhm? Come no? Io dovrei tornare a casa..
Sceriffo: Ma proprio adesso! Neanche una settimana di preavviso?? Non si fa così! – le sventolò delle carte vicino al viso – qui ci sono delle cose in sospeso, perbacco!
Julia: Scusi, ma il suo vice? Guardi che potrebbe..
Joe: Non tirare me in ballo! Te ne vuoi andare? Prenditi la tua parte di rimproveri!
Sceriffo (sedendosi): Joe è il mio sergente e come vice sceriffo già non è un bell’affare.. figuriamoci come-
Joe: Come sarebbe!?!! Ma che stai blaterando zio!
Sceriffo: Quante volte ti ho detto che sul lavoro tra di noi non c’è nessuna parentela?! Piantala di chiamarmi zio!

Julia si tirò da parte. Il tempo passava in fretta, c’era una persona più importante con cui parlare. “Scusate!”, interruppe i due, “Io dovrei veramente andare, sono sicura che Joe mi troverà un sostituto in pochissimo tempo, arrivederci sceriffo, è stato un piacere lavorare per lei”, si avvicinò a lui e gli strinse la mano rapidamente, senza permettergli di aggiungere nulla, poi prese Joe per il braccio e lo trascinò fuori.

Una volta fuori, Julia cominciò: “Sei un caro amico, anche se a volte un po’ troppo aggressivo”, e lui, “Mi mancherai playgirl, me ne hai combinate di tutti i colori”, le arruffò i capelli. “Come mi hai chiamata?? No, lascia stare, non mi interessa.. buona fortuna.. vice sceriffo Mc Andrew”. Lui abbassò lo sguardo: “Scusami per la sberla e tutto il resto.. ti auguro di sistemare le cose”. Julia cominciò a ridere, e prima di rientrare nella Chevrolet, pronunciò “Tutto dimenticato, ciao Jo Jo”

“Guarda che lo so dove stai andando, che credi?”, le urlò Joe; lei diventò rossa. “Ed è meglio per te se non la fai piangere troppo”, aggiunse con un chiaro sorriso di raccomandazione.

“Vorrei aver avuto un fratello premuroso come te”, su quella frase l’automobile sfrecciò via, lasciando fuoriuscire una scura scia di fumo.

Tre giorni prima
Nei pressi del “Trinity River Greenbelt Park”, 3:00 p.m.

Il capo dei “Venomous” era appena uscito dall’ospedale, Julia era andata a fargli un po’ di compagnia di tanto in tanto e avevano avuto la possibilità di fare conoscenza. L’assenza di un’infanzia vissuta, tormentava il suo nuovo amico. Era cresciuto troppo velocemente, in un ambiente privo d’amore e carico di convenzioni e regole.
 
Julia: Mi prometti che farai meno lo s****o?
Gus (fumando un qualcosa che assomigliava ad una sigaretta): E perché dovrei? Tanto tu vai via.. – lei gli strappò la sigaretta dalle labbra e la spense sotto il tacco dei suoi stivaletti – Ehi! Fa****o pulce!
Julia: Basta ca***te! - lo guardò seriamente – ..lo so che non sei come vuoi mostrarti, fanno tutti così quelli che non si piacciono o che nel mondo ci stanno stretti.. tu e la tua congrega.. non rompete le palle a chi ha già i suoi fo***i problemi.. da dove ti esce tutto quel veleno per il prossimo?!
Gus: Ma che ca**o dici?? – si allontanò – di che parli, uhm?? Io non ho mai fatto del male a nessuno, sono solo ca***te quelle ti hanno raccontato! Noi siamo come ci hai visti, ragazzi che vogliono vivere la propria vita senza stupide regole.. non facciamo male a nessuno. – iniziò a passeggiare, seguito dall’altra - ..sì, ogni tanto qualcuno di noi finisce al fresco.. ma sono solo ragazzate.. tipo sfasciare l’auto del prof che ci ha rotto il ca**o – scoppiò a ridere.

Julia non voleva ridere, ma non potè evitarlo, tanto più che sapeva di chi stava parlando. Nell’università la conoscevano tutti quella storia. “Sei proprio un galletto.. arrestano sempre quegli sfigati dei tuoi subalterni, tu riesci sempre a svignartela..”

Gus (sollevando un sopracciglio): Certo, io ero il capo, è giusto che sia così
Julia: Ma fammi il favore! Sei stato tu a finire in ospedale l’ultima volta.. perché hai detto ‘ero’?

Gus si sedette su una panchina: La verità è che il gruppo si sta sgretolando, io non sono più d’accordo con le decisioni che prendono.. non mi va di entrare in giri pericolosi.. la verità Julia.. è che io non ne faccio più parte, così come tanti altri, ecco perché ero lì per terra con un ago nelle vene.. me la sono vista brutta con uno di loro. Finché si trattava di infastidire qualche rompi******ni ci potevo anche stare, ma adesso non più.

Julia: Lo sapevo che non eri poi così s*****o – rise – non è tardi per recuperare il tempo perso, prova ad andare a casa, se ti capita di passare di là, chissà che non ti stiano aspettando.. – disse – la vita non è tutta nera Gus, se te lo dico io puoi fidarti.. – si ricordò di una cosa che voleva chiedergli da molto tempo - ..quella pistola che hai tirato fuori la volta scorsa..

Gus (prendendo l’arma da sotto la giacca): Questa? – la ragazza sgranò gli occhi e lui se ne accorse – questa qui è l’esatta riproduzione di un gioiellino di precisione ma.. ad aria compressa - ricominciò a ridere, e Julia allargò un sorriso poco a poco – anche se mi sparassi a dieci centimetri non mi farei che un livido. Peccato che non abbiamo fatto quel ‘tiro al bersaglio’, sarebbe stato divertente con un po’ di vernice.. – e continuarono a ridere per qualche minuto.

La bruna lo salutò con una pacca sulla spalla, era stato l’unico contatto fisico tra i due, per tutto il tempo. “Ciao pulce, mi ha fatto piacere incontrarti.. Julia”. “Ciao Gus, sta lontano dai pasticci”.

Il ranch non era lontanissimo. Spingendo al massimo la Chevrolet non ci avrebbe messo molto, sempre che l’auto non morisse per strada. “Che dirle..? Come?”, pensava. “Perché non sono come lei vuole..? Perché!?!”, colpì il volante. “Lena.. mi hai consumato la vita in tutti questi mesi.. perché non sono ancora capace di odiarti!! PERCHE'!?”, singhiozzò.

Quando arrivò, restò seduta ad aspettare, immobile. Chiuse gli occhi e pensò. C’erano tante immagini che le scorrevano nella memoria, tante voci, tante parole. E trascorsi pochi minuti: “Aspettavi me?”, Kelly se ne stava appoggiata sulla portiera ad osservarla. Julia riaprì gli occhi e si girò rapidamente. La ragazza castana esprimeva tristezza ma non rammarico, sembrava volesse comunicare che ‘le stava bene così’. Non si era mai costruita troppi castelli in aria. La bruna uscì dall’auto, prese per mano l’altra e camminò lungo la stradina che partiva dal ranch e proseguiva nelle pianure.

Dopo diversi metri e un profondo sospiro, Julia cominciò: “Sei una cara ragazza.. e io non sono buona a niente.. neanche a salutarti come dovrei”, la compagna si fermò, “Non disprezzarti, sei una brava persona che è si è solo persa nell’amore.. e se questa Lena è riuscita a farsi amare così, da te.. ci sarà una ragione.. io non posso che farmi da parte.. la tua anima è sempre rimasta lì con lei”, così dicendo si asciugò una lacrima solitaria dalla guancia.

“Io ti amo Kelly”, sussurrò la bruna abbracciandola stretta. “È un sentimento diverso, ma so che è amore”, la ragazza castana le strinse la vita con più forza e pianse. “So che sto perdendo una persona unica.. non ce ne sono come te.. nemmeno su centomila..” – “Non dire più nulla..”, pronunciò l’altra, sempre in lacrime. “..per merito tuo ho provato cose che non conoscevo, e per questo, grazie”, aggiunse Kelly, e senza lasciarla: “C’è un’ultima cosa che vorrei chiederti.. vorresti regalarmi un bacio vero..?” – “Ma certo”, confermò la bruna sorridendo lievemente. 

La giovane castana prese il viso della sua amica e lo avvicinò al suo, chiudendo gli occhi e aspettando che le labbra dell’altra toccassero le sue. Così avvenne. Julia intinse tutta sé stessa in quell’attimo passeggero ma che le avrebbe allacciate per sempre ad un ricordo incancellabile.
……………………….

“Il mio primo e vero amore, non potrò mai dimenticarlo”, le bisbigliò Kelly prima di entrare nel cottage e dirle ‘arrivederci a presto’ - “See you soon, Julia”.

“Tu resterai sempre un mio bellissimo ricordo, e una carissima amica”, mormorò la bruna, poi accese il motore e andò via.

Quella sera stessa, nella casa dei suoi vecchi vicini, la ragazza definì i suoi ultimi ragguagli per la partenza, ovviamente annotò tutti i saluti per la sua famiglia e incluse nelle sue borse qualche regaluccio per i genitori e gli amici. La mattina seguente, l’aspettava un lungo volo verso casa.

***

San Pietroburgo
9:06 a.m.
Nell’appartamento Zinòvsky

La professoressa aveva di nuovo visite poco gradite. Questa volta c’erano due uomini davanti alla porta, e lei sapeva già cosa cercavano. Non perse tempo, senza rivolgergli la parola, prese un pacchetto da dentro una borsa e glielo consegnò dicendo: “Sono 225.000, di più non ho potuto” (~ 6.547 €)

Uomo (con una certa smorfia): Dopo un mese, tutto qui?
Lena: Non nascondo altro – aprì la borsa davanti a loro, era vuota – ho bisogno di più tempo.. vi prego
Uomo2: Torneremo.. tu datti da fare, non abbiamo tanto tempo da concederti

I due uscirono. Lena si gettò sul letto, esaurita. Era tornata da Mosca soltanto da un giorno, non sapeva più cosa fare se non dedicarsi alla ricerca di soldi. Pensò di vendersi tutto ciò che riusciva a sopperire. Si era ridotta uno straccio, non ce la faceva ad andare avanti con l’università di giorno ed il lavoro di notte. Non aveva neanche più la forza per piangere.

“Sai cosa penso di te?”, si interrogò davanti ad uno specchio, nella sua camera. “Che sei incapace di vivere..”, poggiò la fronte su quello specchio, sussurrando: “Dasvidania Lena… non sei più nulla..”, aprì il cassetto del solito comò, prese una pasticca di un qualche ansiolitico e la mandò giù, rigettandosi sul letto.

Più tardi, nel pomeriggio, Yan era a casa. Stava preparando la cena per la micina che era stata battezzata Carillon da lui stesso, perché osservando il musetto della gattina gli venne
subito in mente qualcosa di dolce e delicato, come il suono di un carillon.

Stesso momento, sempre in quella casa, tra le pagine di un diario…

10 Agosto

1.750.000, meno, 225.000... Ancora un milione e mezzo. Tanto è inutile, non riuscirò mai a liberarmi di lui. I suoi debiti mi perseguitano ora, come lui lo faceva una volta, e come si ripeterà più avanti. Non riesco ad uscirne, sono sola. Non ho niente, e sono sola.

Yan (da fuori la stanza): Lena!? Puoi venire un momento?
Lena: Arrivo

C’è anche lui, ed è solo. Perché io non sono nessuno. Lui e io, siamo soli.

Ripose il diario al solito posto, uscì dalla camera e chiuse la porta. Il marito le chiese gentilmente di tener d’occhio la gattina, troppo piccola e vivace per esser lasciata sola.

Carillon si rotolava su un lato del divano, a volte veniva risucchiata dalle profonde fessure tra i cuscini, altre saltellava sopra un bracciolo e altre ancora preferiva riposare lì dove si trovava. La micina dal pelo lattescente non era ancora abituata a Lena, schivava la sua presenza, nascondendosi un po’ dove capitava. Questo, fino al momento in cui arrivò per caso tra le mani di lei. Lena sorrise accarezzando quel piccolo batuffolino, che altri non sembrava che un bel gomitolo di lana. Ben presto Carillon avrebbe cominciato a gradire anche l’altra padroncina, tra un miagolio e qualche fusa.

***

Stesso giorno. In una stanza di un qualche edificio, di non si sa che città.
Era un posto fosco e terribilmente silenzioso. In quella stanza entrò un uomo, seguito da un secondo, infrangendo il silenzio che sovrastava. “Solo 225.000?” domandò uno, “Esatto”, confermò l’altro. “Potremmo suggerirle noi un metodo efficace per aumentare le sue entrate”, continuò il primo, e dicendo così, accese la luce e si gettò su una poltrona nella stanza. “Uhm.. può aiutarci Rob, so che sta cercando delle ragazze”, disse il secondo. “Perfetto, la prossima volta le faremo presente anche questo”.

***

Dallas, aeroporto, 8:10 a.m.

C’era Bianca, c’era Liam e c’era Julia; tutti e tre seduti ad attendere che annunciassero il volo 347 delle 8:20, diretto in Russia. La ragazza bruna altalenava una gamba e contemporaneamente si arricciava una ciocca di capelli. Tornare a casa non era mai stato così difficile, neanche dopo una delle sue bricconate peggiori.

Bianca (sbuffando): Che ansia.. – un altro sospiro – odio le partenze..
Liam (a Julia): Vuoi che ti aiuto con la borsa? – lei lo guardò scuotendo la testa. Il ragazzo non sapeva che inventarsi per distogliere l’attenzione dal tabellone degli imbarchi – ci mandi una cartolina Julia? Io non conosco quasi niente di San Pietroburgo.. – e la bruna annuì, sempre fissando il tabellone - (8:16)

Bianca: Altri quattro minuti di stress.. mi chiami una volta a casa? – Julia assentì con il capo, senza voltarsi.

Liam (a Julia): Non stare a pensare a quello che succederà dopo, non tempestarti di domande, lascia che le cose seguano il loro corso. – la fidanzata si voltò verso di lui e sollevò un sopracciglio, dicendo “Da dove ti viene questa vena così raziocinante?” - (8:25)

Julia: Ritardo.. – un secondo dopo, una voce informò ai passeggeri di affrettarsi per il prossimo decollo del volo 347.

Sollevò la sua borsa (il resto dei bagagli era già stato caricato), dopo un abbraccio veloce a Bianca e a Liam, si allontanò. “La Chevrolet l’ha rimasta nel nostro garage, ho dimenticato di chiederle cosa devo farne..”, disse Bianca.

Nei minuti successivi al decollo, Julia pescò nella sua borsa il regalo d’addio di Kelly, un CD. Era uno degli album che non avevano fatto in tempo ad ascoltare insieme, “Something To Remember” di Madonna. Si sistemò un paio di cuffie e avviò la modalità casuale. Quello che ascoltò era il brano: “You’ll See”.

You think that I can’t live without your love
You’ll see,
You think I can't go on another day.
You think I have nothing
Without you by my side,
You’ll see
Somehow, some way

You think that I can never laugh again
You’ll see,
You think that you destroyed my faith in love.
You think after all you’ve done
I’ll never find my way back home,
You’ll see
Somehow, someday

La giovane chiuse gli occhi, ma non voleva pensare a nulla, solo immaginare quello che le note le ispiravano. Quello che le ricordarono non fu piacevole; le nostalgie del passato. Quello che non riusciva a sopportare, se non ignorandolo, stava lentamente riemergendo da una memoria dormiente.

All by myself
I don’t need anyone at all
I know I’ll survive
I know I’ll stay alive,
All on my own
I don't need anyone this time
It will be mine
No one can take it from me
You’ll see

You think that you are strong, but you are weak
You’ll see,
It takes more strength to cry, admit defeat.
I have truth on my side,
You only have deceit
You’ll see, somehow, someday

Le sembrò di ripetere in successione ogni singolo istante. Rammentò le parole del suo vecchio insegnante di musica alle superiori, durante una delle prove…

“I suoni non conseguono lo stesso effetto per ognuno di noi. Possono apparire svariatamente, e possono cogliere il cuore del nostro ego; specie per chi è come te, troppo appassionata e troppo vulnerabile”

All by myself
I don’t need anyone at all
I know I’ll survive
I know I’ll stay alive,
I’ll stand on my own
I won't need anyone this time
It will be mine
No one can take it from me
You'll see

You’ll see, you'll see
You’ll see, mmmm, mmmm

Il suo insegnante era altrettanto sensibile alla musica e Julia aveva sempre creduto che fosse a conoscenza della storia che c'era tra lei e Lena, anche se loro due erano molto brave a nasconderlo. Tuttavia, mai una volta ne aveva accennato l’argomento.

***

San Pietroburgo, il giorno seguente
2:00 p.m.
Villetta

Il padre di Julia se ne stava seduto al tavolo, in cucina, con un registro di conti fra le mani. Spesso, mormorava ad alta voce: “…15.000 per il processore del Pc, 30.000 per la batteria e la revisione della vecchia berlina, 2.000 spesa, 2.100 spesa, 1.800 spesa.. 15.980 per.. per che cosa..?”

“Che ne dici, forse potrebbero essere per una pianta di magnolie..?”, sbadigliò Julia sedendosi su una sedia vicino al padre. Era in pigiama, spettinata e ancora mezza assonnata.

Padre: Era ora che ti alzassi.. - l’uomo chiuse il registro – ..pensavo fossi andata in letargo.
Julia: Spiritoso.. non sei contento di riavermi a casa? – domandò strofinandosi gli occhi.
Padre: Sì.. ma per quanto..? – sussurrò lui, senza farsi sentire.
Julia: Hai detto?
Padre: Niente.. come fai a sapere della magnolia?
Julia: Facile, l’ho vista fuori in giardino.. sarà bellissima in primavera
Padre: Spero che questa magnolia di Campbell resista bene all’inverno.. vedremo l’anno prossimo.. vuoi parlarmi di questa tua America..?
Julia: Come no, se hai tempo, c’è una storia che mi farebbe piacere raccontarti..

Più tardi, dopo una buona ora di conversazione con suo padre, principalmente riguardo agli ex vicini, l’uomo si ritenne soddisfatto e lasciò che la figlia si dedicasse ad altro. “Io esco, ci vediamo tra un po’” gli disse lei, dopo essersi preparata per ritornare nelle strade del suo vecchio quartiere.

C’era una temperatura accettabile, del resto era estate anche lì. Già aveva in mente di visitare un tale posto. “NO! Lì non ci andrò mai!”, pensava. Accelerò in una direzione che non conosceva. “Sei solo un’ombra.. svanirai.. prima o poi..”, pensava e camminava. “Tu hai la tua vita, lasciami vivere la mia dannazione!”, continuò ad assillarsi fino a quando raggiunse l’ingresso di un bar. Entrò, e in un istante cessò di pensare. “Ciao Arina”, disse la bruna ad una ragazza davanti a lei che stava uscendo con due litri di latte tra le mani.

Arina (sorridendo gioiosamente): Julia.. non ci credo, sei tornata! – posò immediatamente i due litri di latte a terra e la abbracciò.

In seguito, uscirono dal bar e Julia la accompagnò per un tratto di strada. Ne avevano di cose da dirsi ma la giovane bruna evitò di nominare quella persona, e Arina sorvolò, però spiegò chiaramente la storia del dott. Markel e dei suoi debiti di gioco. Lena era in una brutta situazione, si rifiutava di accettare aiuto da tutti gli altri, ma forse, per la brunetta avrebbe fatto un’eccezione. “Non essere così ostinata Julia, andiamo, chiedimi di lei, lo so che ci stai girando intorno..”, rifletté Arina. Lei poteva stuzzicarla in molti modi.

Arina (camminando): Lo sai che quell’appartamento al vecchio condominio è stato ipotecato?
Julia si fermò in mezzo al marciapiede: Ipotecato?? Non ci viveva nessuno immagino.. loro.. no di sicuro.
Arina le si avvicinò: Smetti di chiederti solo di ‘loro’.. Lena non è mai stata così sola come in questi ultimi anni.

La bruna la guardò con aria meravigliata, confusa, spaventata. Passandosi una mano fra i capelli lisci (erano leggermente più lunghi di come li portava una volta), sussurrò: “Perché? Cosa stai dicendo?”

Arina: Dovete incontrarvi-
Julia: NO! – riprese a camminare – lei ha scelto, tanto tempo fa.. io sto cercando disperatamente di dimenticarmi di tutto quello che la riguarda.. non voglio che ricominci ogni cosa da capo.. – tirò su col naso – ..ci penserà il suo professore a consolarla..
Arina: Lena sta soffrendo.. e lui non può fare niente per aiutarla, ma tu sì invece.

Julia si voltò verso l’altra ragazza fissandola come per dire ‘hai voglia di scherzare con me? Dopo quello che ho passato??’, strofinandosi il viso, restò ad attendere che l
amica aprisse bocca.

Arina: Stasera, vieni al Ying & Yang dopo le 23.. allora capirai. – lasciò la bruna indietro ed entrò in un portone.

Intanto, in un appartamento della stessa città…

La giovane dai capelli rossi si era chiusa dentro la sua stanza. Carillon era lì con lei, spaparanzata sul copriletto, stava cominciando a testare le sue unghie sul tessuto. La padrona era troppo impegnata per renderle conto.

Sul comò c’erano diverse banconote. Nel corso di quella mattina; aveva venduto la sua automobile, aveva venduto alcuni preziosi che le appartenevano sin da ragazzina, aveva svenduto il più possibile. Ma il suo stipendio doveva mantenerlo per forza. Quanto aveva racimolato era ancora troppo poco. Restavano ancora 800.000. Strinse quei soldi tra le mani e pianse, silenziosamente. Squillò il telefono. Il visore segnalava Thomas. Si asciugò gli occhi con un fazzoletto e rispose.

Lena (sospirando): Thomas, dimmi
Thomas: Ohi Lena, come stai? Mi hanno detto che stamattina hai chiamato l’università dicendo che non stavi bene, niente di grave spero..?
Lena: Nulla di serio, grazie per aver chiamato, domani starò meglio
Thomas: Se vuoi posso passare a portarti qualcosa, che ti serve?
Lena: Nulla, ti ringrazio, ho solo bisogno di riposare
Thomas: Riguardati, per il lavoro non c’è fretta, se non ti senti, rimanda; ti abbraccio.
Lena: Ciao Thomas – riagganciò.

E ritornò ai suoi conti, mentre la micina pisolava da qualche parte in mezzo ai cuscini. Di tempo non ne era rimasto molto. La copertura del ‘volontariato ai senzatetto’ non poteva durare a lungo, tanto più che Yan diveniva sempre più insistente sull’argomento. “Perché di notte?!”, “Non puoi lasiar perdere?!”, “Non ti vedi? Quasi non ti reggi in piedi Lena! Ragiona!”. Ultimamante si udivano frasi simili.

***

Quella sera, 10:39 p.m.
Di fronte al locale “Ying & Yang”

La ragazza bruna, nella sua vecchia automobile, guardava il cancello dell’ingresso senza lasciarsi sfuggire nessun volto dei clienti che lo varcavano. Il cuore le palpitava prepotentemente.
Una donna dai capelli ramati attirò la sua attenzione, Julia aprì lo sportello, era in procinto di correrle in contro ma dopo che costei si voltò
verso di lei, per caso, la ragazza tornò a sedersi nell’auto. Non era chi attendeva, c’era da aspettare. (10:43) “Ma che ci faccio io qui davanti come un’imbecille..? Sei senza speranza.. credi ancora che tornerà come una volta..?”, pensava fra sé, era bastato così poco per ricominciare a crederci in quel Noi. Anche solo per sperarci.

(10:55) Dell’altra ancora nessuna traccia, ma di entrare non se ne parlava. Arina sbucò fuori dal locale e, con le braccia conserte, iniziò a fissarla, contrariata. E si osservarono in alternanza, la bruna dalla sua automobile e lei davanti all’entrata. (11:03) Fino a che, la cameriera si decise ad avvicinarsi a lei.

Arina (a pochi metri dall’automobile): Ma che cavolo fai qui fuori?!!? Si può sapere perché diavolo non sei entrata?!?!
Julia si decise ad uscire: Senti, io non ho capito perché mi hai detto di venire, di che parlavi oggi??
Arina (sorrise leggermente): Il fatto che tu sia qui mi rallegra, non mi sbagliavo, ci tieni ancora a lei, e molto anche.. – la bruna distolse lo sguardo - ..Lena lavora qui..
Julia: Fa la cameriera?? Ma non è possibile, io so che insegna!
Arina: Non chiedere a me, non mi ha detto più di tanto, ma adesso – le prese la mano – vieni dentro con me!
Julia: Aspetta un attimo!

Arina la stava trascinando oltre la strada, verso il locale. Ad un tratto comparve davanti a loro proprio Lena, in compagnia di un uomo. Questo poggiava un braccio sulla spalla della giovane donna dai lunghi capelli rossi e sorrideva serenamente. Ma lei, Juliana Krislava, sgranò gli occhi e si congelò alla vista di una particolare ragazza bruna paralizzata davanti a lei.

"You'll See" in Italiano

Tu pensi che io non posso vivere senza il tuo amore
Vedrai,
Pensi che io non posso andare avanti un altro giorno.
Pensi che non ho niente,
senza te al mio fianco
Vedrai,
In qualche modo, in qualche maniera

Tu pensi che io non posso più ridere di nuovo
Vedrai,
Pensi di aver distrutto la mia fiducia nell'amore
Pensi che dopo tutto quello che hai fatto
Non troverò più la mia strada di casa,
Vedrai
In qualche modo, un giorno o l'altro

Sola con me stessa
Non ho bisogno di nessuno, affatto
So che sopravviverò
So che resterò viva
Da sola
Non ho bisogno di nessuno questa volta
Sarà mio
Nessuno può portarmelo via [l'amore]
Vedrai

Tu pensi di essere forte, ma sei debole
Vedrai,
Ci vuole più forza nel piangere, nell'ammettere la sconfitta.
Io ho la verità dalla mia parte
Tu hai solo l'inganno
Vedrai, in qualche modo, un giorno o l'altro

Sola con me stessa
Non ho bisogno di nessuno, affatto
So che sopravviverò
So che resterò viva
Ce la farò da sola
Non avrò bisogno di nessuno questa volta
Sarà mio
Nessuno può portarmelo via [l'amore]
Vedrai

Vedrai, vedrai,
vedrai, mmmm, mmmm

indietro    indice    avanti