Abissi by ZeA

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Note per questo capitolo: Restrizioni: I personaggi di Julia Volkova e Lena Katina appartengono a Julia Volkova e Lena Katina.

Era una giornata come tante altre, il sole era sorto e le nuvole si diradavano poco alla volta spinte da un vento mite e tiepido che finalmente era arrivato anche laggiù, una delle zone più fredde della terra. Saranno state le quattro del pomeriggio; le grida giocose dei bambini echeggiavano in un piccolo parco giochi accompagnate dal restante vociare urbano del paese, mentre dall’altro lato della strada, su di una panchina, sedeva una delle persone più tristi che si potesse incontrare in un pomeriggio di mezz’estate…

Era seduta là da molto tempo, non sapeva lei stessa da quanto, e forse rendersi conto del tempo che scorreva era l’ultima cosa che desiderava fare.

Questa persona era una giovane di poco più di vent’anni, ma ne dimostrava assai meno da lunga distanza, però a guardarla in volto, era pallido, emaciato, logorato dalla sofferenza, e dava l’impressione di chi si è stancato della vita.

La ragazza teneva una foto tra le mani, e la fissava ininterrottamente. C’era la sua immagine e quella di una sua coetanea. Ma quelli erano altri tempi. Non faceva in tempo ad asciugarsi le lacrime dal viso che delle nuove erano già pronte a venire giù per la stessa via. “Perché te ne sei andata..??”, mormorò sulla foto.

La giovane aveva i capelli bruni, erano di molto più lunghi rispetto alla sua immagine in fotografia, e non si curava neppure di mandarseli indietro, le coprivano il viso come un sottile tessuto nero e in un certo senso era quello che preferiva, avere qualcosa che nascondesse il suo stato d’animo, che voleva preservare soltanto per sé.

“Signorina?”, parlò un uomo, in piedi accanto alla panca.
La ragazza tirò su la testa lentamente, “Serve aiuto? Ha qualche problema, forse si sente male?”, continuò lo sconosciuto con gentilezza.

Lei scosse la testa di poco e si tirò su, iniziò a camminare lungo la strada; andava in giro noncurante di niente, il venticello le soffiava tra i capelli e ondeggiava l’orlo della lunga gonna che indossava; si capiva ad occhio che non era della sua taglia, leggermente più grande.

Dopo un’ora circa si ritrovò sotto il portone di casa, lì davanti c’era un’altra giovane donna che sembrava attendere proprio lei, la guardava avvicinarsi infatti, tristemente. “Julia? Perché sei sparita? Stare così da sola non ti aiuterà!”, pronunciò questa, non appena la ragazza dai capelli neri le giunse abbastanza vicino.

“Nulla più può aiutarmi.. ormai non mi resta più niente”, disse Julia scansando quella che era la sua migliore amica, “Io sono già morta, tutto quello che rappresentavo è morto con lei..”, aprì il portone ed entrò. Salì le scale nell’atrio e poi quelle che davano al primo piano, l’amica continuava a seguirla, “E io!??! E noi!!?? I tuoi amici, i tuoi genitori!?!!? Non siamo niente!?!?”, le strillò risalendo dietro di lei. Ma Julia non riusciva a risponderle, salì gli ultimi gradini ed arrivò davanti la porta di casa, “Lasciami stare, per favore..”, quasi supplicò.

“Non posso farlo, ti voglio troppo bene, non voglio che ti distruggi la vita, lei ti vorrebbe vedere com’eri un tempo, non così, guardati! Sembri un fantasma, non ti reggi neppure sulle tue gambe!!”, l’amica entrò con lei e non volle sentire ragioni, restò lì e si assicurò che avesse una cena decente.

Quella notte, Raisa, la sua migliore amica, si era coricata sul divano in soggiorno. Non se l’era proprio sentita di lasciarla, erano settimane che la bruna si faceva negare, da quando quell’incidente aveva cambiato il corso delle loro vite, solo ora aveva visto in cosa si era ridotta, un derelitto umano. Rimase a piangere su quel divano per molti minuti fino a crollare esausta.

Julia, nella sua camera invece, ripeteva sottovoce sempre la stessa preghiera da diversi giorni, sperava che alla fine si avverasse, era stanca di sognare che tutto non fosse mai successo, era stanca di vederla solo nella sua immaginazione, come sempre, in ogni piccola cosa che faceva, e tutto quello che stare in quella casa e in quel letto le ricordava. Non aveva mai amato nessuno a quel modo, ora quell’amore era l’unica cosa che le rimaneva, ma non poteva farlo sopravvivere senza di lei. E lei stessa con esso.

“Ti prego, vieni a prendermi.. ti supplico portami via, ti prego, vieni a prendermi.. ti prego, non lasciarmi qui senza di te, ti prego.. ti prego..”

E così fino ad addormentarsi.

***

Il giorno dopo, Raisa si svegliò con la schiena indolenzita. Andò in bagno a lavarsi il viso e poi in cucina per preparare una colazione alla sua amica, che le avrebbe fatto ingoiare con o senza la sua approvazione. Tuttavia, massimo entro un ora doveva essere fuori da lì per andare a lavoro.

Quando entrò nella camera buia della bruna, andò per svegliarla dolcemente, “Julia tesoro, vieni a mangiare qualcosa”

La bruna era assopita, ma nel dormiveglia, quelle parole le arrivarono alla memoria lanciate dritte come una freccia…

“Amore, andiamo alzati, oggi mi avevi promesso che andavamo dai miei a pranzo!”, disse una voce femminile
“Uhm.. lasciami dormire ancora un po’ per favoree……”, mugugnò la bruna
“E dai dormigliona! È tardi!”
“Ma oggi è domenica, ho sonnoooo..!!”
“Niente scuse! Hai promesso!!”, a questo punto delle risa si fusero alle voci…

Julia si destò, mettendo a fuoco la vista, vide Raisa china su di lei che le accarezzava una guancia, non chi sperava che fosse. E le lacrime riscesero a rigarle le guance.

Raisa: Non piangere, coraggio Julia, devi farcela, domani andrà meglio di oggi, e dopodomani meglio ancora, vedrai che il tempo ti aiuterà a superare questo dolore

Julia: No.. – si asciugò gli occhi con il pigiama che indossava – è tutto inutile, non posso..!

Quando la bruna si scoprì per alzarsi, Raisa vide che stringeva nel pugno sinistro una maglietta della fidanzata. L’assalì un impeto di rabbia, e la strappò via con la forza dalla mano dell’amica, “Smettila di farti del male!! Lei non c’è più!! È morta Julia! Basta!!”

“Sta zitta!!”, la bruna si raccolse la testa tra le mani e riscoppiò in lacrime, “Io l’amo! E sarà così per sempre!! Fino alla fine!! .. non posso vivere così, perché non lo vuoi capire..!??!”, e non riuscì a dire di più, rimase solo un pianto convulso.

Raisa si sedette sul letto, vicino a lei, e l’abbracciò, “Passerà.. vedrai.. anche Lei ti aiuterà a superarlo, da lassù. Non perdere la fede.”, le sussurrò strofinandole la schiena tremante.

Più tardi, a costo di arrivare in ritardo a lavoro, Raisa si assicurò che la bruna mangiasse, se non altro, il minimo indispensabile per una colazione.

Julia era rimasta da sola, nella casa che custodiva troppi ricordi di chi amava, e della loro felicità svanita nel nulla da un giorno all’altro. Andò in bagno, osservò un dettaglio, lì le venne in mente di nuovo un’immagine…

“Julia!? Che ci fai qui??! Esci! Non farmi arrossire”, disse la fidanzata riparandosi dietro al telo della doccia
“Avevo pensato di farti una sorpresa”, ribadì la bruna sorridente mentre si slacciava l’accappatoio

Non si rendeva conto se quelle figure che le attraversavano la mente erano solo ricordi o c’era dell’altro, “Sto impazzendo..”, parlò fra sé la bruna, prima di crollare in ginocchio accanto alla vasca, “Non potrò vedere più il tuo viso, i tuoi occhi, le tue labbra che chiamano il mio nome..! Perché io sono rimasta qui! Noi dovevamo stare insieme per sempre, nella vita e nella morte!! PERCHÈ sono ancora qui!!!!!!! .. Non potrò più sentirti ridere, né piangere, non potrò più stringerti..”

Quando si risvegliò sulle fredde maioliche del bagno era l’una di pomeriggio. Un’ondata di nausea le investì in pieno stomaco. E quando uscì dal bagno i cinque sensi le si erano affievoliti notevolmente, sentiva di stare per perdere conoscenza. Arrivò a fatica sul letto e si lasciò andare completamente.

“Non c’è l’ho fatta, non sono passata stavolta..”
“Non prendertela, andrà meglio.. nella vita gli esami ci saranno sempre Julia, io e te ne superiamo almeno uno al giorno”, disse sorridente la fidanzata
“Ti amo” rispose la brunetta dopo un bacio veloce, “Riproverò e la vedremo chi l’avrà vinta, io o la statistica!”
“Già! Non ti arrendere senza ritentare! È questo quello che conta!”

Julia guardava il cielo della sua camera con occhi cupi e appannati, le guance bagnate dal pianto incessante. Sentiva freddo attraverso il pigiama che ancora aveva indosso, non aveva le energie per muoversi di un centimetro, neppure per coprirsi. “Ma io non ho più forza amore mio, ho solo voglia di dormire.. per sempre, con te…”, mormorò.

***

Verso le tre del pomeriggio, Raisa entrò nell’appartamento di Julia con la sua copia di chiavi che un tempo aveva scambiato con la propria cedendola alla bruna. Erano come sorelle, e si guardavano le spalle a vicenda.

La ragazza con i capelli biondi a caschetto richiuse la porta dietro di lei silenziosamente, l’ansia che l’aveva assalita tutto il giorno andava crescendo. Il terrore che la bruna si fosse arresa al dolore, compiendo un atto disperato, era rimasto con lei sin dalla mattina. Non si sarebbe mai perdonata di averla lasciata sola.

In fretta raggiunse la camera dell’amica, con il batticuore, girò la maniglia della porta e la vide, sotto la luce fioca che filtrava dalle tende, era ferma, gli occhi semichiusi e il respiro affannato.

Raisa: Julia? – si avvicinò al letto e tirò un sospiro, era ancora lì, anche se tremante dalla testa ai piedi e pallida come la neve all’ombra.

“Julia??”, la bruna non le rispondeva, allora l’amica le sentì i battiti fiochi del polso, era il suo lavoro, da infermiera esperta aveva imparato a fare una stima esatta dopo soli dieci secondi di pulsazioni, e quelle della bruna non avrebbero superato i 58 battiti al minuto.

Raisa le toccò le guance delicatamente, sembrava in procinto di un collasso, o forse ne aveva già avuto i sintomi. Pensò di chiamare un medico sveltamente.

Tre quarti d’ora dopo, la biondina non si era mossa per più di un minuto dal letto della bruna, udì il trillo del campanello. Si affrettò ad aprire, e fece entrare un giovane medico di guardia.

Dopo una scrupolosa visita di quindici minuti, il dottore sollevò le sopracciglia e si risistemò lo stetoscopio intorno al collo, come per segnalare che aveva terminato. “La ragazza è messa molto male. Le suggerirei una cura ricostituente per almeno tre mesi. Cosa le è capitato?”, disse il medico mentre iniettava una fiala nelle vene della bruna.

Raisa: Una grave perdita, una persona che amava

“Capisco”, coprì Julia e scrisse un paio di ricette, “La porti fuori dai luoghi che le fanno ricordare questa sofferenza, ha bisogno di ritrovare una ragione per vivere.. come tutti.”, riprese la sua borsa dalla sedia, “Mi raccomando la terapia, è necessaria, e c’è bisogno di qualcuno che si occupi di questa ragazza, e forse è anche il caso che parli con uno specialista dei suoi problemi”, concluse dirigendosi alla porta.

Raisa lo accompagnò, “Mi occuperò io personalmente di lei”

Poco più tardi, dopo una rinfrescata veloce sotto la doccia, Raisa alzò il telefono e chiamò la madre della bruna; una lunga chiacchierata per raccontarle la situazione e rassicurarla, di seguito telefonò alla sua di famiglia, e spiegò che si sarebbe trasferita da Julia per i prossimi giorni, finché non fosse stata meglio.

***

Una settimana dopo, 9:00 a.m.

La bruna si era alzata dal letto finalmente, vagabondava per la casa come uno spettro, ma aveva ripreso un po’ di colore. E Raisa non si stancava mai di correrle dietro e anche di sopportare l’assenza del loro antico rapporto di amicizia. Le mancava da morire la Julia che conosceva, a volte provava addirittura rabbia per quella ragazza che l’aveva resa tanto felice e tanto infelice in meno di un anno.

La bionda tentò un approccio come quello che il medico le aveva suggerito, “Julia, che ne pensi di fare un viaggio, io e te da sole, come ai tempi delle superiori?”

Julia sedeva sul divano e guardava tra le pagine di un libro, non le rispose. Accarezzava la copertina come se fosse una seta pregiata, con le dita ripercorreva ogni sottolineatura a matita, ricacciò le lacrime indietro a costo di enorme fatica…

“Perché lo sottolinei? È solo un romanzo”, chiese la bruna curiosamente alla fidanzata che le sedeva sul grembo, intenta a leggere
“Voglio poter ritrovare le frasi più belle..”
“Che frasi?”
“Se lo leggerai anche tu, dopo, le vedrai da te”, rispose l’altra con il suo classico sorriso amorevole

All’improvviso si sentì sfilare via il libro dalle mani, rivolse il viso accorato alla bionda, “Basta Julia!! Domani io e te partiremo, punto!”, esclamò l’amica arrossita dall’ira impotente che provava. “Deve finire questo, non puoi andare avanti così!! Io non posso andare avanti così!!”, disse piangendo. Lanciò il libro sul tappeto del pavimento e corse in un’altra stanza.

La bruna osservò con timore il libro a terra, si inginocchiò, lo raccolse delicatamente e lo esaminò per bene, non aveva nessun danno. Andò a riporlo tra gli altri sullo scaffale. Poteva sentire i singhiozzi della sua amica, provenivano dalla stanza degli ospiti in cui si era sistemata temporaneamente.

Raisa era stesa sul letto, faccia sul cuscino, stringeva le lenzuola nei pugni, sapeva che non avrebbe dovuto esplodere così, non era certo di aiuto, per nessuna delle due, forse solo un po’ per lei, che si sentiva schiacciare da un peso sul cuore.

“Raisa?”, parlò la bruna sul margine di quella stanza.

La bionda si asciugò il viso, sforzandosi al massimo per soffocare i singhiozzi, si voltò verso la porta.

“Va bene, partiamo.. scusami”, disse Julia fissando il pavimento.

Raisa scese dal letto e corse ad abbracciarla. Le accarezzò i capelli corvini, erano diventati davvero lunghi, “Che ne dici di darci un taglio? Vecchio stile Volk, eh?”, sorrise lievemente.

Julia scrollò le spalle indifferente, e strinse più forte la migliore amica che una persona possa desiderare di avere in tutta la vita.

***

Venti giorni in Spagna. Il tempo trascorse rapidamente, come succede ogni volta che si speri duri più a lungo. Per Raisa era andata meglio di quanto si aspettasse e peggio di quanto sperasse, ma in fondo non era stata una cattiva idea, certo che l’estate lì era davvero calda sotto tutti gli aspetti. Ma anche quella stava per finire, come le loro vacanze.

“E con questa mi sono giocata tutte le ferie fino a capodanno”, mormorò la bionda fra sé, sull’aereo che le riportava a casa. La bruna guardava le nuvole scorrere attraverso il finestrino. Ora i capelli le sfioravano di poco il collo e avevano acquistato la lucentezza di un tempo, cosa che stava accadendo anche al viso, poco alla volta.

“A che pensi?”, domandò la biondina all’amica

Julia: Che senza di te, non so cosa avrei fatto
Raisa: Te la saresti cavata comunque
Julia spostò gli occhi dal finestrino all’amica, “Non credo proprio”, le prese la mano più vicina e la strinse, “Grazie”

Raisa si commosse, era fatta così, bastava un attimo o una semplice parola. Colpì leggermente la mano dell’amica che teneva la sua, con l’altra, e sorrise con gli occhi lucidi.

Raisa: Una cosa è certa Julia, non saresti su questo aero, studentessa che sei non ti potresti permettere un botto di soldi così, anche solo i biglietti ti possono dileguare le tasche – disse sdrammatizzando – ah certo, potevamo sempre chiedere a papà e mamma – rise – ma vuoi paragonare lo sfizio di pagarti una vacanza per conto proprio!

L’amica le sorrise appena e ritornò ad osservare fuori dal finestrino, senza lasciarle la mano.

Alcuni giorni dopo, intanto che la bruna era assorta ad ammirare il panorama al di là della finestra, Raisa intervenne, con un certo timore, “Ascolta Julia, conosco una persona che forse ti potrebbe aiutare a stare meglio, qualcuno con cui parlare che ti aiuti a risolvere-”

Julia: Non voglio andare da uno strizzacervelli
Raisa: Non è uno strizzacervelli, la conosco perché viene spesso a fare pratica in ospedale con alcuni pazienti, sta ancora studiando
Julia: Raisa.. non mi servirebbe, non voglio qualcuno che mi aiuti a dimenticarla, questo non avverrà mai – l’amica le posò una mano sulla spalla, e con lo sguardo rivolto anche lei al panorama, proseguì

Raisa: Fai una prova, fallo per me, ok? Non ti chiedo nulla, solo un tentativo

La bruna annuì dopo una pausa di qualche secondo, “Va bene, solo per te”. Raisa esultò nell’anima, quello era un altro passo in avanti. “D’accordo, allora oggi a lavoro, domando quando possiamo andare”, concluse.

Due giorni dopo, dopo una nottata di sonno agitato, Raisa si alzò alle sei del mattino e cominciò a bersi un caffé dietro l’altro. Dopo il secondo, rammentò, da brava infermiera, i danni della caffeina e di tutta la famiglia degli alcaloidi, passò a qualcosa di più leggero, le gomme da masticare. “Grazie al cielo vi hanno inventate”, disse fra sé mentre sfogava il nervosismo sulla povera gomma.

Julia si svegliò con gli occhi arrossati, forse aveva pianto durante il sonno, quando non poteva controllarsi e le emozioni sboccavano come da un vaso troppo pieno. Trasse sospiri profondi e si sollevò dal letto. Si lavò il viso in fretta, per poi andare in cucina, dove Raisa stava scavando una fossa immaginaria a furia di passeggiare avanti e indietro. “Qualcosa ti preoccupa?”, domandò la bruna.

Raisa: Beh, mi conosci, io sono sempre preoccupata per qualcosa – porse la pasticca di ricostituente alla ragazza e qualche biscotto – ..mangia prima

Julia: Quando si esce? – addentò un biscotto
Raisa: Quando siamo pronte

***

Era venerdì, cioè l’ultimo giorno accademico della settimana, Raisa sapeva che quello era l’unico momento che poteva avvicinare chi sapeva. Lasciò Julia nella sala d’attesa dell’ospedale, per fortuna in quella sala all’ingresso non c’era gente. Verso l’ora di pranzo, durante il primo turno di break, Raisa ritornò dall’amica, questa era assorta a leggere una rivista sulle diete, “Lascia stare quella roba, su andiamo”, prese la bruna sottobraccio, senza darle neanche il tempo di posare la rivista e la trascinò verso uno studio.

E per strada, “Non preoccuparti, gli psicologi o futuri-psicologi sono esseri umani come te e me, non devi temere di rivelare quello che hai dentro. La maggior parte vuole aiutare la gente a risolvere i loro problemi, e una buona parte ci riesce..”, imboccarono un altro corridoio, “..questa persona è in gamba, sono sicura che ti darà una mano”, spiegò Raisa cercando di tranquillizzare l’amica.

Julia: Ci sei tu ad aiutarmi, non credo di aver bisogno di altri – la bionda sorrise.

Arrivarono davanti una porta, Raisa bussò, una voce pacata rispose, “Avanti”. L’infermiera aprì la porta e fece avanzare la bruna, davanti a lei, “Questa è la mia più cara amica, la ragazza di cui ti ho parlato”, disse la bionda.

“Allora tu sei Julia”, una giovane, all’incirca dei suoi anni, si alzò dalla scrivania e le tese la mano, “Felice di incontrarti, io sono Lena Katina, Raisa mi ha parlato spesso di te”

Raisa: Ehm, sì, Julia lei è la futura dottoressa
Lena: Ci conto, incrocia le dita per me Raisa, mi mancano tre esami – disse allegramente

Intanto che le due dicevano questo, i pensieri della bruna si potevano concentrare in un’unica frase, “I suoi capelli.. hanno il colore del sole al tramonto”

La futura dottoressa, era alta più o meno come lei, ma a dispetto degli occhi azzurro mare della bruna ne aveva un paio verde-azzurro piuttosto rari. E poi c’era la sua chioma rossastra, che era stata la prima cosa che aveva catturato l’interesse della bruna.

“Allora Julia, che mi racconti?”, domandò la rossa, dopo aver fatto accomodare la bruna su una delle poltrone ed essersi seduta accanto a lei, Raisa uscì lasciandole sole.

Julia: Non è facile per me – disse, mentre guardava le sue mani giunte
Lena: Lo so, è per questo che ci sono qui io, basta iniziare Julia, poi parlare sarà più facile, vedrai
Julia: Lei era il mondo per me, e ora che non c’è più.. io mi sento come se vivessi in un luogo a cui non appartengo…

***

Passò altro tempo, venne di nuovo la primavera, Lena e Julia si vedevano spesso per parlare, ma non più in ospedale, si incontravano un po’ dove capitava; spesso all’università, dove chi ad economia e chi a psicologia, avevano modo di trovare un’ora libera che combaciasse. Per quel che riguardava Raisa, la decisione di Julia, di riprendere gli studi, la rendeva immensamente felice. Per la biondina significava che forse la sua migliore amica stava ritrovando una di quelle ragioni che spinge la gente a vivere, la possibilità di avere un futuro.

Lena: L’ami ancora, non è vero?
Julia: Sì, sarà sempre così
Lena: Pensi ci sia un po’ di spazio nel tuo cuore, per amare un’altra persona?
Julia: Non lo so, non ho pensato ad un’eventualità del genere
Lena: Nemmeno se..
Julia: Se?

Lena finì di bere la sua coca-cola, erano nel parco dell’università. “E se ti capitasse di incontrare qualcun altro, che ti piacesse anche solo un pizzico, che faresti?”

Julia: Non so, forse proverei ad avvicinarmi – sorrise lievemente
Lena: E finora, non c’è nessuno, giusto?
Julia: No, nessuno
Lena: .. però me lo diresti se ci fosse, vero?
Julia: Sì, perché non dovrei? Ti ho già raccontato di tutto, più di quanto direi ad un prete

Lena accarezzò scherzosamente i ciuffetti che cadevano sulla fronte della bruna, e così i loro sguardi si incrociarono, “Facciamo il gioco di chi abbassa lo sguardo per prima?”, suggerì allegramente la rossa.

Julia: Ci sto, ma io sono un’esperta
Lena: Lo vedremo

Restarono così a fissarsi per molti secondi, a volte a Lena scappava da ridere e si mordicchiava le labbra per trattenersi, mentre la bruna non faceva una grinza. La rossa le si stava avvicinando di più, un poco alla volta, sempre più vicina. Julia si irrigidì, c’era qualcosa che non quadrava, l’avvicinamento non rientrava nel gioco.

Fin quando le punte dei loro nasi si sforarono, allora la rossa chiuse gli occhi e inclinando la testa baciò la brunetta che rimase con gli occhi sgranati come paralizzata. Quando Lena si fece indietro, riaprì gli occhi e vide l’espressione sconcertata sul volto dell’altra ragazza. Da qui una serie di paure e sensi di colpa; forse non avrebbe dovuto, forse se non l’avesse fatto se ne sarebbe pentita per il resto della vita, e forse ancora era un fiasco come psicologa, nessun medico deve provare sentimenti d’amore verso i pazienti.

Lena: Perdonami..

Julia si strofinò i capelli, che disordine in testa, e che strano riprovare sensazioni simili, dopo tutto quel tempo. Si alzò dal muretto di pietra, “Scusa Lena, meglio che vada adesso”

Lena: Sì, non preoccuparti – abbassò gli occhi, le guance si erano tinte di rosso, non si era mai vergognata a quel modo. Lei doveva solo darle aiuto, non causarle altri problemi.

Rientrò a casa che era sera, Julia chiuse la porta e si tolse le scarpe. Camminò a piedi nudi fino in soggiorno, dove crollò sul divano, sospirando, “Lidia, che devo fare?”. Poteva già immaginarsi cosa le avrebbe risposto Raisa, se glielo avesse raccontato, le direbbe di farsi avanti.

La giovane psicologa le piaceva fisicamente, a chi non sarebbe, ma il punto era quello che lei stessa poteva dare in un nuovo rapporto. Già come amica era una presenza incostante, anche se di recente stava recuperando, cosa si poteva aspettare Lena da lei?

Bussarono alla porta, la bruna andò ad aprire, Raisa era tornata a casa dei suoi quella mattina, forse aveva dimenticato qualcosa. Aprì e si vide davanti, la giovane dai capelli rossi con aria sconvolta.

Lena: Sono venuta per sapere come stavi, non volevo farti stare male, lo giuro! – disse in fretta
Julia: Entra – la accompagnò in salotto – non stare in pensiero, sto bene
Lena si guardò intorno: Sei sola?
Julia: Sì, già che sei qui.. se vuoi cenare con me, mi farebbe piacere, stavo per ordinare una pizza
Lena: Se preferisci posso preparare qualcosa io in cucina, me la cavo benino ai fornelli
Julia: Grazie – sorrise – ti do una mano anch’io allora

Circa mezzora dopo, erano entrambe sedute a tavola, uno squillo del cellulare interruppe l’atmosfera. La bruna rispose, era Raisa, “Cosa?? C’è Lena lì? Ahhhhh.. tolgo subito il disturbo tesoro”, le disse l’amica, e Julia poteva sentirla ridere attraverso il telefono

Julia: È qui a cena, non ci stai disturbando
Lena: Salutamela
Julia: Ciao Raisa, Lena ti saluta.. sì.. sì.. sì! No! No! Sì.. ok, ciao – riattaccò – scusa Lena, mi ha fatto una marea di raccomandazioni – arrossì

Lena iniziò a ridere.

Julia si sedette di nuovo e parlò seriamente, “Senti Lena, oggi..”

Lena alzò una mano come per fermarla, “Aspetta, ascolta prima me.. io credo di provare qualcosa per te, lo so che non dovrei, me lo sono detta sin dal principio.. Lena lascia stare, è una partita persa, Lena non puoi competere con questa persona che ama ancora così profondamente! Ma non c’è stato niente da fare, amore a prima vista, colpo di fulmine.. chiamalo come preferisci”

Julia: Volevo solo dirti che tenterò Lena, se sei proprio sicura di volere me, tenterò di renderti felice

La rossa sollevò lo sguardo dalla tavola, sentiva il cuore come impazzito, aveva voglia di piangere, di abbracciarla, di baciarla di nuovo, ma non fece nulla di tutto questo, le strinse soltanto la mano e disse debolmente, “E io farò tutto il possibile per rendere felice te”, le lacrime le brillarono negli occhi.

La bruna si sollevò dalla sedia, fece il giro del tavolo e scese sulle ginocchia davanti a Lena, posando la testa sulle gambe della rossa, “Promettimi che resterai sempre con me”.

“Lo Prometto”

***

La mattina dopo, la bruna andò da Lena, che dormiva nella camera degli ospiti, e le lasciò un biglietto sul comò, dicendo che sarebbe rientrata presto.

Fece una lunga camminata fino al cimitero, a quell’ora non c’era quasi nessuno. Cercò la lapide della ex fidanzata,

Lidia Ivanova
1983 – 2005

“Ciao Lidia”, si inginocchiò per sistemare dei fiori freschi che aveva portato con se. “Sai una cosa? Ho incontrato una persona che ti somiglia molto, di carattere. È buona, comprensiva, gentile, vivace.. lo sappiamo tutte e due che nessuno potrà mai prendere il tuo posto, ma se ho una seconda possibilità, per rendere felice qualcuno, anche se non sarai tu, non posso sciuparla. Ti amo”, si baciò la mano e la posò sulla lapide.

Camminando verso l’uscita del cimitero, vide Lena con un ombrello che la stava aspettando. Non aveva fatto caso che stava piovendo leggermente già da un po’.

Julia: Come sapevi che ero qui?
Lena: Dimentichi che sono la tua psicologa – disse sorridendo e fece spazio sotto l’ombrello, abbracciando la vita della bruna, tornarono a casa.

FINE



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