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***Capitolo
5***
Solitamente ci si aspetta come minimo del vapore quando si entra in un bagno dove circa una ventina di detenuti hanno appena adoperato le docce. Ma lì, in quel penitenziario, se l’acqua si manteneva tiepida era già tanto. Nil chiuse il rubinetto cigolante; sentiva delle voci, sembrava che tutti gli altri stessero andando via rapidamente. Si avvolse un asciugamano intorno alla vita e uscì dal separè che divideva una doccia dall’altra. Quei quattro gli stavano così vicino che volendo potevano ascoltare uno a uno tutti i battiti del suo cuore martellante. Due indossavano la solita uniforme, altri due erano nelle sue stesse condizioni, uno di questi ultimi stava strizzando un asciugamano bagnato con forza, lo scuoteva in funzione di una verga. Uno degli altri lo afferrò per i capelli e lo fece inginocchiare, chiudendogli la bocca con la mano, fece cenno ad un compagno di accostarsi all’entrata, “Chiunque vedi o senti arrivare, facci un segno”. Il ragazzo dai lunghi capelli neri non riusciva quasi a respirare, il tipo che l’altra volta lo minacciava con il taglierino gli raccolse i capelli sulla schiena e li tagliò via con qualcosa che lui non vide, poi si chinò di poco per bisbigliargli nell’orecchio, “Nessuno, nessuno di tutti quelli che attraversano la nostra strada ne esce allo stesso modo, tu non fai eccezione”, sogghignò gettando via il mucchio di capelli che stringeva nella mano. Il tizio con l’asciugamano si avvicinò sempre di più, se c’era una possibilità per difendersi doveva sfruttarla immediatamente. Nil si issò in un secondo, scagliandosi all’indietro contro quello che gli chiudeva la bocca, poco più tardi, l’ultima scena che gli rimase impressa negli occhi fu l’immagine lampo di un qualcosa che con estrema potenza gli si schiantò sulla faccia.
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Appartamento di Lena, 7:02 p.m. Vilen aveva chiesto alla mamma cosa sapeva di Lisa in più di un’occasione, fino a che non ebbe risposta, infatti corse da lei subito dopo aver sentito il cellulare trillare; gli era sembrato così brutto vedere il suo banco vuoto fino alla fine delle lezioni. “Aida mi ha appena detto che la piccola Lisa sta meglio, si era solo raffreddata”, sorrise la giovane donna al bambino che la guardava con due occhioni ansiosi. Lo sguardo del bimbo si illuminò di gioia, poi si accorse che la mamma rideva sotto i baffi e cambiò argomento, “Quando arriva Julia?”, “Tra poco”, affermò la madre intanto che si avvicinava allo specchio dell’armadio per ordinarsi le pieghe della gonna lasciate dal tempo seduta sul letto e tirare qualche sospiro profondo, dato che la sua respirazione era seghettata. Vilen: Perché esci con quello lì? A me non mi piace – incrociò le braccia Lena: Non ti piace.. e perché? Vilen: ..perché è un gigione Lena: Che? – si stava specchiando ancora Vilen: Un gigione Lena: Chi te lo ha detto? – si voltò verso il bambino Vilen: Julia Proprio allora, il campanello risuonò tra le pareti delle due stanze, Vilen saltò giù dal letto e corse ad aprire “Vado io!”, “Aspetta!”, la giovane gli corse dietro e lo sollevò. “Non devi aprire a chiunque bussa! Non si può mai sapere chi c’è dall’altra parte, meglio controllare”, posò il bimbo imbronciato a terra e andò lei. L’occhio magico confermò che era chi attendevano. La bruna si mostrò in abiti semplici; jeans, una felpa e un cappello in testa. Lena notò che aveva gli occhi arrossati e il viso rosso, ma solo una guancia, sembrava proprio lo stampo di uno schiaffo ben piazzato. “Julia..”, la rossa tese un mano per sfiorare quel segno ma l’altra abbassò il capo ed entro senza guardarla, si tolse il cappello e strofinò gli occhi su un braccio, “Contrasti in famiglia..”, sussurrò, andando in contro al bambino che le saltò in braccio. “Hilario è giù che ti aspetta, mi ha pregato di avvertirti, non preoccuparti per le ‘regole’, le conosco.. niente fumo, niente Tv dopo le 9, responsabilità, ordine, eccetera, eccetera.. ”, disse la brunetta entrando in camera con il bambino che salutava con un ‘ciao ciao’ la mamma. Lena restò impalata per una decina di secondi, doveva parlarle? Doveva chiederle di più? Doveva seguire la sua volontà? Erano amiche? ... Non lo erano più, forse non lo erano mai state. Oramai si era perduta nell’amore. Raccolse le chiavi e chiuse la porta dietro di sé rabbiosamente.
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Hilario aveva programmato la serata tra un teatro, un locale di prima scelta e poi quello che ne sarebbe seguito, il che poteva differire a seconda dei desideri della sua compagna. “..così ti sei trasferita da poco, fino ad ora come è andata? Come ti trovi?”, chiese lui mentre guidava la sua berlina. “Molto bene”, rispose Lena ammirando dal finestrino le strade illuminate che conducevano fuori città. “Dove stiamo andando?” Hilario: A teatro, San Pietroburgo Lena (si girò verso di lui): Non è troppo lontano? Hilario: Saranno un 30 chilometri da.. – vide un cartello stradale – adesso! ..eheh.. non mi pare lontano, ti prometto che non mi perderò – continuò a ridere Lena: Ci manca solo quello – sorrise anche lei, tornando a guardare il finestrino, stranamente Hilario se ne restava troppo in silenzio quella sera. Quando arrivarono nella magnifica città, Hilario notò che intorno al teatro c’era un’insolita assenza di movimento. “Embè?”, pensò lui. Parcheggiò e disse a Lena di attenderlo in auto. Si affrettò davanti l’entrata e lesse un manifesto notevolmente grande...
‘Convegno medico in
corso, l’appuntamento con l’opera della serata
è rimandato alla prossima settimana, stesso giorno, stessa
ora. Ci scusiamo per il rinvio d’emergenza, La
direzione.’
Hilario: Non è possibile.. – tirò un calcio ad un lampione, e da lontano arrivò anche la rossa Lena: Che succede? Hilario: E niente, i cervelloni hanno occupato il teatro.. non mi era mai capitato te lo assicuro Lena (sorridendo): Non importa, non te la prendere Hilario: Figurati se me la prendo per così poco, ma ti immagini se al ristorante c’è una gara di bistecche in corso..? Buahahaa.. – a mente – ..settimana prossima, col ca**o! Se non mi rimborsano i biglietti non mi ci vedono più neanche morto!
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Intanto, a casa della rossa, Julia e il bimbo si erano stufati di giocare a nascondino, che poi non durava più di venti secondi considerata la metratura dell’appartamento. Tranne che quando Vilen si nascose sotto la doccia, coprendosi con un telo dal bagno, alla bruna prese un colpo. “..mi hai tolto cinque anni di vita..”, ansimò Julia caricandosi il piccolo sulle spalle che se la rideva da matti. “Vuoi vedere un mio disegno?”, domandò il bambino ancora in preda all’euforia. Di corsa si infilò sotto il letto e tirò fuori un album da disegno. Mostrò alla ragazza una serie di fogli; rappresentavano tutti dei paesaggi, personaggi di cartoni animati e del regno animale, a parte uno… Julia prese in mano un foglio, il ritratto di tre persone, un bambino e due adulti: Che bello questo.. Vilen: Però ne ho fatti pure più belli – sorrise – quelli siamo io, mamma e la persona che piace a mamma Julia lo osservò meglio, in effetti c’era il profilo della madre con tutti i suoi capelli: Tu, Lena e Hilario? Vilen: Noooo, ho detto quella che piace a mamma Julia: Ahh… Ora è molto più chiaro di prima..hahaha.. forse stai cercando di dire che questa persona è immaginaria, perché non vorrei sbagliare ma, credo mi assomigli.. Vilen: Infatti – il bambino salì sul letto e accese la TV; la bruna avvampò. Non poteva essere come diceva lui, era una contraddizione a tutto quello che la rossa le comunicava. Si sedette a terra poggiando la schiena accanto all’asse del letto e guardò di nuovo quel disegno, i particolari non mancavano, ‘Dragonball’ a parte, il piccolo si era ricordato dell’acconciatura della brunetta nei minimi dettagli. “Non guardi il film?”, domandò Vilen Julia: Arrivo – sistemò il foglio con gli altri e si sdraiò vicino a lui – che stai vedendo? Vilen: Dinosauri
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Ristorante, 8:35 p.m. Lena constatò che il locale era quasi vuoto, tranne il loro tavolo e quello di altre cinque persone, non c’era nessuno. Hilario non era interessato ad altro che al menù, “Qui preparano le migliori trote al forno della città”, suggerì alla compagna e lei seguì il suo consiglio. Un cameriere portò a loro le ordinazioni con una bottiglia di vino chiaro, “Con gli omaggi dello chef”, disse allegramente, e “Grazie”, fu la risposta di entrambi. Lena: Come mai c’è così poca gente? Hilario (prima di infilzare la trota): Generalmente si affolla dopo le nove e qualcosa Lena: Ci vieni spesso? Hilario (forchetta a metà strada dalla bocca): Ogni tanto.. Lena: Da solo o sempre in compagnia? Hilario (forchetta in bocca): ..uhmg.. chomp.. munch .. tutti e due i modi.. munch.. ma tu non mangi? Lena: Tra un secondo.. – quella trota abbrustolita e ricoperta di patate non la ispirava molto, con quegli occhietti bianchi che la fissavano poi, provò assaggiarla, non era male come sapore; bastava che non la guardasse a lungo. Dopo venti minuti, Hilario aveva bevuto anche più del necessario. Stava continuando la sua storia, di come suo padre aveva incontrato sua madre al concerto dei Queen nel lontano febbraio del 1979 al ‘Palacio De Deportef’ in Barcellona… Hilario: ...mia madre è spagnola, io ho vissuto quasi sempre in Russia perché, poco dopo la mia nascita, mio padre è tornato a casa sua. Così ci siamo trasferiti lì per sempre Lena: Capisco, a sentirti parlare non sembri mezzo spagnolo.. Hilario: Ancora non mi conosci Lena, Julia non ti ha detto nulla di me? Lena: Ahhheemm.. sì come no, giocavate assieme, vero? Hiario cominciò a giocare con il calice vuoto, toccandolo con qualche schicchera: Perché sei uscita con me..? Per gentilezza o per.. altro? Lena arrossì: Per fare amicizia può andare? Hilario: Hmm.. speravo mi dicessi per altro.. vorrei sapere chi è che ti interessa davvero Lena si versò dell’acqua minerale, di nuovo quella sensazione di forte imbarazzo: Non so che rispondere.. – mandò giù un sorso - ..per il momento il mio interesse fondamentale è una vita felice, soprattutto per mio figlio Hilario: E poi? Lena: E poi, non lo so.. - pausa - come si fa a comprendere quando è amore vero? Quando non è solo un abbagliamento, solo un attrazione? Hilario: Behhh è come se mi avessi chiesto cos’è l’oceano.. io l’ho visto poche volte, è stata come una sensazione che ti cattura per sempre, profonda senza fine.. credo che quando ti senti così dentro, è come provare amore, non riesco a esprimerlo con parole.. non ti stavi riferendo a me, vero? – la rossa abbassò gli occhi – no.. ci avrei scommesso Lena: Grazie per la dichiarazione, ma se sei tanto innamorato dell’oceano, che ci fai qui? Hilario: Boh, per ora ci vivo, il futuro non riesco ancora ad prevederlo, magari mi capita di incontrare una tipa dei Caraibi e mi trasferisco da quelle parti.. allora? I tuoi dubbi sono sempre lì o ti ho chiarito le idee? Lena: ..ho una paura pazzesca di tutto quello che ti ho sentito dire Hilario: E per quale ragione? Lena: Perché, perché.. ho paura dei cambiamenti, ho paura di commettere uno sbaglio, ho paura di essere soltanto confusa, ho paura delle illusioni.. Hilario: Che pessimista.. Lena: Una volta mia nonna mi disse che esiste anche un pessimismo apparente, quello che in realtà è solo uno scudo di vetro dietro a cui immaginiamo di ripararci, poiché in fondo non si è mai smesso di sperare.. ma è molto più pericoloso del pessimismo vero e proprio, il non essere rassegnati davvero può causare una delusione doppiamente disastrosa… Un po’ come quando si dice ‘andrà male’, ma si spera sempre il contrario.. forse il pessimismo ‘vero e proprio’ non esiste.. Hilario: Scusa, ma non ti seguo più.. – si sentiva la testa molto pesante - ..forse è il vino.. me**a!!!! – scattò in piedi barcollando Lena fece altrettanto: Che ti prende?! Hilario: Lena.. – ricadde col posteriore sulla sedia - ..non me la sento molto di guidare.. – si appoggiò sul tavolo e chiuse gli occhi – ..mi gira la testa come la gonna di una ballerina di flamenco Lena: Oh me**a.. cameriere! Cameriere! Il cameriere arrivò di corsa. “O santo cielo..”, mugugnò, “..ha bevuto un po’ troppo”, riferì Lena. Il cameriere sollevò Hilario per le spalle, “..ora lo portiamo in una camera libera qui vicino, non si preoccupi”. Adiacente al ristorante c’era un piccolo ostello che affittava stanze. Il brav’uomo si trascinò Hilario sulle spalle fino là dentro, poi gli ordinò una sistemazione garantendo la posizione del suo vecchio cliente, “Vi assicuro che salderà il conto domattina, è un nostro cliente abituale e rispettabile”. Da lì di seguito, continuò a trascinarsi più di ottanta chili per le scale e poi lo scaricò sul letto. La rossa li aveva seguiti tutto il tempo senza fiatare. “Dovrò chiamarmi un taxi..”, rifletté.
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Appartamento di Lena, ore 9:50 p.m. Una volta terminato il lungometraggio ‘Dinosauri’, Vilen insisté nel rimanere sveglio ad aspettare il ritorno della mamma, e vista tutta la sua determinazione la bruna si arrese, così preferì leggergli una favola dietro l’altra piuttosto che rimanere a guardarsi in faccia per tutto il tempo, “Vediamo, ‘Il gatto con gli stivali’?” Vilen: lo so a memoria – il piccolo si infilò il pigiama e si coprì con le lenzuola – la babysitter riprese a cercare tra un mucchio di libri per bambini Julia: ‘La Sirenetta’? Vilen (con una smorfia): È per femmine! Julia: ..dici? Mhm.. allora ci deve essere finito per sbaglio in mezzo agli altri da maschietto – sorrise, il bambino diventò rosso – poi un giorno mi spieghi la differenza.. ah! Ho trovato! Questo mi piaceva molto, ‘I cigni selvatici’ Vilen: Nooo.. è quasi uguale alla lagna ‘Cenerentola’! Julia rimise il libro a posto: Non è così uguale.. beh dimmi un po’ tu che vuoi che ti legga – il bambino si mise in ginocchio sul letto e indicò un libro dalla copertina sgualcita. Vilen: Quello lì è il mio preferito, me lo leggi per favore? La bruna prese il volume poi andò a sedersi vicino a bambino, coprendolo di nuovo: Allora.. ‘La collina dei conigli’, questo non è proprio una favola, direi pure che è un po’ complicato per te – ma vedendo il broncio sul viso del piccolo, aprì alla prima pagina ed incominciò a leggere Di primule non ce n’erano più. Dalla parte del bosco - dove questo finiva, l’aperta campagna scendeva in pendio fino a un vecchio recinto, oltre il quale c’era un fossato rivestito di rovi - si vedevano ancora rare chiazze di giallo ormai sbiadito, fra l’euforbia e le radici delle querce… Lette neanche tre pagine, il rumore della porta all’ingresso impedì alla giovane di continuare. “La mamma è tornata..”, sussurrò al bimbo che si era addormentato nel centro del letto, dopo solo cinque righe del libro. Spense la lampada sul comò ed uscì dalla stanza. La rossa si tolse il cappotto lasciandolo cadere su una sedia, poteva dirsi esausta comparando quella serata al suo standard normale. Ma forse la sua vita non si poteva definire proprio ‘normale’, probabilmente quella era stata la sua prima sera da persona ‘normale’ rispetto a quella di molti ‘altri’. Di nuovo la stessa storia, perché diamine sentiva al necessità di far parte del mondo così come lo vedevano gli ‘altri? Per quale motivo doveva sempre modellare la sua vita per essere considerata parte degli ’altri’? Julia: Come è andata? – la rossa si girò verso di lei senza rispondere. “Si offenderà se voglio pagarla? Me li sbatterà in faccia? Perché deve essere tutto così difficile..”, rimuginava Lena. Julia: Hmm..? – le si avvicinò mettendo una mano sulla sua spalla – ehi, ci sei? – Lena sussultò, la bruna tirò subito via la mano, si fece indietro e alzò le braccia – scusa.. vado via Lena le acciuffò una mano: No aspetta! Un momento.. che fretta hai? Julia: Veramente io non avevo fretta.. vabbè lasciamo perdere. Vilen è stato molto bravo, si è addormentato poco fa. Lena (stringendole ancora la mano): Ehm.. – si schiarì la voce – vuoi che ti chiamo un taxi, è tardi per andare in giro da sola Julia cominciò a stringere anche lei la mano della rossa che aveva intrappolato la sua: Ho la macchina qui di fronte Lena iniziò a dondolare le loro mani allacciate: Ah.. – guardò l’orologio in cucina - ..allora .. – respiro profondo – dovreipagartiperchèdisolitolebabysittervannopagate Julia: Hm? Lena stava ridiventando rossa: Non ti faccio perdere altro tempo.. – prese la sua borsa Julia: Niente soldi, è stato un divertimento per me.. quando smetterai di trattarmi come una sconosciuta… Lena: Lo sapevo.. – accennò un sorriso - allora facciamo così, ti devo un favore Julia: Meglio.. – a mente – ..scusami tanto Rob, ma il tempo per indagare non ce l’ho proprio La bruna tirò la mano dell’amica verso di sé. Lena le piombò tra le braccia prima ancora di capire cosa stava succedendo. Julia lasciò la mano dell’altra e le sistemò entrambe ai lati del viso della rossa, le guance stavano diventando così rosse che di più non potevano. Con un gesto rapido sigillò le loro labbra. Lena ricambiò senza starci a pensare, altrimenti addio. Julia spostò le braccia fino a circondare la vita dell’altra, le loro labbra sempre congiunte. Dopo un’infinità di secondi, Lena sospese il bacio e posò la testa sulla base del collo della compagna, accarezzando con una mano i capelli lisci della bruna. “Non riesco a dire niente”, disse Lena. Julia: Hai parlato, è già tanto – sorrise, cercando di calmare i battiti del suo cuore Lena: Io ho un figlio Julia.. Julia: Cavoli, questo lo so già Lena: ..non posso comportarmi come una ragazzina che si innamora per la prima volta – e qualche lacrima iniziò a precipitare dagli occhi sul suo viso. Julia: Già.. perchè con me non ne vale la pena, giusto? Non sono io la persona che avresti voluto nella tua vita e in quella di tuo figlio – si allontanò dalla rossa – ..meglio averlo saputo subito Lena: Anche se ti dico che sei tu che voglio, che cambia? Come facciamo? Noi due siamo troppo diverse e troppo uguali allo stesso tempo, non potrai mai presentarmi alla tua famiglia come fidanzata.. sai che scandalo.. ci scontreremo per questo, ci sarà sofferenza per tutte e due, presto o tardi te ne pentirai.. e io non potrei sopportarlo – abbassò gli occhi sul pavimento. Julia: Tu non mi conosci, non hai voluto conoscermi.. perché hai paura, è così? Hai paura di amare. Anzi no, credo tu abbia paura di vivere fuori dallo schema.. beh io no, ecco perché mi sono innamorata sul serio.. e di te, non potrò mai pentirmi di questo. – camminò velocemente fino alla porta e andò via. Lena acciuffò il cappello che l’altra aveva lasciato all’ingresso e spalancò la porta: Julia! – dopo pochi secondi di silenzio, ripeté – Julia! … Julia.. La bruna tornò indietro lentamente, durante la strada si fermò una volta o due per strofinarsi gli occhi sulla manica della felpa. Davanti la porta, la giovane dai capelli rossi stringeva il suo cappello, Julia lo prese senza guardarla e si voltò per andarsene in modo definitivo.”Non andare via..”, disse sottovoce la rossa. Julia (sempre di spalle): Perché no? Lena: Perché .. ti amo, ti giuro che non farò di ogni ostacolo una scusa, non tenterò più di tenere per me i miei sentimenti, sono debole.. con tutto ciò quello che sento per te va oltre la mia volontà, è così forte che ho quasi timore non mi appartenga.. Julia ruotò la testa per guardarsi alle spalle, era la Lena di tre minuti fa che le parlava? Impossibile. Stentava a crederlo. Percepì un lieve singhiozzare. “Lena”, corse ad abbracciarla e basta parole, solo baci e carezze. Vilen si era svegliato, il piccolo stava cercando la mamma ovunque senza risultati. Questa volta si era infilato le sue pantofole. “Così non si arrabbia”, pensò lui. “Mammi! Mammi! Julia!” La bruna e la rossa si separarono temporaneamente. Lena andò dal bambino e lo tirò su, “Humm! Stai diventando pesante”. Il bimbo toccò le lacrime sul viso della mamma, “Perché piangi?”, disse con una tenera vocina. “Niente”, sorrise lei, “Sono molto felice di essere a casa”. Julia rimase a guardarli da lontano, si domandava se avrebbe potuto diventare realmente parte di loro. Quel che era certo era che i due le piacevano e molto. Potevano diventare una famiglia felice…
*Flashback*
Il padre della bruna stava ascoltando discutere per la centesima volta la moglie e la figlia minore. Si alzò dalla poltrona nel suo studio e seguì le voci fino all’ingresso del salone… La madre: Domani verrai come me e tuo padre per conoscere il tuo futuro marito! Julia: Neanche per sogno! La madre: Ho detto che verrai! Julia: Io non mi sposo un qualsivoglia bamboccio cresciuto a banconote, sofisticato, con l’aria da Dio e la voglia di fo**ere ancora denaro! La madre la schiaffeggiò con tutta la forza. “Stai parlando di un futuro pretore, porta rispetto”. La bruna si toccò la mascella prima di dire, “Fan**lo tu e il tuo pretore”, e poi salì nella sua Mitsubishi Lancer e sfrecciò via, mentre la donna le urlava di non farsi più vedere.
*Fine
flashback*
Lena: Jul, se vuoi rimanere.. Vilen: Sìiiiii – saltò giù dalle braccia della mamma Lena: ..se vuoi, ci possiamo stringere un po’, c’è posto anche per te La ragazza bruna restò a pensarci, sapeva che non l’aveva detto solo per cortesia. Però lo spazio da quelle parti scarseggiava a vista d’occhio. Julia: Non posso – il bambino strusciò le pantofole fino ad arrivare da lei, “Per piacere! Tutti e tre! Tutti e tre!”, insisteva, saltando qua e là. Lena le mostrò due occhi smeraldo supplichevoli, uno sguardo che non si poteva non esaudire. “E dai, guarda che ci stiamo, tanto Vil non occupa tanto spazio..”, cominciò a tossicchiare, “Cioè, non serve tanto spazio, cioè.. ci stiamo di sicuro..”, affermò arrossendo. Julia prese la mano del bambino e si unì a Lena nella loro stanza. Poteva darsi che c’era il tempo di leggere qualche altra pagina di quel libro.
***
Penitenziario, le prime ore del mattino Neon era stato autorizzato ad alzarsi dal letto. A loro poco interessava se ne aveva le forze o meno. Di sicuro avrebbero risparmiato l’inconveniente che causa un detenuto a letto. Attraversò tutto il braccio di un ala del carcere, di Nil nessuno sapeva. Incontrò un paio di carcerieri e rivolse loro qualche domanda, “Scusate, dov’è il detenuto della cella numero 34? Mi sembra svuotata” Carceriere 1: Chi? Noi mica ci ricordiamo i nomi e i numeri a memoria? Carceriere 2: Un attimo, parli di uno magrolino, coi capelli neri? Neon: Sì, non lo trovo da nessuna parte Carceriere 2: Lo credo, non è più qui.. l’hanno portato in una clinica.. non so dove – Neon spalancò gli occhi - .. era conciato male Neon agguantò il tipo che parlava per il colletto della camicia: Che significa!! Che gli è successo!! Carceriere 1: Lascialo subito o passerai dei guai! – brandì il bastone che portava legato in vita. Carceriere 2: L’hanno trovato nelle docce, non so cosa gli sia capitato ma aveva un’espressione allucinante, adesso lasciami! Neon lo liberò: Perché non avete fatto nulla! Dov’eravate voi!!!! Dannati bastardi! Il guardiano col bastone lo colpì alla gamba, Neon reagì d’istinto, diede un calcio al bastone e poi un pugno in faccia a colui che lo teneva. Il collega di quest’ultimo suonò l’allarme, altri tre di loro giunsero subito e lo acciuffarono, mentre lui cercava di liberarsi per continuare a colpirli. “Era solo un ragazzo!!! DOV’ERAVATE VOI??!! BASTARDI!! BASTARDI!!!! Carceriere 2: In isolamento! Era una prigione di 2 metri per 2, buia e molto più umida di tutte le altre. Lo sbatterono là dentro dimenticandosi della sua convalescenza. L’unico spiraglio di luce che vi penetrava era dovuto ad una falla tra la ruggine della serratura e da un piccola fenditura dalla quale gli parlavano le guardie. Neon si raccolse le ginocchia al petto, senza nemmeno fare caso alle piccole gocce che gli bagnavano l’uniforme, gocce che piovevano dalla soffitta e che si univano e confondevano alle sue lacrime. Note bibliografiche sul passo del libro riportato: [‘Watership Down’ by Richard Adams (1972). Edizione italiana “La Collina dei Conigli”, Rizzoli Editore, Milano] |