banner
Cap. 1 - 2 - 3(epilogo)
Autore: AngelTaty
Genere:
Thriller/Drammatico/Dark
Età minima consigliata: 18 anni per violenza esplicita.
Restrizioni: Le t.a.T.u non mi appartengono. La fanfiction non è scritta a scopo di lucro e i fatti narrati sono tutti di pura invenzione e quindi non attendibili e applicabili alla realtà.
Note:
  Tutta la ff è basata sulla melodia di Mozart.
Un esperimento folle, ma che dura ormai da quasi tre mesi. Non ho mai impiegato tanto tempo per scrivere una one-shot. I titoli sono tutti in latino, frasi che scandiscono l’opera in varie sequenze.

Atto primo: Introitus and Kyirne.

Piove.
Un tintinnio culla tutta la classe. Sembra che un fatale frastuono così soporifero si sia abbattuto sulla quinta liceo.
Un coro di sbadigli accompagnano l’ora di inglese e l’anziano prof, inutilmente, cerca di richiamare l’attenzione.
La sua voce assomiglia ad un lento strascicare di preghiere sussurrate. Assomiglia a quelle dei baritoni che si sforzano di sfiorare il cielo con quanta forza resta loro.
Se solo sapessero quanto è inutile, così come è inutile il suo tentativo di richiamarci all’ordine.
Come possono pretendere che qualcuno posi su di loro lo sguardo se sono i primi a non essere convinti delle proprie parole.
Dentro di me vi è solo un’infinita pena. Mi accorgo che il tempo mi sta scivolando di mano, forse dovrei cominciare seriamente a pensare cosa fare di me stessa.
Ma soprattutto cosa fare con lei.
Oggi non l’ho ancora vista, di solito la vedo seduta a quel bar. Pochi giorni fa leggeva china su un tavolo sudicio con in mano una piccola tazza di caffè.
I suoi capelli castani non hanno più nessuna reminescenza della tinta rossa che prima li copriva regalandole una luce diversa.
Era così naturale che non ho esitato a scattarle una fotografia. Non saprei dire se si fosse accorta di quello che stavo facendo, ma non mi ha fermato. Mi ha completamente ignorato.
Spero solo che quest’ora infinita finisca alla svelta, i miei pensieri sono troppo martellanti e non riesco a distrarre la mente dal suo volto. Aveva gli occhi truccati e i capelli molto più lunghi.
Una meraviglia così rara che mi sarei strappata il cuore da tanto che mi faceva male.
Lei fredda come il ghiaccio, mi vede, mi evita e poi mi sorride.
Mi sono imposta di non guardarla più. Non devo più guardarla.
Mai più.
Mi benderò gli occhi per lei.

Suona la campanella, un tintinnio così fastidioso per quelli che avevano preso sonno, mentre io mi limito a scrollare la testa come se fossi un cane che cerca di scrollarsi l’acqua dal pelo.
Esco dall’aula e mi siedo sul cornicione della finestra che si affaccia in giardino.
Coccolo un poco un mio compagno di classe che ride felice e ci stringiamo per un lungo istante.
La nostra solitudine riflessa nei nostri occhi.
Noi lo sappiamo.
Lui lo sa meglio di me, siamo condannati. Nella nostra vita non esistono i mezzi termini. Vi è un amore che è ossessione e che ci reca solo sofferenza.
Amico mio, non sai quanto vorrei che noi due fossimo come gli altri.
Tu sei il padre di una figlia che non hai desiderato, e come pretendi che io sia una buona madre quando non riesco a prendere neanche una decisione per me stessa.
Pasha, quanto vorrei che noi due fossimo una coppia come tutti gli altri.
Non avremmo l’amore, due come noi non possono amarsi, ma almeno finiremmo di provare quella infinita pena per entrambi.

Ho deciso di portare Vika al Luna Park. Non ho mai messo piede in un nessun parco divertimenti.
Non so perché ma qualcosa mi ha sempre tenuto lontana.
E’ qualcosa che sento dentro me.
Ma oggi non potevo negarlo a Vika.
E’ il suo compleanno, ed io non so dirle mai di no.
Forse la sto viziando.
Non so come si cresce una figlia, io sono sempre stata sola.
La sua manina paffuta mi stringe le spalle, mi sorride indicando un pagliaccio.
Ride.
Abbraccia i bambini.
Ricordi.
Sangue.
Poi ritorno con gli occhi fissi su quell’uomo nel suo vestito sgargiante.
Io odio i pagliacci.
Mia madre, quando era viva, mi diceva che ero nata grazie ad un pagliaccio. E io non ho fatto altro che odiare chi mi ha messo al mondo.
Quando vedo quella faccia pitturata, quel sorriso grottesco e triste lo vorrei cancellare per sempre.
Mi ricorda, fissi su di me quegli occhi rossi.
Le mani che si insinuano fra le mie cosce.
Io odio i pagliacci.
Il mio sangue inizia a ribollire. E’ un istinto che ho cercato di reprimere nella mia mente da sempre, è come se un demone urlasse dentro di me.
Da giorni un demone silenzioso non fa altro che regalarmi visioni.
Non mi ricordavo più di questa sensazione, un presentimento orrendo dentro di me.
La mia vera natura.
Il mio vero io grida vendetta.
Io, sono figlia di un demone.
Kyirne.
Assassino.
In me ricompaiono immagini.
Si susseguono come in un film.
Credevo di aver dimenticato.
Io avevo dimenticato tutto.
Un pagliaccio. Il corpo di mia madre. Bendata. Una lama. Violenza su di lei, dentro di lei.
I suoi rantoli, poi il suo grido. La lama dietro la schiena dell’uomo.
Sangue.
Kyirne.
Sangue.
Kyirne.
Morta. E la risata del pagliaccio.
I suoi occhi azzurri come il mare, dietro il volto colorato di bianco e rosso.
Kyirne.
Ride in maniera orrenda.
Mi guarda.
Assassino.
La lama che indugia su di me. La fa scorrere sul mio petto. Un dolore lancinante della mia pelle che si lacera sotto il metallo. Il mio sangue.
La cicatrice che ho sul corpo brucia. Il mio vero io brucia dentro di me.
Ti ho riconosciuto pagliaccio bastardo.
Un nuovo flash nella mia mente. Mi accascio a terra, mi sento scoppiare la testa.
Kyirne.
Kyirne.
Mi strappa i vestiti.
Si insinua dentro di me. Il mio dolore al ventre. Tremendo e vivido.
Bastardo di un pagliaccio.
Io odio i pagliacci.
Lo sento che spinge in me. I miei occhi fissano il cielo, sono rossi dal dolore.  
Le immagini si fermano.
Torno al presente, mi gira tutto il mondo.
Sento il mio petto ansante, il mio respiro grave. Vika mi guarda disperata.
L’abbraccio. Poi sento bruciare di nuovo il sangue.
La gente che mi attornia, mi chiede se va tutto bene.
Si sto bene.
Va tutto bene.
Devo uccidere il mio demone.
Guardo il cielo. Si è annuvolato.
Mi rimetto in piedi.
Scrollo la polvere dai miei vestiti. Tengo Vika per mano.
La gente, che prima aveva formato attorno a me una barriera, si sta diradando.
Un pagliaccio.
La mia cicatrice pulsa. Il mio demone esplode.
Non può essere lui.
Lui, no.
Di nuovo l’immagine di quel viso grottesco che ride sguaiatamente. Afferro il coltello.
Ora ricordo..
Tolsi gli occhi a quel pagliaccio orrendo.
In una notte senza luna, io divenni assassina.
O forse no?.
Ho dei buchi su quella notte, come se mancasse un pezzo importante. Mi ricordo di un’altra presenza in quella stanza.
Ma l’oscurità avvolge la mia mente.
Ritorno al presente. Vedo Vika che indica il pagliaccio di prima, timorosa aspetta la mia reazione.
Un pagliaccio senz’occhi mi sorride.
Sembra una maschera. Ma è lui.
Quel pagliaccio con i palloncini in mano.
I miei stessi lineamenti.
La mia stessa anima, il mio stesso sangue.
Quel pagliaccio è mio padre.
Padre…
Riconoscerei quel sorriso tremendo fra mille. Tu sei ancora vivo, e ti nascondi dietro quel trucco mostruoso.
Dannato.
Guarda cosa hai fatto a tua figlia… L’hai resa completamente pazza. Hai dato vita a tutte le sue sofferenze.
Ti ho ancora sulla pelle, il tuo sangue che mi scorre nelle vene.
Ho ancora le cicatrici all’interno delle mie cosce.
Dannato pagliaccio.
Tu l’hai uccisa. Io ti ho visto, anche se tu mi bendasti gli occhi. Ti ho visto mentre il suo sangue ti accecava.
E io cosa dovrei fare a te ora?
Mi sorridi, e regali un palloncino alla piccola.
Vika piange.
Lei sa che ha davanti un assassino. Lei è come me, ti legge dentro e sa quanto sei sporco.
Padre…
Ho deciso di essere come te, di dare voce a quella ferocia che ho nell’anima.
Tutta per colpa tua.
Diventerò come te, perché sono così stanca di provare questa pena per il mio essere.
Perché alla fine tu sei la mia essenza.
Semplice follia
.

indice    avanti