Under Pressure
Cap. 1     2     3     4     5     6     7     8(epilogo)
Parte I  Parte II
Genere: Romanzo/Thriller
Categoria: Non classificata

Valutazione: Sconsigliata ai minori di 15 anni per varie ragioni. 
Restrizioni: I personaggi di Julia e Lena appartengono a Julia Volkova e Lena Katina.

***Capitolo 1***

Una strada buia, del vento autunnale che spazzava via il fogliame caduto dagli alberi e il rumore delle automobili e della città che si disperdeva ad ogni passo che si allontanava. Una donna in là con gli anni chiedeva carità all’angolo terminale di quella strada buia. I passi si avvicinarono a lei, e una mano le protese un gruppo di monete lucenti, lasciandole scivolare in una latta là vicino. La donna inchinò debolmente la testa, senza sollevare lo sguardo, per dimostrare la sua gratitudine, e i passi ripresero ad avanzare nell’oscurità, svoltando lentamente in prossimità della curva di quella via. I passi risuonarono sull’asfalto per un tempo indeterminato, a volte pesanti, altre sottili, altre ancora strusciando a terra. Poi un piccolo tonfo, come quando qualcuno si siede sul marciapiede. Un respiro affannoso prese il posto dell’eco dei passi. Nell’arco di alcuni minuti il respiro si attenuò, fino ad assorbirsi nel silenzio della strada. Poco dopo, il suono meccanico di un caricatore che si svuotava e il ticchettio di alcuni bossoli che cadevano e rotolavano a terra.

Era passata da poco l’alba e già c’era movimento lungo quella via. Un ragazzo su uno scooter che trasportava delle bottiglie di latte, un uomo che usciva in fretta dalla sua casa mentre si sistemava la giacca al volo e la donna che sedeva nell’angolo, che stava rimettendosi in piedi, quando controllò la sua vecchia latta sgranò gli occhi dalla sorpresa, quelle sembravano proprio monete d’oro.

***

In una casa, una di quelle che affacciava nella zona più fuori mano rispetto al centro, ore 7:39 a.m.

Nel camino del salotto c’erano dei residui
incandescenti di carbone che ancora riscaldavano l’ambiente. C’era un libro aperto circa nel mezzo, abbandonato sul legno del pavimento, con la copertina rivolta verso l’alto. Si poteva leggere il titolo, ‘Un giorno, una storia’. C’era una poltrona poco lontana dal camino e c’era infine una ragazza dai boccoli rossi la quale ci dormiva silenziosamente. Qualcun altro invece, a quella stessa ora, era già in piedi in cucina per preparare del caffé. Questo qualcuno era una giovane donna che assomigliava abbastanza alla ragazza addormentata sulla poltrona, allincirca gli stessi lineamenti, gli stessi capelli ramati e i medesimi occhi chiari. Costei bevve il suo caffé caldo e poi camminò fino in salotto, dove la luce del giorno ancora non si era affacciata attraverso le finestre che volgevano ad ovest. “Ancora una volta sulla poltrona..”, scosse la testa e sospirò, “Povera Lena..”

Si avvicinò a colei che riposava e cercò di svegliarla, “Lena, sono quasi le otto, sveglia..”, la ragazza sulla poltrona iniziò a muoversi, pareva fosse vestita con gli abiti della sera precedente. “Che ore hai detto che sono?”, mormorò strofinandosi gli occhi con le dita.

“Quasi le otto”, ripeté l’altra e poi aggiunse, mentre tornava ai piani superiori, “Credo che la tua ragazza sia uscita stamattina molto presto, perchè la vostra camera è vuota, e dico proprio vuota…”

Dopo quell’ultima frase Lena era del tutto sveglia, si sollevò in fretta dalla poltrona e corse a due a due le scale fino al primo piano, dove si trovava la sua stanza. Trovò l’armadio con un anta aperta, i cassetti lasciati come se qualcuno ci aveva frugato dentro pesantemente, le lenzuola a terra, appendiabiti abbandonati accanto all’armadio, un totale disordine in sintesi. Entrò senza toccare nulla, si avvicinò alla finestra e spalancò i vetri, sentiva il bisogno di una ventata d’aria fresca. L’altra donna la seguì, si fermò sulla porta di quella camera, “Avete litigato un’atra volta sorellina?”

Lena: Stavolta se ne è andata per sempre.. – si allontanò dalla finestra e si voltò verso la sorella - ..ha portato via tutte le sue cose, è finita.. – si sedette sul bordo del letto, percorrendo con le dita le sue lunghe ciocche rossastre, sfregandole nervosamente.

“Non è un po’ presto per rassegnarsi? Non è la prima volta che litigate..”

Lena: È vero, ma questa è stata la prima volta che mi ha tradito sul serio.. Iya, io credo che abbia smesso di amarmi.. che abbia smesso da molto ma non sapeva come farmelo capire, ha preferito la classica maniera alla stregua del mio carattere..

La sorella la guardava ferma sulla porta, stava per dire qualcosa ma fu distratta dalle voci chiassose dei suoi due bambini che la chiamavano dal secondo piano, “Sì! Sto arrivando! Aspettate solo un momento da bravi!”, si avvicinò alla sorella e l’abbracciò, “Potevi parlarmene, non immaginavo foste arrivate a questo punto, quella non ti merita e non merita nemmeno una delle tue lacrime. Non ci provare a piangere per una così!”, le scosse le spalle per scuoterla dallo stato catalettico che l
avvolgeva, poi uscì per andare dai suoi figli.

Lena fissò il pavimento con gli occhi umidi e arrossati, aveva già pianto per tutta la notte non aveva di certo le forze per ricominciare daccapo, specie in quel momento. E poi erano le otto, una mezzora al massimo e doveva uscire per seguire i suoi corsi accademici. Il mondo non si sarebbe fermato perchè lei stava soffrendo e gli altri non avrebbero smesso di proseguire le loro vite, così come il tempo non si sarebbe fermato. Lei non poteva fare eccezione se non a suo discapito. Quindi si rimise in piedi, raccolse un’asciugamani dal pavimento in subbuglio e si diresse verso il bagno.

In cucina; due bambini di 5 e 6 anni sedevano a tavola davanti ad una colazione sostanziosa prima di andare all’asilo.

Bambina: Dov’è zia?
Iya: Zia Lena sta facendo una doccia
Bambino: Dov’è babbo?
Iya: Il babbo è ancora fuori per lavoro tesoro, e l’ufficio informazioni è in pausa per oggi – sorrise, si asciugò le mani sul grembiule intorno alla vita e poi se lo slegò – stamattina abbiamo fatto tardi, vado a prepararmi, voi finite rapidamente la colazione ragazzi, mi raccomando non litigate.

Bambina: Sìiiii mammina!
Bambino: Parla per te.. – bisbigliò caricando un biscotto sul suo cucchiaio e tirandolo sulla testolina rossa della sorellina di cinque anni
Bambina: AhIAaa..! GRrrrrGRrrr.. – si imbronciò in malo modo
Bambino: EHehehehehe..!

Lena: Leon, guarda che le prendi da zia – disse mentre si strofinava i capelli bagnati con l’asciugamano

Leon: Non ho fatto niente!
Bambina: Bugiardo! Gabinetto!

Lena: Stefy, lascia perdere.. Leon scherza sempre così, lascialo perdere.
Leon: Gabinetto però è lei!
Stefy: Faccia da gabinetto! – cominciò a ridere

Iya rientrò in cucina vestita in giacca e gonna e batté le mani per attirare l’attenzione: Ancora qui, su! Veloci, a vestirvi!

Poco tempo dopo, dall’ingresso dell’appartamento bifamiliare scesero i due bambini di corsa e la loro mamma dietro che cercava disperatamente le chiavi dell’auto dentro la sua borsa. Leon e Stefy ripresero a bisticciare e si spostarono di lato alla casa, “Smettetela!”, sgridò la donna, sempre indaffarata a cercare le benedette chiavi che non trovava. Ad un certo punto Leon notò qualcosa di più interessante delle provocazioni della sorella, a lui parve un’orrenda ombra scura, e si spaventò tanto da correre dalla mamma, “Un fantasma!!!”

Iya: Ma no Leon – frugava nella borsa – che dici, non esistono i fantasmi, almeno non di giorno.. – rassicurò il figlioletto spaventato
Stefy si mise a mordere le unghie di una delle sue manine: Di notte sì???
Iya: No no.. volevo dire.. – trovò le chiavi – Grazie al cielo! Andiamo ragazzi, in macchina, riprenderemo il discorso a ritorno..

Il ragazzino guardò meglio nel punto dove aveva visto l’ombra scura intanto che l’auto della madre si metteva in carreggiata. C’era un qualcosa disteso a terra avvolto in una lunga coperta grigiastra, si trovava molto vicino ad una fiancata della loro bifamiliare. Leon rimase con le mani appoggiate al finestrino, guardando sempre lì, fino a che l’auto si allontanò del tutto dalla vista della casa.

***

Lena doveva trovarsi in aula entro poco, non aveva più voglia di pensare a nulla. Purtroppo però appena rimise piede nella camera matrimoniale che divideva con l’ex-compagna crollo di nuovo in lacrime accasciandosi ai piedi del letto. “Perché l’hai fatto! Non sono abbastanza io per te!? Cos’ero per te?! Un alternativa?! Un mezzo per dimostrare che puoi avere chi vuoi!?!?”, piangeva rabbiosamente.

Era ancora in ginocchio là affianco quando udì qualcuno bussare alla porta. “Un momento..”, sussurrò strofinandosi il viso tra le mani per rendersi più dignitosa, senza lasciare tracce di lacrime.

Aprì, davanti a lei un giovane postino che ammirava la sua sottoveste con evidente interesse. Quando aveva aperto la porta non ci aveva proprio badato a come era vestita. “Ehm, c’è un pacco per lei..”, parlò lui porgendole una ricevuta e attendendo che lei firmasse.

Lena siglò in fretta e prese il pacco, poi si rifugiò in casa, arrossita dall’imbarazzo. Ritornando al pacco, guardò il mittente, si leggeva chiaramente il nome dei suoi genitori. Non aveva voglia di scartarlo al momento, per cui lo posò sul tavolino in salotto e fece per risalire le scale.

Dopo aver salito quattro gradini, ci furono nuovamente dei colpi alla porta, niente campanello stavolta. Andò a sbirciare chi fosse attraverso l’occhio magico, non vide nessuno. “I soliti ragazzetti perdigiorno”, pensò tornado alle scale. Dopo il primo scalino sobbalzò, un colpo molto più violento fece vibrare la porta all’ingresso.

Lena: Ora chiamo la polizia! – strillò – così imparate a comportarvi educatamente! – chissà se quei ragazzetti l’avevano sentita bene da recepire il messaggio. Quella mattina l’avrebbe chiamata sul serio la polizia, dato come stava d’umore.

Restò sul primo scalino a fissare la porta. Non sentì più nulla, un attimo prima di voltarsi per risalire sentì uno scricchiolio, poi notò un ferretto che spuntava dalla serratura della porta e sbiancò quando vide la maniglia girare all’interno.

Panico. Le scale, il telefono, la polizia. No! Meglio bloccare prima l’ingresso. Fissò i mobili in cerca di un’idea mentre scrutava di continuo che la porta fosse ancora chiusa. Corse in salotto e cercò di trascinare verso l’ingresso una delle sedie antiche in legno massiccio, che pesavano venti chili l’una. Ma era già tardi, chiunque si stesse introducendo in casa sua, era già lì con lei.

Lasciò cadere la sedia, di fronte ai suoi occhi vide la porta spalancarsi e una figura nascosta sino alla testa da una lunga coperta color grigio scuro avanzare. Era paralizzata, come se non fosse lì fisicamente, non riusciva a muovere un muscolo. Poi l’intruso irriconoscibile chiuse la porta sbattendola alle sue spalle con un colpo di tacco e si mosse verso la ragazza.

Questo levò un’arma da sotto quella coperta, un coltello a doppia lama [Athame] e con l’altra mano rivestita da un guanto afferrò lestamente il collo della ragazza incapace di reagire. Con la lama fece a brandelli la sua sottoveste e tutto ciò che indossava, senza farle un graffio e senza che trascorsero più di dieci secondi. Solo allora lei finalmente cercò di difendersi, ma non riuscì a concludere molto, quella mano intorno al collo poteva divenire mortale a piacimento dell’intruso. E lui la esaminava con attenzione, come se cercasse qualcosa sulla sua pelle.

La giovane terrorizzata tirava con ambedue le mani il braccio che le premeva il collo, impedendole di gridare, e non c’era verso di allontanarlo. Una stretta che aumentava man mano che lei si sforzava di liberarsi.

“Che sia tu oppure no, non vivrai abbastanza da saperlo”, parlò lui premendole la lama sul petto nudo.

All’improvviso esplosero i vetri di una finestra, violentemente, e subito dopo, una ragazza dai capelli scuri, non troppo corti, con una strana divisa militare, ruzzolò sul tappeto del salotto di quella casa, attirando su di sé l’interesse del precedente intruso. Questa si rimise in piedi in un lampo e lanciò la sua pistola sulla testa dell’intruso, colpendo con il calcio dell’arma la fronte dell’individuo che si accasciò sanguinante e privo di sensi. Lena fu subito libera ma prima di poter fare qualsiasi cosa, incluso gridare, l’altra intrusa corse nella sua direzione, la strinse tra le braccia e si lanciò a terra con lei. Nello stesso momento, una scarica di proiettili frantumò tutti i vetri del piano terra della casa, poi seguì una forte esplosione ai piani superiori.

La ragazza bruna manteneva Lena a terra, coprendole la testa come per proteggerla. E la rossa si stringeva alla sconosciuta terrorizzata, non aveva il tempo di chiedersi chi fosse ma non voleva la lasciasse. Udirono un potente frastuono, sembrava che la rampa di scale fosse franata per tutti i piani fino a terra.

Trascorsero un paio di minuti di silenzio. La bruna iniziò a muoversi lentamente, l’altra le stringeva le braccia intorno al collo e tremava. “E finita per ora, non temere”, affermò la sconosciuta mentre si tirava su, sollevando per mano anche l’altra. “Stai bene?”, domandò.

Lena annuì coprendosi come poteva. Arrossendo e tremando dalla vergogna e dallo spavento. La sconosciuta si tolse la maglia nera che indossava e gliela passò, “Mettila”, poi si sfilò anche la maglietta di cotone, anche questa nera, e la strappò lungo la cucitura avvolgendola di seguito intorno alla vita della rossa.

La bruna rimase così in canottiera e mimetici, di che colore? Neri. “Grazie”, mormorò Lena asciugandosi le lacrime che le scorrevano sul viso. L’estranea si avvicinò a lei e la raccolse di nuovo tra le braccia, “Non piangere, dobbiamo andar via da qui, mi dispiace per la tua casa”.

Lena: Chi sei?

“Julia K45, tenente della III unità”

Lena indietreggiò di qualche passo da lei per guardarla meglio in viso, “Tenente?”, in realtà si direbbe solo una ragazzina dalla fisionomia delicata, non troppo alta, con dei capelli tempestosi e gli occhi azzurri.

Julia sorrise: Esatto, e tu devi essere Helen, la bimba rapita circa venti anni fa.
Lena: No.. io mi chiamo Lena e non sono stata rapita – singhiozzò cercando di calmarsi
Julia: Lo so, non avresti mai potuto ricordarlo. Ma sei molto meglio di come ti immaginavo, chiunque tu dici di essere – strizzò un occhio alla rossa sbigottita.

***

Iya lasciò i bambini all’asilo salutandoli con un bacio sulla guancia e le sue tipiche raccomandazioni da mamma premurosa, “Fate i bravi, non disubbidite alla maestra, non litigate con nessuno, specie fra di voi, mi raccomando”.

Quando ritornò nella sua auto, per affrettarsi in ufficio, cercò di riavviare il motore ma non c’era una goccia di benzina nell’indicatore. “Com’è possibile?”, si chiedeva incredula la donna, “Stamani era più della metà..”

Aprì lo sportello per uscire, e appena poggiò un piede a terra sguazzò in una pozza di liquido giallastro che scorreva sotto la sua auto, quello era proprio odore di benzina…

La donna si spostò fuori dall’auto, assalita da una sensazione allarmante di terrore, due secondi dopo il veicolo saltò in aria e lei venne scaraventata a metri di distanza.


Parte II

Lena uscì dalle macerie della sua bifamiliare in braccio a quella strana ragazza che sembrava preoccuparsi della sua salute molto più che della propria. “Così non ti ferirai camminando tra questi frammenti”, le disse. Una volta fuori, Lena scese a terra e osservò la totale devastazione del suo villino. Una perdita irrimediabile.

Julia: Sembra non ci sia più nessuno qui intorno.. - si grattò i capelli - ..forse pensano di averci uccise.. dunque, ecco il programma Helen, o forse preferisci che ti chiami Lena..?
Lena: Il mio none è Lena
Julia si toccò il petto: Per me non c’è problema, tanto mi piacciono tutti e due – sorrise
Lena: Ma chi sei!? – stava arrossendo
Julia si mise sull’attenti, senza smettere di sorridere: Tenente Julia K45, comandi!

Lena scosse la testa e si allontanò incurvando le labbra, strano sorridere in una situazione di quel livello. “Sei un tipo curioso tenente, ma invece di stare a parlare, penso dovremmo andare subito alla polizia”

Julia tornò seria: Non possiamo, devi fidarti di me, questa città è minata per te, non c’è nessuno che può aiutarci.  – camminò di qualche passo a vuoto, là intorno - L’uomo che è piombato in casa tua, vi spiava da un po’, era un cacciatore esperto

Lena: Ma a quale scopo?! Voleva abusare di me!?! – si alterò

Julia: No, credo volesse ucciderti ma prima doveva accertarsi che fossi proprio tu.. Helen ha un piccolo neo prossimale alla zona lombare inferiore, ma lui probabilmente non sapeva dove.. io.. – si stava sentendo in imbarazzo – ..credo di averlo visto quando ti ho legato la maglietta in vita..

Lena: Sopra il mio fondoschiena..

Julia: Esatto – tossì – e permettimi di aggiungere che hai un fisico non da poco – Lena si voltò da un’altra parte – scusa, non volevo essere così sgarbata, non ho potuto evitarlo.
 
Lena: Non fa niente, ora devi raccontarmi tutta la verità. Ma perché a quell’individuo - rabbrividì – hai tirato la pistola invece di sparargli?
Julia: Avevo finito i proiettili per quella pistola, e c'era poco tempo

Lena: Questo significa che hai già sparato a qualcuno..?! – si allarmò
Julia: Ti racconterò, ma ora andiamo via da qui – si avvicinò ad un’auto posteggiata là vicino e forzò la serratura dello sportello con un ferretto metallico, sotto gli occhi increduli della rossa. Una volta dentro, riuscì a metterla in moto senza difficoltà – sali Lena, ti prego, fidati

Lena corse in auto anche se non credeva a quello che stava facendo. “Sei già impegnata sentimentalmente?”, domandò Julia dando gas e guardandola. Lena si girò verso di lei e la fissò con un’espressione infuocata.

Julia tornò ad osservare la strada: Scusa.. era per alleggerire la tensione – imbronciò le labbra

***

Ospedale, pronto soccorso, reparto emergenze

Dott.re: Ustioni di primo e secondo grado. Ce la farà, informate immediatamente i parenti.
Infermiera: Non possiamo rintracciare nessuno, nell’incendio non è rimasto nulla, al momento non possiamo neppure identificarla

Parlavano accanto ad una barella, sopra era distesa una giovane donna ansimante con gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto.

Dott.re: Dobbiamo farla riposare, infermiera prepari una flebo di Xylazina…

***

Julia fischiava un motivo lento frattanto che guidava, doveva distrarsi dal freddo che le irrigidiva le spalle e le braccia. Lena guardava al di là del finestrino, dedita completamente a sforzarsi di non pensare a nulla, ma comunque c’era una domanda che doveva fare, “Dove andiamo di preciso?”, si voltò verso la bruna.

Julia: Non lo so, devo aspettare che il comando mi contatti
Lena: Posso chiamare la mia famiglia? Si preoccuperanno se non avranno mie notizie
Julia: No, se li coinvolgerai rischieranno la vita, dimenticati di loro per adesso.

Lena sussultò dal sedile: Stai scherzando?? Dimenticarmi di loro?! Devi essere pazza! Io voglio tornare a casa mia!!! – disse senza riflettere
Julia: Senti.. Lena, penso di capire come ti senti ma-
Lena: Fammi scendere!!

Julia accostò ad un viale deserto e scese. La rossa corse fin fuori, poi cominciò a camminare a piedi nudi, in senso contrario, da dove erano partite insomma. E il tenente camminò dietro di lei, massaggiandosi le braccia infreddolite, “Lena, per favore, sono stanca non farti rincorrere..”, implorò prima di avvertire un familiare rombo in lontananza.

La rossa non vedeva ragioni, voleva tornare a casa sua, riprendere il suo bel libro da dove l’aveva lasciato, sedersi accanto al tepore del camino e lasciarsi avvolgere dalla sensazione di pace e rifugio che le trasferiva, non seguire una sconosciuta, strana, armata, sfacciata, curiosa, carina… “Come sarebbe carina?!?”, si auto riprese, “Okay, passi anche che sia carina, ma non è questo che mi risolverà i problemi..”, continuò, ad un tratto avvertì una mano intorno alla vita che la trascinava in un angolo della strada.

Lena: Ah! - un’altra mano le coprì le labbra, discretamente
Julia: Non urlare o si accorgeranno di noi – disse nascondendosi sotto i rami di un albero piangente. Da lì dietro attese che scorresse un convoglio di camion, origine del fragore che aveva sentito avvicinarsi da lontano.

La rossa trattenne il fiato finché l’altra si divise lentamente da lei. “Che sta succedendo alla mia vita?! Chi erano!!?”, chiese Lena disperatamente afferrando le spalle dell’altra rabbiosamente.

Julia: Non li ho visti bene, ma non posso rischiare che ci vedano, dobbiamo evitare tutto ciò che è sospetto o abbia un collegamento con il tipo che ti ha aggredita. Mi dispiace.. – le accarezzò i capelli gentilmente – cosa vuoi che faccia per te? Non posso riportarti indietro, né farti contattare la tua famiglia, ma chiedimi qualunque altra cosa.

Lena: Vorrei tanto farmi una doccia.. – disse appoggiando la fronte sulla spalla sinistra della bruna, questa continuò ad accarezzarle i capelli e annuì, “Certo, ci fermiamo al primo hotel decente che troviamo sulla strada.”

Lena: Anche tu ne avresti bisogno.. – si strinse alla bruna e le bisbigliò all’orecchio – da quanto non ti cambi i vestiti?

Julia: Speravo non si sentisse così tanto!!! Hehehe.. d’accordo Lena, magari ci facciamo una doccia assieme.. – ammiccò osservando di nuovo crescere il rossore sulle guance dell
altra ragazza

Lena: Ma che dici???
Julia: Niente.. – prese la sua mano e s’incamminò con lei verso l’automobile. Quando furono nuovamente sedute nella vettura, un beep beep iniziò a suonare sempre più forte all’interno di una delle tasche laterali dei mimetici del tenente.

Julia sorrise per tranquillizzare la compagna di viaggio e poi tirò fuori dalla tasca una piccola ricetrasmittente, pigiò un pulsante ed una voce alterata parlò prima che lei potesse rispondere:

“Tenente K45, risponda!”
“Comandi!”
“Rapporto”
“Ho raggiunto l’obiettivo, è qui con me adesso”, sorrise in una maniera rassicurante alla rossa.
“Perfetto, rimanga in attesa di ordini e non prenda iniziative”
“Comandi!”
“Chiudo, tenente”

Julia: Ecco fatto – chiuse la ricetrasmittente, grande poco più di 10 cm per 5 cm, e tornò a contemplare la rossa che si aspettava da lei qualche risposta.

Lena: Allora?

Julia: Allora.. – riavviò l’auto e inserì la prima marcia – ..si riparte Lena, non preoccuparti tra breve ci fermeremo – indicò un cartello stradale, ‘Hotel Homega a 945 metri’ – Io ho fame, tu?

Lena: Sì

Julia: Non mi hai ancora detto se sei già impegnata con qualcuno.. dunque provo a indovinare, lo sei..
Lena: Uhm?
Julia: ..che peccato.. sei il mio tipo ideale
Lena:
Che!? Ti avviso che mi stai urtando!
Julia: ..non importa, vorrà dire che mi accontenterò di essere stata solo la tua scorta..

Lena allungò un braccio fino al posto di guida e le pizzicò una gamba.
Julia: Ahi..
Lena: Io non sto più con nessuno! E di sicuro non voglio stare con te!

Julia: ..però almeno ora so che sei libera.. – sussurrò sorridendo, senza che l’altra se ne accorgesse.

Lena: Non dici niente!?
Julia: Che devo dire?
Lena: Niente! Tanto con te non si può fare nessuna conversazione! – incrociò le braccia e si voltò dall’altro lato.

Mezzora dopo si ritrovarono in una stanza con due letti. Un cameriere aveva servito loro qualcosa da mangiare direttamente in camera, mentre la giovane rossa era sotto la doccia. Il tenente guardò l’ora sul suo orologio da polso, 15:35. Alzò il telefono della stanza e chiamò in reception; dopo una breve chiacchierata con un addetto andò a vedere cosa c’era da mettere sotto i denti. Scoprì il vassoio. Affettati e arrosto. “Vabè”, pensò, annusò per caso i suoi vestiti, non poté evitare una smorfia di disappunto, tolse tutto ciò che aveva nei mimetici e si sfilò ciò che indossava.

***

Ospedale, 4:04 p.m.

Stefy piangeva a gran voce e anche il fratello singhiozzava rumorosamente, “È stata l’ombra nera..!”, ripeteva tra sé. Si trovavano nella corsia dell’ospedale, il loro padre discuteva animatamente con la polizia al telefono cellulare, mentre teneva d’occhio i figli.

Il padre: È compito vostro! Mia moglie è ricoverata per ustioni! Mia cognata è scomparsa!! La nostra casa è un mucchio di macerie!!! Che ca**o ci state a fare voi!! Cercate i responsabili!!

Leon: Papaaaa! – singhiozzò spaventato sentendo le grida del padre, l’uomo lo prese in braccio, si sedette sul sedile accanto alla figlioletta che piangeva senza sosta e posò il maschietto sulle sue ginocchia, accarezzando i capelli dell’altra con una mano.

Stefy: Voglio mamma!!

Il padre: Non piangete, la mamma starà meglio e i poliziotti troveranno zia Lena

Giunse un dottore, “La signora si sta risvegliando, potete entrare a salutarla, se volete, naturalmente senza affaticarla.”

***

Quando Lena uscì dal bagno c’era totale silenzio nell’aria. Su uno dei due letti si trovava l’altra in accappatoio, uno uguale a quello che indossava lei in quel preciso istante. “Ehi, ce l’hai fatta ad uscire!”, esclamò la bruna stirandosi la schiena. “Cambio!”, disse poi allegramente, “Ho chiesto di prendere dei vestiti per te al room service, spero siano della taglia giusta.. ah, c’è qualcosa da mangiare sul carrello”, concluse passando accanto alla rossa taciturna per poi chiudersi in bagno.

Poco tempo dopo, tra lo scrosciare dell’acqua della doccia si sentivano anche i versi che canticchiava.

Lena aveva appena finito un piccolo spuntino, si accostò al bagno e dopo aver ascoltato un minuto si strofinò le ciocche rosse e sorrise. Il sorriso scomparve nell’istante che sentì qualcuno bussare alla porta, l’assalì lo stesso spavento di ore fa. Le gambe iniziarono a vacillare, sembrava un deja-vu. Di corsa arrivò vicino al bagno e cominciò a gridare, “Julia! Aiuto! Apri TI PREGO!”

La ragazza bruna aprì la porta del bagno in un secondo, con i capelli bagnati e l’accappatoio annodato in fretta e furia, impugnava una piccola semiautomatica nella mano sinistra. “Che succede?!”

Lena: La porta.. – afferrò un braccio del tenente
Julia infilò la pistola nella tasca dell’accappatoio e afferrò il volto della rossa tra le mani: Ascoltami, non aver paura, ora vado a vedere, tu entra nel bagno e non uscire fino a quando ti chiamerò io

Lena le diede ascolto senza contestare, Julia andò ad aprire. Accostando l’orecchio alla porta poteva sentire dei rumori dall’atro lato, sembrava che qualcuno là fuori dondolasse da una piede all’altro, forse per noia, “Che strano..”. Spalancò la porta in un lampo e trovò una donna sulla trentina con un grembiule e una cuffietta che la guardava intimorita.

“I suoi vestiti signorina.. la la-lavanderia.. i v-vestiti. Ricorda..?”, balbettò la donna mentre contava una a una le gocce che cadevano sul pavimento dalle ciocche brune dalla ragazza davanti.

Julia: Oh, scusi se l’ho spaventata, non immaginavo che funzionasse così velocemente la vostra lavanderia, di solito mi fanno aspettare giorni per un paio di magliette

La donna salutò nervosamente e se ne andò in fretta senza voltarsi.

Julia: Lena, vieni fuori, è tutto apposto

La rossa uscì lentamente dal bagno ancora offuscato dai vapori dell’acqua calda, andò a coricarsi senza dire una parola. “Beh.. io vado a cambiarmi, se hai bisogno chiama pure..”, disse l’altra chiudendo la porta del bagno dietro di sé.


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