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***Capitolo
2***
La scadenza dell’ora all’aperto era quasi giunta. I detenuti nel patio stavano abbandonando ogni attività per far ritorno nelle loro celle. In disparte dal mucchio, Nil e Neon avevano trovato un piccolo spazio per parlare quietamente, vicino ad una recinzione; da quelle parti era tutt’altro che facile mettere da parte la prudenza e la diffidenza verso gli altri, ma loro due erano nella stessa condizione, soli e ansiosi di incontrare una spalla su cui contare… Nil: …e poi, quando raggiunsi l’età massima per il riformatorio, mi trasferirono in una prigione di un’altra città, ma visto che era diroccata, quando sfiorò un cedimento, il comune invece di ristrutturarla trovò più conveniente trasferire noi pochi internati. E sono arrivato qui. Neon: Come mai sei finito dentro? – chiese mentre fumava i resti di una cicca. Nil si esaminò le mani prima di proseguire a raccontare: ..è successo tanto tempo fa, ero in una situazione di m***a, a casa.. mio padre mi picchiava ogni sera, senza motivo, mi dava del fallito.. ho sempre avuto l’impressione che sfogasse su di me la sua frustrazione. Mia madre ci ha abbandonati quando.. beh, non me lo ricordo ma so che ero molto piccolo. E Lena.. ti ho già detto di lei. Una sera io e altri abbiamo dato fuoco ad una macchina, per gioco.. eravamo fuori di testa.. non ci eravamo accorti che c’era un uomo sbronzo là dentro, che è morto carbonizzato. Neon: Brutto modo di morire – gettò la cicca a terra e la spense col tacco della scarpa. Nil: ..a me hanno dato 8 anni per omicidio involontario.. sono dentro da 7, credo che quasi tutti quelli che mi conoscevano si siano dimenticati di me.. – breve pausa – tu che hai fatto? Neon: Aggressione – un minuto di silenzio – ..un bastardo mi tormentava giorno e notte perché aveva scoperto che sono gay – Nil smise di guardarsi le mani e si girò verso di lui - ..hai qualche problema coi gay? Nil: No, per niente, io credo di essere bisex.. ma non cambiamo discorso Neon: Umh.. una notte l’ho aspettato mentre usciva dal pub, l’ho incastrato in un vicolo, è giù mazzate – scoppiò a ridere - .. dovevi vedere come gemeva.. ahahah, ma per sfortuna non gli ho fatto un granché, a parte tre costole rotte e setto nasale distorto – riprese a ridere. Nil: Hai fatto bene.. la giustizia non esiste, meglio la vendetta Neon: Ca****e! Non sono pentito di aver spedito in ospedale quel bastardo, ma lo sono per aver deluso chi mi voleva bene, la mia famiglia.. non farò mai più una cosa del genere.. a costo di sopportare le angherie degli altri per tutta la vita.. la giustizia esiste Nil, ma non te la devi aspettare da chi non la conosce. Una guardia sbraitò al megafono che ognuno doveva ritirarsi entro cinque minuti, pena il salto del rancio. Non dovette ripeterlo, tutti abbandonarono il patio in uno o due minuti. Nil: Neon non è il tuo vero nome, esatto? Neon: Esatto, mi chiamano così per via dei capelli – erano tagliati a spazzola, dalla tinta biondo/verde brillante – ma è comunque molto meglio dell’originale, il mio è inaccettabile, non voglio sentirmi chiamare Virginio da nessuno, ti rendi conto che genialità i miei? Nil: Virginio.. puaaaaahahahahha – gli arrivò una gomitata al fegato – auhhw!! Neon: Se provi a ripeterlo ti stacco la lingua, ora muoviamoci, se restiamo ancora qui ci tagliano fuori Nil (toccandosi l’addome): Dovresti essere meno violento, già sei grosso di tuo, basti e avanzi per mettere soggezione Neon (camminando verso l’uscita): Qui dentro bisogna difendersi, o con loro o contro di loro, e vale sia per i guardiani che per i prigionieri, o bianco o nero.
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Finalmente Lena aveva trovato il tempo per cucinare qualcosa con le sue mani. Quella mattina iniziata nella pioggia si era conclusa in un modo che non poteva sperare migliore. Aveva trovato lavoro, se così si poteva dire, e un’amica vera, che per di più era la mamma di una compagna del figlio. Forse era vero che poteva tornare ad essere felice. “Ehi Vil, che preferisci per cena? Pollo o tonno?”, domandò dalla cucina, il figlio rispose dalla loro camera da letto, “Tonno, e non mi chiamare Vil pure tu!!! Non mi piace!!”, “Scusa scusa, che permaloso, e vada per il tonno”, replicò lei. Ma ripercorrendo tutta la sua giornata, anche se teneva la testa occupata con altro (tipo la cucina), c’era quella giovane donna di nome Julia, e il suo modo di fare, che l’aveva colpita particolarmente durante il giretto nell’ufficio… Julia: A che so io, Aida è un ottima collega, affiancarla ti sarà facile, e anche le altre due – entrò in una stanza – qui ci sono stampanti, fax e fotocopiatrici di riserva, nel caso i tuoi a disposizione non funzionassero, e anche inchiostro e carta.. Lena: Sì Con l’ascensore scesero al piano interrato Julia: Qui c’è la mensa – accostandosi di un po’ alla rossa – ma ti consiglio di non rimanere a mangiare Lena: Non ce ne sarà bisogno, ma grazie del consiglio Julia (sorridendo): Come puoi vedere affianco c’è il bar, a parte il barista pignolone è ok, ti va un caffé o una bibita? Lena ascoltava con poca attenzione quelle parole, osservava di più gli impiegati che le passavano d’avanti, come si comportavano, di che parlavano e cercava di non guardare la bruna per non incantarsi di nuovo: Ho capito.. Julia: Cosa? Ma non ascoltavi? Lena: Oddio scusa! Mi sono persa un attimo, dicevi? Julia (mettendo il broncio): Ti ho chiesto se ti va qualcosa.. – si sfilò via la cravatta. Lena: Sìsì .. grazie.. senti caldo?? Julia (con le guance rosse): Qui dentro il riscaldamento è troppo alto e poi ci sono le cucine.. vieni.. – accompagnò gentilmente la giovane dai capelli rossi ad un tavolo del bar – cosa prendi? Lena si schiarì la voce: Un’acqua tonica Julia: Ah.. va bene, ci penso io Lena: No no, faccio io non ti preoccupare, perché non ti siedi, torno subito Julia: Ma.. Lena si affrettò al banco del bar, senza notare che la bruna dietro di lei era diventata di un rosso poco naturale, che si stava ventilando come poteva utilizzando la cravatta e che dalla fretta non le aveva domandato cosa invece prendeva lei. “Che stupida!” si ripeteva da sola davanti al barista, mentre lui la guardava, si accigliava e aspettava. “Mi dia un.. una..”, non le veniva in mente nulla. “Un’acqua tonica e un aperitivo, grazie”, disse Julia dietro di lei, posandole una mano sulla spalla. “Era ora”, pronunciò il barista annoiato, le due ragazze non gli diedero nemmeno retta. Julia: Perché tutta questa fretta? Lena: Ho appena guardato l’ora, devo andare da mio figlio, tra poco esce da scuola Julia: Oh.. – mutò espressione all'improvviso - .. sei sposata..? Lena: No, è una lunga storia, ma siamo solo io e mio figlio Vilen Julia: Immagino sarai una madre fantastica, e poi sei così giovane, potrai trascorrere tanti anni con lui Lena: ..mi piacerebbe incontrare qualcuno che voglia passare questi anni con noi – sussurrò, la ragazza bruna la vide arrossire mentre le diceva quella frase. Il barista passò loro l’ordine e se ne andò, sempre più infastidito da un chissà che. Lena mandò giù velocemente l’acqua e si sentì la gola più asciutta di prima; quella persona al suo fianco la metteva a disagio, sembrava volesse trasmetterle un messaggio che lei non riusciva a comprendere. “Devo proprio andare ora, perdonami, è stato un piacere Julia, spero di rivederti presto”, disse la rossa prima di andar via. Vilen: Mamma?! Mamma!! – il bambino la risvegliò dal suo remake. Lena: Sì? Che succede? Vilen (masticando): Che ne so.. chomp chomp .. ti sei addormentata sul piatto.. chomp.. non hai fame? Lena (sorridendo): Adesso inizio anche io, e tu mangia piano che ti fa male.
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Durante le diverse settimane che seguirono, Julia e la rossa si incontrarono saltuariamente lì nell’ufficio, salutandosi, sorridendosi e parlandosi brevemente, perchè Lena trovava sempre un motivo valido per allontanarsi nel giro di pochi minuti. 9:03 a.m. La porta era chiusa, una radio in sottofondo suonava una canzone degli anni ’80 mentre le quattro “si davano da fare”, almeno due di loro sicuramente. Rina: Avete sentito la notizia? – disse alzando la testa dal monitor. Holly: Che notizia? Aida: E su, sempre a perdere tempo voi! Qui c’è del lavoro da finire, diamoci una smossa! Lena continuava a farsi i fatti suoi, le voci di corridoio non le interessavano. Rina: Pare che il capo stia organizzando un matrimonio, shhhh..!! Non ditelo in giro! Aida: E tu che stai facendo ora? Chiacchierona! E poi che stupidaggine, il direttore ha l’età per essere nonno! Holly: E chi ti dice che sia per lui? Forse si sposa la figlia In un secondo Lena alzò gli occhi dai documenti e fissò Holly: La figlia si sposa?! Rina: Ehilà Lena, allora ci sei, a volte sembri un fantasma Lena: Allora?? Sei sicura?? Holly: Se ci deve essere una cerimonia penso sia per la figlia, a meno che il boss non si sia rincoglionito ancora di più Aida: Magari si è dimenticato che è già sposato! Hehehehe.. Rina: Uhuhuhuhuhuhu… !! “Non può essere lei..”, pensava Lena, “E perché no, in fondo è molto bella.. chissà quanti corteggiatori avrà.. una come Julia può permettersi di scegliere chi vuole..”, avvertì una stretta al cuore, “..se è così devo farle le mie congratulazioni, è una brava ragazza.. lo merita”. La rossa si alzò ed uscì dall’ufficio con la scusa di consegnare in segreteria i documenti che stava sfogliando a vuoto da dieci minuti e stendersi le gambe. Quella che stava provando era decisamente una pessima sensazione. Entrò in segreteria e si sbrigò rapidamente, intanto che era lì sentì delle voci provenire dall’ufficio accanto, la direzione. Quando si spostò nel corridoio si udivano ancora più forte; appunto perchè la porta era socchiusa. Voce: Julia non hai ancora ordinato i fiori per la chiesa, era compito tuo, ora tua madre se la prenderà con tutti e due! Mannaggia! Julia: Okkeeeeey ho detto che me ne occupo subito, e che pizza! Con tutti i preparativi in corso, non è facile mantenere il ritmo della mamma! Un piccolo ritardo mica è la fine del mondo! Voce: Lo sai che dobbiamo fare bella figura con la famiglia dello sposo, tua madre ci tiene a morte Julia: Lo so! Lena smise di ascoltare, le orecchie le rimbombavano di frasi che voleva scacciare subito dopo averle sentite, “Allora è vero.. si sposa”, Julia uscì dalla stanza in quel momento e la vide. “Ciao Lena! Che bello incontrarti!”, disse allegramente. La rossa le rispose con voce strozzata “Ciao..”, subito si rischiarò la gola e si voltò per tornare al suo lavoro. Julia: Lena? Qualcosa non va? – la seguì Lena: No niente.. ho mal di gola.. – una sensazione pungente le stava attraversando l’anima come una spirale fino a raggiungere lo stomaco che si contraeva quanto una macina. Julia: Cercavi qualcuno, posso aiutarti? Lena: No..hmm ..dovevo solo andare.. in segreteria – continuò a camminare tossicchiando a intervalli. Julia (sfiorandole un braccio): Aspetta.. sempre di fretta tu, vorrei consegnarti un invito Lena (leggermente pallida): ..un invito..? Julia: Mia sorella si sposa, vorresti venire al matrimonio? Mi piacerebbe che venissi come mia amica, a mia sorella non dispiacerà, puoi portare anche tuo figlio naturalmente Lena si toccò la fronte un attimo, guardò a terra, alzò il viso, fissò Julia, un brivido le percorse la schiena, guardò di nuovo a terra. “Povera Lena, non avevi capito nulla, non è lei che si sposa, e perché diamine ti stavi facendo venire un mezzo infarto??!!!”, pensò in parte risollevata, frattanto Julia era sempre più preoccupata osservandola, “Lena?”. Lena: ..magnifico .. grazie per l’invito.. ..non mancheremo, ora vado.. grazie eh! – rientrò velocemente nel suo ufficio e chiuse la porta dietro di sé. Julia rimase da sola nel corridoio, con una piccola busta nelle mani, “..ma ..non hai preso.. l’invito…”
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Quella sera, 7:07 p.m. Camera da letto, appartamento Vilen se ne stava sdraiato sul letto, a pancia sotto, dondolando i piedi da un lato e dall’altro mentre guardava la piccola TV sul comò di fronte a lui. Una cartella da cui uscivano dei quaderni giaceva abbandonata sul pavimento. Sulle quattro pareti della camera spiccavano dei disegni a pastello che il bambino aveva attaccato con l’aiuto della mamma, per sentire quello spazio più familiare. Almeno solo un po’ come lo era dalla nonna. Sin dal primo giorno che si erano trasferiti sapevano che le cose sarebbero state molto diverse da prima. “Ma insieme ce la faremo a ricominciare”, gli ripeteva sempre la madre. Lena entrò nella stanza trasportando dei vestiti appena stirati sul tavolo della cucina e li posò sul comò. Il figlio le sorrise più che poteva mostrando una ‘finestrella’ tra un dente e l’altro dell’arcata superiore. “Vilen! Hai perso un dentino!”, esultò la mamma. Vilen: Aha .. ma non lo trovo, forse l’ho ingoiato - adesso quando parlava gli partiva qualche piccola raffica di saliva. Lena si sedette vicino a lui: Come ingoiato?? Vilen (ridendo): Bugia, l’ho lanciato dalla finestra – la madre scosse la testa e gli arruffò i capelli - ..mammi, stanotte ho sognato la nonna. Lena si distese sul letto affianco a lui: Vuoi raccontarmi il sogno? Ti ha parlato? Vilen: Non ha detto nulla, mi sorrideva e basta. C’eri anche tu.. insieme a un’altra persona. Lena: Chi? Vilen: Non me la ricordo – cambiò canale, i Looney Tunes erano più divertenti del telefilm che stava seguendo prima. Lena: Ah.. peccato Vilen: Il lavoro? Lena: Per ora tutto bene, la mamma di Lisa è una persona molto gentile.. a proposito, siamo stati invitati alla cerimonia dalla figlia del capo, ti va di andarci? Vilen: Se a te ti va.. – l’allegria di prima era scomparsa dalla sua vocina - ..andiamoci Lena strinse il bimbo tra le braccia: Ma come sei diventato serio! – il bambino mugugnò per farsi liberare dalla madre – Lisa non si può nemmeno nominare.. eheheh… Vilen: Non é vero!
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In quello stesso istante la ragazza bruna si trovava in una bellissima basilica; camminava silenziosamente lungo una delle due navate laterali esaminando parte delle decorazioni che si sarebbero completate entro i successivi tre giorni. La sorella la seguiva interrompendola di tanto in tanto con qualche frasetta di circostanza. “Jul, io ho una fifa addosso da paura”, pronunciò tremolando ogni sillaba. La sorella le circondò la vita con un braccio, “Stai calma, stai sposando il tuo fidanzato, la persona che hai sempre amato sin dal diploma, perché avere paura? Al massimo sarai un pochino sovreccitata”, la rassicurò, “..se se, dici bene tu, quando toccherà a te vedremo”, disse l’altra, “Sai che ti dico? Tra tre giorni sarai la donna più felice della città”, confermò Julia sorridendo. Un parroco bassino dai capelli brizzolati e un aspetto gioioso avanzò verso di loro con un largo sorriso, “Allora? Queste prove quando le facciamo Gaiya? Non manca molto oramai.” Gaiya: Uummmww.. padre non mi metta l’ansia pure lei! Parroco: Non essere ansiosa figliola, il matrimonio è consacrare l’unità di due anime nell’Amore, non è una cosa meravigliosa? Gaiya: Padreeeee .. sto attraversando una crisi mistica.. possiamo rimandare tutto a domani?? Julia: ..ahahahahahahaha.. – il parroco le osservò confuso – ..non la stia a sentire padre, non sa quello che dice, è sovraeccitata, tra poco le uscirà il fumo dalle orecchie Gaiya: ..ummmmmmmhhhhhhhhhhhhhhhh!!! Voi non capite! Io mi sto esaurendo!!!!!!! – arrivò un uomo alle sue spalle e le posò un bacino sul collo, lei si voltò di sobbalzo Uomo: Ciao amore Gaiya: Amoreeeeeeeeeeeee! – gli gettò le braccia al collo. Julia si scostò verso il parroco e gli sussurrò, “Venga, ci sono alcune cosette che devo dirle”, così i due si separarono dalla coppia e passeggiarono tranquillamente verso la sacrestia per definire forse gli ultimi dettagli.
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La mattina dopo, quando Lena entrò nel suo ufficio, la segretaria le consegnò una busta. Era l’invito per la cerimonia più un piccolo bigliettino dove c’era scritto un numero telefonico e qualche parola, “Per favore chiamami, Julia”. La ragazza dai capelli rossi si sedette al suo posto e tentò di concentrarsi sul lavoro. Sperava che impegnata tra nomi e cifre avrebbe mandato fuori strada il cervello che correva a mille all’ora alla ricerca di risposte disordinate e inesistenti. Ma non ebbe successo. Il non riuscire a controllare la sua volontà la faceva incollerire, schiacciò il tasto “Canc” invece che “Invio” all’angolo destro della tastiera. L’organigramma che aveva costruito in un’ora e mezza andò a quel paese. “No..!!” Aida sussultò a causa dello scatto isterico della collega, le poggiò una mano sulla spalla: Che hai Lena? Lena si strofinò il viso con le mani: ..cose per la mente, Aida.. è così assurdo.. c’è una persona che conosco a malapena ma non riesco a farla uscire dalla testa.. – intrecciò le dita nei capelli sospirando. Aida: Ma perché vuoi dimenticarla? È qualcuno che ti fa soffrire? Lena: No.. ma non mi porterà da nessuna parte desiderare chi non posso avere.. – e dicendo ciò si rese conto fino a che punto era già arrivata. Il cuore iniziò a battere velocemente. Prima che Aida riuscisse a risponderle Holly spalancò la porta con una decina di fascicoli tra le braccia: Aiuto gente! Datemi una mano! Aida sbuffò e le prese metà del carico: Ma dov’è finita Rina?? Holly buttò i fascicoli sulla scrivania e poi disse, “Me la sono persa nel corridoio, si sarà fermata a origliare a qualche porta.” Lena: Io esco un attimo, scusate – scostò la sedia, si alzò in piedi e andò fuori, le altre due non potevano vederlo, ma lei si sentiva soffocare dentro.
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Penitenziario, 8:09 p.m. Una categoria dei detenuti era obbligata a svolgere dei lavoretti (pressoché artigianali o da manovali) in ore sia della giornata che del pomeriggio, spesso capitava anche di sera… Nil era occupato a trasportare delle casse in un magazzino, non aveva visto quattro soggetti che lo guardavano sottocchio senza interrompere quello che stavano facendo. Neon andava e veniva come il compare, e quando si incontrarono a metà strada, camminando in senso opposto, “Attento ai para**lo alle tue 6”. Nil (con il fiatone e una cassa che reggeva a fatica): Eh.. anf.. chi sono? Neon: I quattro dietro di te babbeo, stai attento a quelli – riprese ad avanzare, una guardia gli stava segnalando di alzare i tacchi. Nil non era un tipo robusto, ma magro e di media statura. Negli anni di reclusione si era lasciato crescere i capelli neri e li aveva legati in una coda, permettendo alle ciocche della fronte di ricoprirgli gli occhi, come una specie di protezione da sguardi nemici. Nel viaggio di ritorno il ragazzo si trovò faccia a faccia con uno di quelli. “Spostati”, intimò il tipo, e lui si scostò da un lato; gli altri tre dietro iniziarono a ridere. “É proprio un rammollito”, disse uno di loro ad alta voce. Più tardi, nel refettorio… Neon e Nil sedevano da soli in un angolo; uno dei modi per non prolungarsi il “soggiorno” era di sicuro evitare ogni provocazione, ma comunque non era abbastanza. C’era chi si dava da fare apposta per rendere agli altri la vita impossibile lì dentro. Quei 4 facevano appunto parte di quella cerchia. Nil: Che ca**o vogliono da me?! – infilzò la forchetta nella poltiglia che doveva essere la sua cena. Neon: Da come ti guardavano, romperti il c**o. Qualche mese fa hanno massacrato un poveraccio perché gli stava antipatico. È finito in infermeria per una settimana. Nil: Se credono di avere a che fare con un rammollito gli farò cambiare idea! Neon: Ascoltami bene grand’uomo, stagli lontano e non rispondere alle loro offese, comportati così come hai fatto al magazzino – oscillò la forchetta sotto il naso dell’amico - ..non metterti nei guai, tra un anno sarai fuori.. L’entrata del refettorio si otturava ogni volta al passaggio scoordinato dei detenuti; Neon e Nil si persero di vista. Il ragazzo bruno lo cercava disperatamente con gli occhi nella mischia, accanto a lui si sentiva leggermente più tranquillo. Quando vide una capoccia che sembrava fosforescente nella penombra, e poi Neon chiamarlo con un braccio, si rallegrò. Si stava muovendo verso di lui fino a che gli arrivò uno spintone tale da spedirlo a terra. Qualche minuto dopo, il ragazzo bruno riaprì gli occhi; si ritrovò in un bagno o qualcosa del genere a giudicare dalle mattonelle di ceramica bianca che ricoprivano metà dei muri più il pavimento. Era ancora stordito, ciò nonostante udiva dei brusii di voci diverse emessi da quattro persone davanti a lui. Detenuto1: Guardatelo, il novellino si è svegliato.. Detenuto2: Allora diamogli subito il benvenuto – così dicendo sollevò il ragazzo afferrandogli il collo e lo gettò verso gli altri tre. Uno di loro tirò fuori un taglierino e lo strusciò sul viso del giovane, “Comincia a supplicare ragazzo”. Nil: Che ca**o volete farci con quello!!? – tre di loro gli bloccarono testa, braccia e gambe; e il tizio con la lama ghignava all’idea di dover scegliere che cosa “intagliare” per primo. Pareva non riuscisse a decidersi, e intanto Nil cerava di svincolare almeno un braccio a costo di spezzarlo; la cosa li faceva divertire ancora di più. Nil: Lasciatemi!!! NOOO! – uno lo colpì con una testata e un altro gli assestò un pugno notevole al fianco, “Sta zitto!” Detenuto3: Ti vuoi muovere! Staccagli un orecchio, basterà a ricordargli chi comanda! - quello con il taglierino non si era ancora deciso. Il ragazzo spalancò gli occhi appena la lama si avvicinò alla tempia destra, cercò con tutte le sue forze di farsi indietro mentre l’uomo che gli teneva ferma la testa suggeriva al compare di sbrigarsi. Un istante dopo tutti e cinque avvertirono un scricchiolio accanto alla porta, “Che è stato?!”, chiese uno dei quattro. Dopodichè la porta si spalancò e una figura di grossa stazza scaraventò il tizio con il taglierino in uno dei gabinetti. “Neon!” chiamò il ragazzo ancora bloccato. Neon si liberò facilmente dei tre che reggevano Nil, uno dopo l‘altro. “Te le stavano suonando, eh?”, chiese con un mezzo sorriso al ragazzo ancora pallido, e poi una domanda pronunciata seriamente, “Stai bene?” Nil (appoggiato al muro): ..sì.. graz- ATTENTO! – alle spalle dell’amico era ricomparso quello con il taglierino, questa volta non perse tempo, con un grido gli infilzò la lama nella schiena. |