Gravity Of Love
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Genere: Romanzo/Commedia
Categoria: Non classificata

Valutazione: Sconsigliata ai minori di 15 anni, per argomenti e trattazioni. 
Restrizioni: I personaggi di Julia Volkova e Lena Katina appartengono a Julia Volkova e Lena Katina.
Note: Titolo ispirato dalla famosa "Gravity Of Love" degli Enigma.

***Capitolo 1***

Nonostante fosse stata edificata da pochi anni, l’aria che si respirava in quella prigione era già consunta dall’odore logorato che si provava in luoghi scomodi che si soppiantano bruscamente a quelli di tutti i giorni, che non appartengono a nessuno ma che allo stesso tempo sono privi di libere vie d’uscita. In quel momento le celle erano buie, invase dal freddo della notte. A parte il ronzio provocato da alcuni dei detenuti durante il sonno, non si udiva nient’altro. Tuttavia, in una di quelle celle, la piccola luce di una candela era sufficiente per illuminare il cuscino di un lettino, un gruppo di fogli di carta e una mano che impugnava un piccolo gessetto nero.

Perché non rispondi alle mie lettere! In questi anni neanche una fo***ta parola! Non mi sembra di chiederti il mondo! Solo due righe per sapere come state! Non puoi impedirmi di sapere di mio figlio! Non puoi cancellarmi dalla sua vita per un solo errore che ho commesso! Lui deve sapere che suo padre non l’ha mai dimenticato!

I passi di una guardia risuonavano lungo il corridoio deserto. Il giovane soffiò la candela e nascose la lettera sotto il suo cuscino. Il guardiano si fermò di proposito davanti la sua cella. “Come andiamo, eh novellino?”, e lui finse di dormire, non gli passava neanche lontanamente l’idea di agganciare un discorso con una guardia. “Sta attento bamboccio, presto dovrai scegliere, qui la vita è in bianco e nero, niente colori”, i passi ripresero ad allontanarsi. Dopo un sospiro, il giovane riaccese la candela con l’ultimo dei due fiammiferi rimediati e cominciò a cercare tra gli strappi della coperta dove potesse essere finito quel gessetto che usava per scrivere.

***

C’era una sola scuola elementare in tutta la città, circondata da un piccolo spazio verde. Era una scuola pubblica senza pretese, i bambini che la frequentavano erano poco più di un centinaio e le classi si potevano contare sulle dita di una mano.

Pianterreno, aula n°1, classe I
10:30 a.m. break ricreativo

Una bambina dai riccioli dorati stava supplicando un compagno di classe, un ragazzino dai capelli rossicci spettinati e gli occhi di un verde acceso, perché la accompagnasse fuori a giocare con gli altri. Ma lui sembrava non volerne sapere…

Bambina: Eddaiiii, che pigro!!!... Uffaaaaaaaaaaa!!
Bambino (voltandosi dalla parte opposta): Non mi va!
Bambina: Fai come ti pare! – così la ragazzina spinse il banco stizzosamente e se ne uscì dall’aula sbuffando e sbattendo la porta.

Il bambino fissò la porta chiusa per tutto il resto della ricreazione.

***

A pochi chilometri dalla scuola c’era un complesso di appartamenti modesti. In uno di questi, al primo piano, era venuta ad abitare una giovane donna portando con sé tutto quello che aveva di più caro. La giovane terminò di lucidare una targhetta di metallo, dopodichè aprì la porta e andò a sovrapporla ad uno spazio vuoto lì accanto, dove l
’intonaco era di un colore diverso dal resto della parete, più pallido. Dopo averla affissa con estrema precisione, sorrise guardandola per due secondi e poi tornò in casa. Sulla targa c’erano solo dei nomi ma per lei significavano ogni cosa: “Vilen e Lena Katina”.

Trascorsi pochi minuti, il telefono cellulare della giovane squillò..

Voce: Ufficio segreteria collocamento S.T.E. [Society of Transport and Exchange], lei è Lena Katina?
Lena: Sono io, salve
Voce: Salve, c’è un lavoro disponibile
Lena: Mi dica – si sedette sulla sedia più vicina
Voce: Sono due turni al giorno di 4 ore, dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20
Lena si passò una mano sul viso: Posso lavorare solo la mattina per 4 ore. Ho un figlio.
Voce: Mi dispiace sono turni improrogabili stabiliti dalla direzione, non ha nessuno a cui lasciare il bambino?
Lena: ..no, sono sola.
Voce: Mi spiace.. magari la chiamerò se si presenterà un lavoro part-time
Lena: Grazie – posò il telefono sul tavolo e si alzò – peccato.. era iniziata così bene questa mattina.. – sospirò fiaccamente; prese la borsa all’ingresso ed uscì dalla casa.

Nelle successive due ore la ragazza dalla folta capigliatura rossa vagò da un posto all’altro, ma a qualunque porta bussasse la risposta era sempre uguale…
Non vogliamo impiegate con prole a carico, spiacente”…….. “Provi a chiedere da un’altra parte”…….. “Trovati un lavoro all’asilo se vuoi stare con tuo figlio!”, le disse l’ultimo proprietario di un negozio a cui aveva fatto domanda, “St***zo”, sussurrò Lena a denti stretti, prima di andarsene.

Ai cancelli della scuola elementare, 1:30 p.m.

La campanella suonò la fine delle lezioni e la strada, dentro e fuori l’istituto, si riempì in poco tempo di grida e voci chiassose di bambini. Lena passeggiava ansiosamente davanti l’entrata, cercando di intravedere una testolina rossa tra tutte le altre. Quasi per ultimo, finalmente vide il suo bambino che camminava a testa bassa facendosi largo in mezzo alla piccola folla che si era creata tra genitori e alunni.

Lena prese la cartella dalle mani del figlio e gli sollevò il mento leggermente, c’era un lieve livido sulla guancia. “Che ti è successo?!”, domandò lei, “Niente”, il bambino prese la mano della mamma e la tirò lontano dalla scuola, “..uno mi dava fastidio.. uno grosso”, continuò intanto che camminavano.

Lena: Vilen.. lo sai che non te la devi prendere se un bambino ti dice qualcosa per scherzo.. adesso sei abbastanza grande..
Vilen: Ma lui rompeva troppo! Diceva che non gioco con gli altri perché non sono normale!
Lena (sorridendo): Forse vuole solo diventare tuo amico, perché per una volta non giochi con lui?
Vilen: ..non mi va, è uno che rompe, l’ho capito subito
Lena: Vilen, siamo arrivati una settimana fa, e sono tre giorni che vai a scuola, devi farti qualche amico, ogni tanto cerca di tendere la mano per primo, ok?
Vilen (guardando a terra): .. ci provo.. e tu? Hai trovato lavoro? - cercò gli occhi sconsolati della madre.
Lena: Ancora no.. – il bambino tornò a fissare la strada, la madre gli strinse la manina – vedrai che domani andrà meglio, non ti preoccupare
Vilen: Mi manca la nonna..
Lena: Anche a me, tanto… – una mano si posò leggermente sulla spalla della ragazza, e poi una voce femminile “Mi scusi?”, Lena si voltò e vide una donna sui trent’anni con una bimba bionda al suo fianco.
Lena: Sì?
Donna: Non ho potuto fare a meno di ascoltarvi durante la strada, noi camminavamo dietro di voi
Bambina (sorridente): Ciao Vil – e lui ruotò gli occhi da un’altra parte, quella sua compagna di classe lo perseguitava dappertutto.
Vilen: Mi chiamo Vilen, Vilen!
Bambina: Lo so il tuo nome, scemo! – linguaccia – mi piacciono di più i diminutivi
Vilen: Baaaaaaaaa, lasciami in pace Lisa!!!!! – si allontanò dalle altre
Lisa: Sei un bambino difficile Vil, ma ormai ho deciso che sarò tua amica, Viiiiiil.. dove vai Vil .. torna quiiii!

La donna sorrise ai due bambini e poi si voltò verso la ragazza dalla chioma rossa, “Possiamo darci del tu? Io mi chiamo Aida.. sai, a mia mamma piace molto l’opera, così mi ha scelto un nome che le ricordasse la sua preferita”, disse con una stramba movenza delle braccia, “Oh, un gran bel nome, io sono Lena”, si strinsero le mani.

Aida: Come ti dicevo Lena, ho ascoltato per caso il vostro discorso e forse ti posso aiutare a trovare lavoro
Lena, che non credeva alle sue orecchie: Puoi ripetere scusa??
Aida si accomodò la capigliatura bionda mossa dal vento e poi cominciò: Dove lavoro io cercano un’altra impiegata, posso far assumere te se sei d’accordo
Lena: Oh.. Aida.. non ho parole… per me sarebbe una cosa meravigliosa, eccezionale.. grazie un milione di volte!
Aida: Sono contenta di poter aiutare qualcuno, però ringraziami a cose fatte, e non ti preoccupare per tuo figlio, è un buon lavoro rispetto all’orario, solo mezza giornata, per il salario ti dovrai accontentare, non è molto soddisfacente, ma chi lo sa.. forse farai carriera
Lena: Siamo solo in due – disse rivolgendo lo sguardo al figlio – non ci serve molto per vivere – Aida cambiò espressione, ma si astenne dal far domande.
Aida: Va bene allora, ora ti scrivo l’indirizzo e domani mi vieni a trovare, d’accordo?
Lena: Grazie infinite, sei gentilissima, ci conosciamo solo da pochi minuti.. – in quel momento Vilen schizzò dietro alla madre per ripararsi dalla sua compagna di classe
Vilen: Dai mamma andiamo, ho fame! – la madre gli lanciò un’occhiata per indicare la presenza dell’altra persona
Aida: Ciao Vilen
Vilen: Ciao mamma di Lisa
Aida (sorridendo): Chiamami Aida, Lisa mi parla spesso di te, finalmente ti conosco – e la bambina si riunì al gruppo
Lisa: Vilen! Sei cattivo! Perché non vuoi parlare con me??
Vilen: Mmmmmmmmmmmm.. mamma andiamo!
Lena: Vilen, hai dimenticato le buone maniere? Saluta educatamente e poi andiamo via.

Così si scambiarono un saluto veloce prima di dividersi. Aida e la figlia li osservarono allontanarsi per un po’.

Lisa (oscillando la manina): Ciaoooooooo!!!
Aida: Però, un po’ scontroso il tuo amico, ma carino, somiglia molto alla madre
Lisa: Sì sì

***

Lena e suo figlio camminarono lungo la strada ancora per una ventina di minuti e alla fine si trovarono davanti all’ingresso della loro palazzina. “Che c’è per pranzo?”, domandò il bambino, la madre si ricordò che durante la mattinata a tutto aveva pensato fuorché al pranzo, “..senti, perché non andiamo a prenderci una pizza? Così festeggiamo l’incontro con le nostre due nuove amiche, ti và?”, il figlio rispose con una smorfia e aggiunse “Lisa non é mia amica!”, e la madre, “Tu mi ricordi me da piccola, anche io mi allontanavo da chi mi piaceva, perché mi vergognavo”. Vilen arrossì improvvisamente, lasciò la mano della mamma e corse più avanti, poi si voltò di nuovo…

Vilen: Dov’è la pizzeria!? Io ho fame!!!
Lena (guardandosi intorno): Umhh, dovrebbe essere la terza traversa dietro casa…
Vilen: Non ti ricordi??
Lena: Siamo arrivati da poco, cerca di avere un po’ di pazienza…

***

La mattina dopo stava piovendo a dirotto. Lena si svegliò dal rombo dei tuoni e dai flash dei lampi che filtravano attraverso la finestra. Voltandosi alla sua sinistra notò il figlio raggomitolato tra le coperte vicino a lei. “Vilen, è ora della scuola, svegliati”, disse accarezzandogli una guancia. “Mammaaa.. è buio fuori..!”, la giovane scese dal letto e aprì di poco la finestra, “Sta solo piovendo, io ho un appuntamento tra breve, non posso fare tardi, coraggio ometto, alzati che è ora”.

Il bambino ficcò la testa sotto al cuscino e brontolò “..wraaa!! È buio fuori, ci sono i tuoni.. !!”, e la madre, mentre entrava nella piccola cucina, “Vilen, vestiti e vieni a fare colazione, guarda fuori, ha quasi smesso”.

Anche se non ne aveva la minima voglia, il bimbo si vestì svogliatamente e si strascicò in cucina sedendosi con un tonfo su una sedia intorno al tavolo. La mamma gli posò subito davanti una tazza di latte fumante. “Scotta”, avvisò. “Svegliami quando si è raffreddata”, mormorò il bambino appoggiando le braccia sul tavolo e poi la testa.

Mezzora dopo, madre e figlio erano già in strada. Considerato che non potevano permettersi un mezzo di trasporto, e quelli pubblici erano fuori mano, dovevano necessariamente camminare a piedi. Ed era un bel problema nelle giornate di pioggia.

Ad ogni modo giunsero alla scuola, Vilen salutò la mamma con una bacio sulla guancia e poi corse dentro l’istituto per non bagnarsi, insieme agli altri bambini. Lena attese qualche istante ad esaminare l’ingresso della scuola da sotto l’ombrello. La pioggia andava diminuendo minuto per minuto e i raggi del sole cominciavano ad intravedersi di poco. Una bella coincidenza, visto che tra un paio d’ore l’attendeva l’appuntamento nell’azienda dove lavorava Aida. Era più che determinata a farsi assumere, se non altro per amore di suo figlio. “Speriamo”, disse tra sé.

***

Era arrivata in anticipo; non voleva apparire più disperata di quanto già era, perciò decise di gironzolare nei dintorni fin quando non sarebbero trascorsi quei minuti di troppo. “Speriamo che non ne abbiano già trovata un’altra più esperta di me.. che non mi domandino delle referenze.. speriamo che sia il posto giusto..”, pensava passeggiando.

Quando si sentì pronta psicologicamente, in orario e in ordine, raddrizzandosi la gonna e la giacca, chiuse l’ombrello ed entrò nell’edificio.
Appena dopo l’ingresso, c’era una rampa di scale sulla destra che saliva, una sulla sinistra che scendeva e nel mezzo un ascensore, un vecchio modello costruito in legno.

Dopo un minuto di insicurezza, la giovane tirò diritto davanti a lei ed entrò nell’ascensore, da lì salì al piano superiore, aprì i portelli e quando uscì si trovò di fronte ad un portone semiaperto.
C’era un via vai di persone esagerato; comunque, sempre mantenendo la sua insicurezza, Lena si fece avanti nel corridoio, fino a scorgere una stanza aperta e Aida seduta dietro ad un’ampia scrivania rettangolare condivisa con altre due impiegate.

Aida: Lena! Di qua! Di qua! Vieni! –  la salutò con una mano alzandosi in piedi, la donna le andò incontro, le sfilò l’ombrello, appena appena gocciolante, e lo lanciò in un portaombrelli ad un angolo – Ti aspettavamo, lei è Rina – indicò una collega, e poi l’altra – e lei è Holly.

Lena: Salve, piacere – le due impiegate le sorrisero.

Aida: Ragazze, questa è Lena. E adesso che ci siamo presentate tutte, è meglio che ti spiego cosa dovrai fare. – tornò a sedersi dov’era e fece accomodare la nuova arrivata accanto a lei; adesso quella scrivania era al completo, due impiegate per lato.

Aida: Perché voi due non andate a prendere un caffé mentre io spiego a Lena l’andazzo dell’ufficio? – si rivolse alle sue vecchie colleghe che annuirono di buon grado, ed uscirono in fretta.

Lena (cercando nella sua borsa): Io ho portato il mio curriculum
Aida (sottovoce): Buttalo via
Lena: Come? – forse aveva sentito male.
Aida: Ho detto cestinalo, tanto non ti serve, il nostro direttore è un individuo strano e smemorato.. la vedi quella – indicò una donna sulla cinquantina in piedi accanto al muro del corridoio.
Lena: Sì la vedo, chi è?
Aida (accostandosi con la sedia a Lena): È la sua segretaria, sempre la stessa da vent’anni e lui non ricorda neppure come si chiama!
Lena: Forse perché non si vedono molto spesso
Aida: Ma no, come minimo tre volte al giorno, e poi la segreteria è accanto al suo ufficio, pensa un po’, è lui che è strano, assume la gente secondo l’umore, se gli vai a genio è fatta altrimenti tanti saluti
Lena: E tu pensi che io..
Aida: Non ti preoccupare, visto che è così rincoglionito, ho preparato un piccolo sistema per farti entrare in quattro e quattr’otto, basta che gli facciamo credere che già ti ha assunta e ti presenti da lui chiedendo la conferma in regola. I nuovi impiegati vanno a farsi dare le direttive da lui il primo giorno.
Lena: Ma Aida, questo non si può-
Aida: Shhh..!! Si può eccome, tranquilla, non se ne ricorderà mai, anche se si mettesse d’impegno a pensarci per tutta la durata di una notte.. – rise
Lena: Ma..

Aida le prese le mani e ammiccò un occhio: Non aver paura, non sei la prima, ci penso io a sistemare la tua scheda in archivio, l’ho preparata ieri, ora mi servono solo i tuoi dati e poi sarai ufficialmente a bordo.

Lena non era affatto tranquilla, sfilò lentamente le mani sudaticce da quelle dell
amica, nonostante che questa le parlava con una sicurezza smodata: Allora quando dovrei andare da lui?

Aida: Siccome oggi non l’ho visto ancora, sarà in ritardo.. nel frattempo raccontami qualcosa di te, se vuoi, tanto sono sicura che Rina e Holly non torneranno prima di tre quarti d’ora.

Lena si sentì l’obbligo di darle fiducia, in fin dei conti pochi altri avrebbero fatto per una quasi sconosciuta quello che Aida stava facendo per lei, allora dopo una manciata di secondi, si schiarì la voce e cominciò a parlare:

“Io vengo da una città vicino Mosca, si stava abbastanza bene e non posso negare di aver avuto un’infanzia felice. Ma le cose cambiarono quando iniziai ad andare alle superiori. Io non ero una ragazza facile a socializzare, Vilen mi somiglia molto in questo.. - Aida accennò un sorriso - ..beh.. ad un certo momento iniziai a pensare che se non avessi cambiato drasticamente il mio modo di essere, non sarei stata mai felice, e avrei dovuto affrontare tutti gli altri che mi avrebbero giudicata perché diversa da loro..


Aida: Ti posso capire, alcuni sono convinti che per stare con gli altri, e trovarcisi bene, devono assomigliarti, anche se solo apparentemente

Lena: .. comunque, io scambiavo qualche parola solo con due persone in tutta la scuola, una era il mio professore di lettere e l’altra.. un compagno di classe, che all’inizio mi rivolgeva la parola solo ogni tanto, con la scusa dei compiti o altre cose così..

Aida: Era carino? Belloccio?

Lena (sorridendo): Sì, era un bel tipo, ma non è quella la cosa che mi avvicinava a lui sempre di più, noi due avevamo una cosa in comune, entrambi ci sentivamo intrappolati in un posto di cui non facevamo parte. Scusa, ma non riesco a spiegarmi meglio..

Aida: No no, ho capito che intendi dire, va avanti..

Lena: ..noi due passavamo sempre più tempo insieme, e lui non era come gli altri, quando mi parlava di sé dava l’impressione di voler fuggire da qualcuno…
Una sera, ero al secondo anno, e per me era arrivata l’ora della svolta, volevo dare un taglio alla mia vita di emarginata e buttarmi nella mischia, solo per essere una volta come tutti gli altri, anche se il pensare che stavo cambiando per piacere a loro.. mi faceva sentire più sbagliata di quello che potevo sembrare ai loro occhi. Io ero impreparata e ingenua, non sapevo un bel niente della vita al di là di quello che mi avevano insegnato i miei..

Aida si stava incuriosendo e coinvolgendo nella storia: Cosa è successo quella sera?

Lena: Io mi chiusi nella mia camera e mi infilai vestiti che non mi sarei mai sognata di indossare, semplicemente non erano nel mio stile quelle trasparenze e quel trucco pesante, ma volevo piacere a “loro”.. e mentre i miei genitori stavano cenando io me ne sgusciai fuori casa, salutandoli ma senza permettergli di vedermi conciata com’ero. Di corsa mi precipitai ad una festa, dove di sicuro avrei incontrato quel ragazzo, era stato lui ad invitarmi; la cosa mi attraeva e terrorizzava allo stesso tempo.

Aida: La festa era a casa di questo ragazzo?

Lena: No, ma di un suo amico. Non appena arrivai, non ricordo come, ma mi ritrovai quasi subito con un bicchiere di non so che alcolico tra le mani. Naturalmente ci andai piano, bastava poco per ubriacarmi. Quando d’un tratto vidi lui venire verso di me con due altri ragazzi, me li presentò come suoi amici, e uno di loro era il padrone di casa. Ad esser precisi, quella festa si svolse totalmente nella sala grande al pianoterra, a nessuno venne dato il permesso di invadere altri piani, e dal caos che c’era si poteva dedurre il perché.

Aida: E cosa è successo poi?? Racconta

Lena: Per dirla in breve, la mattina dopo mi ritrovai a letto con il mio unico amico – Aida spalancò la bocca -  Ma non mi ero ubriacata lo giuro, e nemmeno lui, credo. Non ricordo bene come è successo, io avevo 15 anni e lui nemmeno 16, forse volevo togliermi la curiosità o forse tutto questo l’ho permesso perché volevo cambiare a tutti i costi, ma nessuno di noi due si rese conto delle conseguenze se non quando era troppo tardi.

Aida (con la mano davanti la bocca): Sei rimasta incinta??

Lena: Già, a noi donne capita.. per i successivi tre mesi piansi tutte le notti e anche di giorno, quando ero sola, non perché non volessi il bimbo, ma perché non smettevo mai di chiedermi “Che ne sarà di Noi?”.

Aida: Ohhw.. deve essere stata dura..

Lena: Il peggio arrivò quando lo scoprirono i miei, mi buttarono fuori trattandomi come una mendicante che domandava elemosina .. mia madre infilò dei vestiti in una borsa e la gettò ai miei piedi, mio padre.. l’ultima  parola che mi disse fu “sgualdrina” .. – pronunciando quella parola gli occhi le si velarono di lacrime.

Aida la raccolse tra le braccia: Oh.. Lena, come hanno potuto! Che razza di genitori si comporterebbe così!!

Lena: Loro l’hanno fatto Aida.. io non riuscivo a farmene una ragione.. l’unica persona che mi aprì le braccia fu mia nonna – singhiozzò – senza di lei.. io e Vilen saremmo morti di stenti.

Aida (accarezzandole la schiena): ..e Lui! Come cavolo si chiama! Quello che ti ha combinato il guaio?? Dov’era???

Lena (asciugandosi il viso con le mani): ..Nil.. non so come venne a saperlo, io non glielo dissi mai, forse chiese di me quando non tornai a scuola.. il fatto è che lo rividi soltanto un’ultima volta in ospedale, pochi giorni dopo la nascita di Vilen, e poi venne arrestato, da allora non ho saputo più nulla di lui..

Aida: Oh.. Santo Cielo! Che avrai passato! Povera cara.. – continuò ad accarezzarle la schiena.

Lena: Per fortuna avevo una nonna meravigliosa, che mi prese con sé e mi permise di continuare gli studi occupandosi di Vilen. Lui si era molto affezionato a lei, finché qualche mese fa ci ha lasciati per sempre. Adesso siamo solo io e lui. Vilen è tutta la mia vita. Nel testamento la nonna ci ha intestato la sua casa, così vendendola abbiamo potuto trasferirci qui e prenderne una in affitto, con la speranza di trovarmi un lavoro il prima possibile, e poi ho incontrato te..

Aida si asciugò velocemente una lacrima che le scese lungo una guancia: Che storia tragica, ma vedrai che sarai felice d’ora in avanti

Lena: Scusami, non volevo farti stare male

Aida: Figurati, non pensarci a questo.

In quel momento la segretaria bussò alla porta della stanza annunciandosi, “Scusate, la signorina sembra nuova, se vuole accomodarsi nell’ufficio del direttore per l’orientamento, ora può venire”. Disse rivolgendosi a Lena.

Aida: Ok, grazie, arriva subito.. allora Lena mi raccomando, ricorda, non dire nulla se non è necessario, lascialo parlare, anche se ti ripete le stesse frasi decine di volte – sorrise – coraggio, và..

La segretaria, che l’aveva attesa sulla porta, la accompagnò davanti l’ufficio del direttore e poi ritornò ai suoi compiti.

La giovane dai capelli rossi, si stirò la giacca, tirò un respiro profondo ed entrò.

Era un ufficio molto soleggiato, c’erano alcune piante ad un lato a la scrivania all’altro. Dietro di questa non si vedevano altro che le pagine di un quotidiano e qualcuno che le sfogliava. “Permesso?”, disse Lena, un secondo dopo, dietro al giornale comparve il viso di una persona che non sembrava per niente il direttore, “Prego”, disse una ragazza dai capelli bruni spigliati, con due occhi blu che incantavano. Infatti Lena si ritrovò improvvisamente senza parole.

Lena: ..hmm..  io cercavo il direttore.. credo di aver sbagliato.. – la ragazza bruna posò il giornale e si alzò in piedi, era vestita con un paio di jeans e una camicia dalla quale pendeva una cravatta annodata a casaccio, “Non ha sbagliato, è che mio padre oggi mi ha chiesto di sostituirlo per un po
, mi aveva detto che sarebbe tornato in poche ore.. se ne sarà dimenticato”. La ragazza si portò davanti alla rossa e le tese la mano “Felice di conoscerla signorina, io sono Julia”

Lena: ..Lena Katina – colpo di tosse – ero venuta per le disposizioni generali, sono nuova
Julia: Bene, allora, se lei.. facciamo tu?.. penso che abbiamo la stessa età, più o meno
Lena: Ma.. io sono una sua dipendente, non lo trovo adeguato..
Julia: Io non lavoro qui, sono venuta oggi per fare un favore al babbo, non sono il tuo capo
Lena: Ah.. okkey.. va bene
Julia: Allora se vuoi seguirmi, ti faccio fare un tour dell’edificio
Lena: D’accordo.. grazie mille
Julia: Non mi devi ringraziare, sono qui per questo.

***

Carcere giudiziario
2:00 p.m.

Il giovane stringeva gelosamente quella lettera tra le mani, raggiunse lo sportello da cui partiva e arrivava la posta per i detenuti, andò per consegnare la sua, quando l’addetto disse, “Aspetta, è inutile che continui a scrivere a quell’indirizzo, le lettere sono tornate tutte indietro, non c’è il tuo destinatario in quella via”, e il giovane rimase sbalordito, “Che cosa?? E perché me lo dice soltanto adesso??”, “Perché ora l’ho notato”, rispose l’altro tranquillamente. “Maledizione!”, urlò il giovane tornando indietro, nella furia urtò un altro detenuto ed insieme crollarono a terra.

Voce: Ca**o!! Guarda dove vai!!
Giovane: Scusa, non ti ho visto..
Voce: Lo vedo – si rialzò – ..forse ti serve una guida, io sono Neon, per sentito dire
Giovane: Il mio nome è Nil – l’altro lo aiutò a rimettersi in piedi.

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