Quando Quello Che Conta E' L'Amore by penny89

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In una grande villa poco fuori città una ragazza se ne stava beatamente fra le calde coperte del suo letto a baldacchino, ancora nel mondo dei sogni. Ma, poco dopo, un uomo alto, sulla sessantina, vestito di tutto punto, fece capolino nella stanza ancora immersa nella penombra. Si diresse piano alla finestra e con un forte strattone tirò le grandi e pesanti tende, in modo da far entrare la luce del sole appena sbucato all’orizzonte.

- Signorina Elena, è ora di alzarsi.
Dal letto non arrivarono altro che mugugni assolutamente incomprensibili.
- Signorina Elena, deve andare a scuola e sono già le 7.30.
- Ancora 5 minuti Carl.
Disse la ragazza, sovrastata interamente dalle coperte.
- Sa benissimo che non posso concederglieli.
- Uffa, ma perché sei sempre così rigido?
E, dopo questa frase, il viso della ragazza uscì dalle lenzuola e fissò l’uomo.
- In 19 anni che sono in vita, non mi hai mai fatto sgarrare una volta.
- E’ il mio mestiere Signorina Elena.
- E lo fai anche troppo bene.
Così sbuffando uscì dal letto e cominciò a vestirsi.
- La colazione è pronta.
- Arrivo subito.
Entrò nel suo bagno privato, si lavò i denti e il viso. Poi aprì il suo enorme armadio da ben 6 ante e con cura scelse i vestiti per quella giornata: jeans e maglioncino di “Dolce & Gabbana “. Con una faccia abbastanza soddisfatta si guardò al grande specchio attaccato alla parete e non poté fare a meno che sorridere, i jeans le risaltavano il sedere al punto giusto, il maglioncino bianco e nero abbinato alla quantità giusta di mascara le risaltava i bellissimi occhi azzurri e i capelli rossi ricci. Così, pronta per la giornata, scese nella sala da pranzo, dove l’attendeva la sostanziosa colazione e i suoi genitori. Li salutò entrambe e in fine si sedette. Finita la colazione prese la cartella, le chiavi della macchina, e uscì di casa.
 
La Porche Cabriolet nera metallizzata correva sicura per la strada, Lena ormai era abituata ad usare quel bolide, regalo di suo padre. La si poteva definire una perfetta “figlia di papà”: aveva una macchina da urlo, un guardaroba che avrebbe fatto invidia a una star, frequentava una delle scuole private migliori di tutto il paese, aveva una casa favolosa, Elena (Lena per gli amici) Katina, aveva tutto quello che una ragazza poteva desiderare. Ma dentro, c’era qualcosa che mancava. Aveva tanti amici, che le sapevano dare tanto affetto, eppure dentro di sé, sentiva un vuoto che non era stato ancora colmato da niente e da nessuno. Accantonava sempre quel pensiero nell’angolo più remoto della sua mente, forse perché era meglio non pensarci, per non soffrire troppo.
Arrivata a scuola parcheggiò la sua auto e si diresse verso l’entrata. Subito le vennero incontro i suoi amici: Michelle, Steven, Mark, Elisabeth e Kelly. Tutti figli di papà, tutti ricchi, loro erano l’”elite” di Londra, ma questo non significava che erano ragazzi con la puzza sotto il naso, anzi, amavano divertirsi, uscivano a ballare tutti insieme e molto spesso rientravano a casa la mattina dopo. A loro nulla era proibito, potevano fare tutto quello che volevano, con i soldi dei genitori e il rispetto che avevano in città.
- Che facciamo stasera ragazzi?
Chiese Kelly, una bella ragazza bionda con occhi azzurri, e la più “matta” del gruppo.
- Io ho sentito che apriranno un nuovo locale - Disse Mark.
- Che tipo di locale? - Chiese Lena
- Un club.
- Bhè, potremmo farci un giro, il “Clarence” non mi piace più come una volta, comincia a stufarmi.
- Guarda che lo sappiamo tutti il motivo per il quale non ti piace più quel locale, Elisabeth!! - Rise Lena
- Ah davvero?
- Eh sì, hanno licenziato il bel barman! - E tutti scoppiarono a ridere di gusto.
- Ma non è vero!! - Rispose lei, arrossendo.
- Sì che lo è!
- Ok, era carino, ma non ci andavo solo per lui, c’era anche il buttafuori che non era affatto male.
- Sei incorreggibile.
- Lo so, dolcezza.
- Ragazzi, dobbiamo entrare.
- Uff, ma che palle questa scuola, per fortuna è venerdì! - Esclamò Steven.
- Sì, speriamo non mi interroghi in matematica. - Disse Lena.
- Tanto, secchiona come sei, non avrai nessun problema!
Così dicendo entrarono in classe.
 
Appena le lezioni furono finite i ragazzi si ritrovarono nel parcheggio della scuola per definire gli ultimi accordi per la serata. Il primo a parlare fu Mark.
- Ragazzi, io pensavo di ritrovarci prima tutti in un posto e poi raggiungere il locale, perché è un po’ fuori mano.
- Bhè, per me non c’è nessun problema - Disse Lena.
- Allora che ne pensate di trovarci davanti all’ Happy? - Chiese Steven.
- Ok, a che ora ragazzi?
- Io pensavo verso le 9.
- Perfetto, allora alle 9 tutti all’ Happy, ok??
Tutti risposero in modo affermativo e ognuno, salendo sul proprio bolide, tornò a casa.
 
Puntuale Lena parcheggiò l’auto davanti all’ Happy deserto visto che i suoi amici non erano ancora arrivati, i soliti ritardatari. Nonostante il freddo decise di scendere dalla macchina, maledicendo se stessa per aver optato per la gonna quella sera, infatti portava una mini gonna, stivali a punta con un bel po’ di tacco, una maglietta a collo alto e un giubbino di pelle nera che le arrivava poco sopra il ginocchio. La semplicità del trucco la rendeva ancora più bella.
Dopo 10 minuti arrivarono anche tutti gli altri e Lena leggermente seccata disse.
- Ma è possibile che non riusciate a essere mai puntuali?
- Dai Lena, non prendertela. - Disse Kelly.
- Sì, tanto non sei mai tu quella che aspetta vero?
- Ragazze, non bisticciate prima che cominci la serata. Che ne dite se ci avviamo per questo fantomatico “club”?
- Ma Mark, come hai detto che si chiama?
- Non l’ho mai detto, comunque si chiama Status At Quo.
- Bhè, sembra che sia il locale fatto apposta per noi. Siamo la “creme de la creme” di Londra!
- Certo Steven - Rispose Mark in modo canzonatorio - Se fosse davvero così, e tu fossi davvero la “creme de la creme” di Londra credo che tutti dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente!
- E perché mai?
- Perché chissà dove finiremmo se tutti fossero fuori di testa come te - E cominciò a ridere di gusto seguito a ruota da tutti gli altri.
- Che spiritosi che siete.
- Lo so. - Rispose continuando a ridere. - Ad ogni modo, ci vogliamo dare una mossa? Ci vogliono 30 minuti prima di arrivare a questo Club.
- E’ così distante? Fai almeno che ne valga la pena. - Disse Elisabeth.
- Questo dolcezza non te lo posso assicurare visto che è la prima volta che ci vado, ma non preoccuparti che se non è di tuo gusto possiamo pure ritornare dal tuo bel buttafuori!
- Ma quanto sei idiota!
- Grazie, lo so che mi vuoi tanto bene!
- Ragazzi, andiamo. - Intervenne Lena.
- Ok, vi guido io. - Rispose Mark.
- Siamo messi bene allora - Disse a voce bassa Michelle.
- Hai detto qualcosa? - Chiese ironicamente Mark.
- Io? Nulla. - Rispose con un sorriso a 32 denti.
Salirono tutti in macchina e come previsto da Mark dopo 30 minuti arrivarono a destinazione.
 
Il parcheggio del Club era pieno di macchine, e anche per i figli di papà fu difficile trovare un posto libero, così si dovettero accontentare di un parcheggio distante circa 200m dal locale.
- Ma guarda te se mi tocca parcheggiare il mio amore così lontano da me! - Disse Steven, il più snob di tutti.
- Non preoccuparti per lei, Steven! E poi, anche se te la fregano, tuo papà sarà pronto con un’altra ancora più bella e potente! - Rispose Michelle.
- Non è quello che mi interessa, è il valore affettivo che ha per me l’importante.
- Ma come sei dolce … peccato che tu lo sia esclusivamente per lei.
- E da quando in qua sei gelosa della mia Jaguar?
Mentre loro due bisticciavano il gruppo si diresse verso l’entrata. L’insegna brillava luminosa, e la coda per entrare era molto lunga.
- E adesso che si fa?
- Lasciate fare a me, conosco il buttafuori.
Così, Mark si avvicinò all’uomo che era più o meno il doppio di lui. Ci parlò un attimo, indicò il gruppo e con un gesto della mano li invitò ad avvicinarsi a lui.
- Grazie amico, ti sono debitore.
- Non c’è problema Mark.
Così dicendo tolse la cordicella e fece passare il gruppo fra i mormorii di protesta della povera gente che doveva rimanere fuori al freddo e al gelo ad aspettare che quell’ omaccione grande e grosso si decidesse a farli passare.
- A volte mi sento un po’ in colpa. - Disse Lena, quasi se avesse espresso un suo pensiero ad alta voce.
- E perché mai scusa? - La guardò Kelly con immenso stupore.
- Ma ti sembra corretto fare quello che abbiamo fatto?
- Fatto cosa Lena?
- Siamo passati davanti a tutti, senza fare due minuti di coda, mentre magari quei ragazzi è da un’ ora che sono fuori a congelare! E questo è successo solo perché siamo la “creme de la creme” di Londra!
- E ti dispiace?!
- Non ho detto questo, ma … a volte non ti piacerebbe essere considerata per quello che sei? Per quello che vali veramente? Senza avere tutti questi privilegi perché sei la figlia di un uomo ricco e potente in città?
- Lena … non è certo colpa nostra se siamo i così detti “figli di papà” e non credo tu te ne debba fare una colpa, saresti sciocca a non sfruttarli questi privilegi, credi che tutta quella gente là fuori se fosse al tuo posto non farebbe lo stesso?
- Hai ragione … ma questo non leva il fatto che io mi senta un po’ in colpa.
Il locale era veramente ben strutturato, al centro della sala c’era una pedana con anche dei cubi dove si poteva ballare, sul lato destro poco dopo l’entrata un grandissimo bancone dietro al quale lavoravano ben 4 barman, su tutti gli altri lati c’erano dei tavoli bassi con dei cuscini blu ai lati sui quali erano seduti vari ragazzi e ragazze, e poi si poteva accedere, grazie a delle scale a chiocciola, al piano superiore dove c’erano tavoli riservati a chi aveva un po’ più di soldi da spendere. Da questo piano si poteva osservare tutta la pista da ballo dall’alto. Naturalmente Steven puntò subito a quel piano e si diresse verso la scala a chiocciola più vicina. Subito fu avvicinato da una ragazza che li fermò e disse.
- Salve ragazzi, ho visto che siete un bel gruppo, dove vi piacerebbe sedervi.
- Il posto più bello che hai, dolcezza - Rispose sicuro Steven.
- Ok, allora seguitemi.
Li condusse per la scaletta e li fece accomodare intorno ad un tavolo rotondo circondato da enormi cuscini bianche e blu.
- Che vi posso portare ragazzi?
- Il solito per tutti? - Chiese Steven ai ragazzi, tutti annuirono - Ok, allora portaci, una birra chiara doppio malto, due coca con rum, una vodka alla pesca e una con menta. Grazie.
- Ok, entro 5 minuti vi porto tutto.
Steven sorrise con i suoi denti perfetti, forse cercando di fare colpo sulla ragazza. Questo non sfuggì a Michelle che disse a voce bassa.
- Ma perché deve sempre provarci con tutte?
- Stai calma Michelle. - Rispose senza farsi notare Lena.
- Mi fa incazzare!
- Lo so, però sta calma comunque.
La serata trascorreva tranquilla , parlavano e scherzavano come era loro solito fare, finché Kelly non si alzò ed esclamò.
- Ragazzi, io vado a ballare sui cubi. Chi mi segue?
- Dai che veniamo tutti … ci sgranchiamo le gambe!
Così scesero sulla pista da ballo e si lasciarono trasportare dalla musica house sparata a tutto volume.
 
Dopo circa una mezz’ora di ballo, Lena, affaticata, si sedette al bancone e prontamente una bella ragazza dagli occhi azzurri, i capelli neri e un corpo minuto ma formoso le chiese.
- Che cosa posso servirti?
- Una coca cola con ghiaccio, grazie.
- Subito.
E velocemente la barman la servì.
- Molto gentile.
- Nulla è il mio mestiere. Posso osare dirti una cosa?
- Certo, dimmi pure.
- Ti muovi veramente bene in pista.
- Bhè - rispose arrossendo - grazie.
- Comunque piacere, io sono Yulia.
- Piacere mio, Lena.
- E quelli sono i tuoi amici? - Chiese indicando Kelly e Mark.
- Esatto.
Le due ragazze furono interrotte da una signora che chiedeva di essere servita. Così Yulia, con rammarico, dovette lasciare Lena. Dal canto suo la rossa non riuscì a distogliere lo sguardo da quella ragazza. Più la guardava più si rendeva conto della sua bellezza, e poi, le piaceva il suo stile. Indossava una canottiera bianca, dei jeans stretti e sulla testa una berretta nera dalla quale sbucavano delle ciocche nere di capelli. Ne rimase affascinata. Quando Yulia tornò da lei riprese la conversazione.
- Spero di non esserti sembrata troppo insolente prima …
- No, figurati.
- E’ che m’hai colpito molto.
- In che senso?! - Quella dichiarazione le sembrava talmente strana, ma allo stesso tempo era felicissima di essersi fatta notare da lei, anche se, non l’aveva fatto di proposito.
- No, è che … insomma … - La precedente sicurezza della mora era completamente svanita.
Il momento di imbarazzo per Yulia fu interrotto da una ragazza bionda che la chiamava.
- Scusa un minuto Lena.
Mentre si allontanava Lena non riuscì a non guardare il fondoschiena della mora. Accortasi di quel gesto appena compiuto pensò.
- Lena, che cazzo stai facendo? E’ una ragazza! Non è da te guardare il fondoschiena delle tipe!! Anche se … cavolo è un vero schianto! Ha degli occhi favolosi, non ho mai visto degli occhi così belli … e … pensandoci bene, anche il sedere non è affatto male, anzi ….
Stupitasi dei suoi stessi pensieri cercò di scacciarli dalla mente gettandosi nuovamente in pista. Ma certamente questo non l’aiutò, visto che non faceva altro che pensare a quella ragazza che, non sapeva neppure lei il motivo, l’aveva colpita in quel modo. E per di più era una ragazza. Pensò che potesse essere una sorta di ammirazione nei suoi confronti. Ma Lena non era la ragazza che si accontentava delle spiegazioni troppo semplici, era decisa ad andare a fondo della cosa. Così, guardò verso il bancone e vide che Yulia la fissava con quei suoi occhi azzurri, non ne capì il motivo, ma si sentì morire. Per quella volta non voleva frenare le sue emozioni, era stanca di calcolare tutto con esasperante razionalità, così, uscì dalla pista da ballo e con passo sicuro, o per lo meno ci provava a sembrare sicura di se stessa, si diresse verso la mora.
- Non hai risposto alla mia domanda, Yulia. - Disse sedendosi davanti a lei.
- A che domanda?
- In che senso ti ho colpito …
- Ah … nel senso che …
- … mh?
- E se ti dicessi che dovresti scoprirlo da te, questo senso? - Rispose avvicinandosi al visto della rossa.
- Direi che sei scorretta … ma che come sfida mi alletta molto.
- Bene. - Disse Yulia con un sorriso.
- A che ora stacchi?
- Alle quattro, esattamente … - Guardò l’orologio appeso alla parete - … fra 2 ore e mezza.
- Allora … che ne dici se fra 2 ore e mezza io e te ce andiamo a fare colazione insieme?
- Credi che potrei mai rifiutare una richiesta fatta con quegli occhi?
Lena arrossì.
- Devo prenderla come un sì?
- Certo.
- Perfetto … ora scusami ma raggiungo i miei amici. Ci vediamo dopo Yulia.
- A dopo bellissima!
Salì le scalette e si ritrovò davanti i suoi amici che si erano nuovamente seduti.
- Ehi Lena, ma dove eri finita? - Le chiese Steven.
- Mi sono messa a parlare con la barman.
- Ah, quella carina?
- Sì. Quella carina , Steven. - Disse sorridendo e scuotendo leggermente il capo.
- Il locale qui chiude alle 4, che facciamo dopo?
- Non saprei, i miei m’hanno lasciato casa libera … se volete potete venire da me a dormire! - Disse Michelle.
- Per me andrebbe bene!
- Ehi Lena, tu che ne dici?
Ma Lena non li stava più a sentire, era immersa ancora nei suoi pensieri con un sorriso ebete sulle labbra.
- Lena … Lena?!?!?
- Ah, sì … scusa … che stavi dicendo Steven? - Disse come se fosse scena dalle nuvole.
- Stavamo dicendo … - Proseguì Kelly - … che Michelle ha casa libera e potevamo andare da lei a dormire.
- Ah … no, io non posso, devo uscire con la barista … cioè … sì, andiamo a fare colazione insieme.
- E tu preferisci una perfetta sconosciuta ai tuoi amici di sempre?
- Ah … sì, cioè … no, ma è simpatica e mi piacerebbe conoscerla meglio …
- Va bhè, per voi ragazzi va bene?
Tutti approvarono. Così, soddisfatti della decisione presa ripresero a parlare tranquillamente. Lena, dal canto suo continuava a fissare il suo orologio da polso, sperando che il tempo passasse più in fretta possibile. Non vedeva l’ora che arrivassero le 4 per poter passare un po’ di tempo con quella affascinante ragazza.
- Lena, ti vedo persa … che hai?! - Le chiese Elisabeth.
- Io?! Nulla.
- Dai … non dirmi che non c’è nulla, piuttosto che non hai voglia di parlarne.
- Oh, no davvero, non c’è nulla … ora scusami … sai per caso dove si trova il bagno?
- Sì, sta sulla sinistra del bancone.
- Ah, ok.
Quando arrivò in bagno si bagnò il volto e cercò di darsi una svegliata, non poteva rimanere persa nei suoi pensieri quando stava con i suoi amici, non voleva dare a vedere nulla. Uscì dal bagno e fu distratta da delle voci che arrivavano da una stanzetta poco distante dal bagno. La sua curiosità la spinse ad avvicinarsi anche perché una delle voci le sembrava famigliare.
- Guarda che non possiamo andare avanti così!
- Ma senti, Rebecca, la nostra storia è finita … perché non ti metti il cuore in pace?
- Credi che per me sia facile vedere te che ci provi con tutte le belle ragazze che incontri?
- Lo sai che non è vero!
- E allora che mi dici di quella rossa di stasera?
Stavano parlando di lei, e quella voce sì che la conosceva era quella di Yulia.
- Io non devo rendere conto a te di cosa faccio o non faccio!
- Questo è il mio locale!
- E allora criticami sul mio lavoro, non sulla mia vita! Io non sono di tua proprietà! Questo mettitelo bene in testa! Licenziami se vuoi! Ma sai benissimo che io sono il tuo miglior barman!
- Torna al tuo lavoro Yulia. - Disse Rebecca con una voce sull’orlo del pianto.
- Io te l’avevo detto che non avrebbe potuto funzionare …
- Vai.
Lena riuscì a nascondersi appena in tempo, prima che Yulia uscisse dalla stanza e ritornasse dietro al bancone. Ritornò dai suoi amici e qui fece passere il tempo, che trascorse più o meno velocemente. Dal canto suo Yulia continuava a fare cocktail su cocktail, pensando a quanto fosse bella Lena. Continuava a osservare quell’ orologio che quella sera sembrava non volersi muovere.
Ma finalmente il locale cominciò a svuotarsi e Lena arrivò nel suo totale splendore.
- Allora andiamo? - Chiese la rossa.
- Certo, saluto la “capa” e arrivo!
Si allontanò e entrò nella piccola stanza, luogo della precedente discussione fra le due. Poco dopo uscì e si avvicinò a Lena.
- Ok, possiamo andare, sono tutta tua.
- Bene … avviamoci alla mia macchina.
- Ah, ok … se vuoi possiamo lasciare qua la tua macchina e usare la mia moto.
- Hai una moto?
- Eh, certo, una Ducati SS 1000 DS rossa fiammante.
- Wow, dal nome sembra stupenda.
- Non te ne intendi di moto, vero?
- No, per nulla proprio.
- Meglio così … potrai stupirti della potenza di quel gioiello. Viene che te la mostro.
Lena senza fiatare la seguì nel retro del locale, uscirono in un piccolo cortile e lì trovarono la moto accuratamente parcheggiata.
- E’ bellissima davvero!
- Lo so, è un regalo di mio padre. Una delle poche cose che m’ha lasciato prima di morire. Ci teneva davvero tanto.
- Mi dispiace Yulia.
- Non devi, la mia vita ora è serena, vivo con mia madre in un piccolo appartamento a 15 minuti di strada da qui. La situazione rimarrà così almeno finché non avrò una stabilità economica. Invece … che mi dici di te? Dove vivi?
- Io? Sto a mezz’ora da qui, esattamente nel quartiere South Head.
- Mh? Davvero stai in quel quartiere? Ora si spiegano molte cose …
- Perché?
- Lì ci vive la gente ricca, sei una figlia di papà?
- Effettivamente sì, è così che mi definiscono … anzi, ci definiscono.
- Ti secca vero?
- Se devo essere sincera sì.
- Posso capire.
- Davvero? - Chiese stupita Lena.
- Certo, tutti che ti guardano con occhi di ammirazione, ma nello stesso tempo di timore. Essere considerato solamente per il tuo nome e non per la persona che sei dentro. Credo che a volte sia frustrante, e mi ritengo fortunata, perché quello che ho l’ho ottenuto solamente per merito delle mie forze, senza nessuna “spinta” esterna. Senza offesa nei tuoi confronti.
- No, figurati, nessuna offesa. Hai capito benissimo quello che sento.
Yulia si voltò a guardarla e le sorrise con affetto.
- Non preoccuparti che con me non dovrai avere problemi, perché ti tratterò come un normale essere umano. - E rise di gusto.
- Non chiedo di meglio!
- Allora ti va di provare l’emozione di salire su una Ducati?
- Certo … ma mi posso fidare di te?
- Così mi offendi … anche se sono piccolina non significa che non abbia gli attributi giusti per guidarla!
- Ok, mi fido … sappi che però ti stringerò forte perché ho paura già adesso.
- Non chiedo di meglio! - Le rispose sorridendo.
La rossa, come al solito, non riuscì a non arrossire.
- Sei sempre così timida?
- Sì.
- Dai monta, tieni questo casco. - Le porse il casco e la fece salire. - Reggiti forte mi raccomando, che non voglio essere causa della tua morte. - E cominciò a ridere.
- Devo dire che sei veramente di conforto.
- Dai che scherzo dolcezza. Partiamo.
- Ma dove mi porti?
- Non avevi detto che volevi fare colazione?
- Sì.
- E allora ti porto a fare colazione, ma a modo mio.
- Che intendi?
- Lo scoprirai.
Dopo quelle parole si sentì il motore accendersi e con un forte rombo la moto lasciò il cortile. Dopo circa 10 minuti si fermarono davanti a un negozio, Yulia parcheggiò la sua moto e entrarono. Il locale era pieno di gente seduta ai tavoli che consumava la propria colazione.
- Vedi, questo è il posto in cui vengo a fare colazione, è sempre pieno a quest’ora perché la gente esce per andare al lavoro, nonostante siano le 4.30 del mattino.
- Capisco.
- E’ la prima volta che vedi una cosa del genere?
- Sì.
- Bhè benvenuta nel mondo del lavoro signorina Lena …
- Katina.
- Signorina Lena Katina. Che cosa vuoi da mangiare?
- Non saprei …
- Io in genere prendo un caffé e una bella ciambella calda.
- Per me va più che bene.
- Ok. David, oggi due soliti da portare via! - Disse a un ragazzo biondo dietro al bancone.
- Subito Volk!
- Bravissimo.
- Scusa … - Lena richiamò l’attenzione della mora - Com’è che ti ha chiamato?
- Eheheh … - Rispose con un sorriso - Te lo spiego dopo …
- Ok.
David le servì e le due ragazze uscirono dal locale.
- Dai, salta su.
- E dove mi porti?!
- A fare colazione nel mio modo - Disse ridendo.
Quando finalmente Yulia fermò la moto Lena scesa e si trovò davanti una scena bellissima, la mora l’aveva portata su una piccola collinetta dalla quale si poteva vedere sulla destra l’immenso ponte nella sua fierezza che collegava le due sponde del fiume sulla qual superficie si rispecchiava la luce del timido sole che stava per prendere il posto della luna.
- E’ un posto bellissimo.
- Lo so, ed è così che faccio colazione … con questo bellissimo paesaggio appoggiata alla mia moto.
- Sei molto dolce.
Yulia leggermente in imbarazzo si grattò il capo e disse timidamente.
- Grazie.
- Non dirmi che ti ho messo in imbarazzo.
- Un po’ sì, può non sembrare ma anche io sono un po’ timida.
- E’ vero, non si direbbe proprio. - E Lena rise.
- Dai, mangiamo, altrimenti si fredda tutto.
Consumarono la loro colazione parlando del più e del meno, finche Lena chiese a Yulia.
- Devi ancora spiegarmi che cosa vuol dire Volk!
- Ah sì … mi chiamano così i miei amici più intimi!
- Perché?
- Devi sapere che io mi chiamo Yulia Volkova … e Volk è il diminutivo del mio cognome, ma oltre a questo c’è dietro un’altra storia …
- Che storia?
- Bhè, Volk significa lupo in russo … e loro ritengono che mi si addica particolarmente.
- E come mai?
- Sono sempre stata una tipa piuttosto solitaria e chiusa … quindi … da qui il soprannome di Volk.
- Capisco … è una storia strana …
- Eh sì …
- Ma non mi sembri chiusa, con me non lo sei stata, anzi …
- Effettivamente non so neppure io il perché di questa cosa. In genere non sono così. Ma ho sentito qualcosa nei tuoi confronti, come se di te mi potessi fidare. Potrò esserti sembrata sfacciata, ma volevo conoscerti davvero.
- Devo dire che comunque è stata una fortuna averti incontrato. - Sorrise a Yulia in modo sincero.
- Questa cosa vale anche per me.
A Lena scappò uno sbadiglio.
- Sei stanca vero?
- Un po’ sì …
- Dai, sono quasi le 6, ti riaccompagna al locale così puoi prendere la tua macchina.
- Ok …
Durante il viaggio Lena strinse piano la vita di Yulia, e non lo fece per la paura della velocità, ma solo per il semplice gusto e piacere di sentirla vicina, appoggiò anche il capo sulla schiena dell’altra che non poté far a meno di provare una bellissima sensazione per quel contatto. Era stata un’ottima idea prendere la moto continuava a ripetersi mentalmente.
Quando furono arrivate, circa 20 minuti dopo, Yulia fece scendere Lena dalla moto. Stava per andarsene salutandola, ma Lena voleva rimanere con lei ancora un po’, così prese coraggio e disse.
- Non mi accompagni alla macchina?
- Ah, volentieri … credevo che ne avessi le scatole piene di me!! - Così dicendo si tolse il casco e parcheggiò la moto. 
- No, come potrei … sono stata bene con te …
- Anche io Lena.
Il resto del tragitto lo passarono in silenzio. Ognuna immersa nei suoi pensieri, almeno finché Yulia non alzò lo sguardo e vide l’auto di Lena, quasi gridando esclamò.
- Ma è quella la tua macchina?!?!?!??! - E corse leggermente verso la macchina per cercare di vedere all’interno.
Lena aprì con il telecomando il mezzo e disse.
- Ci puoi salire.
- Sicura che posso?
- Certo!
Senza farselo ripetere due volte Yulia aprì la portiera e ci si fiondò dentro.
- Wow, deve essere uno spasso guidare questo gioiello.
- Vuoi provarla?
- Questa proposta mi alletta molto, ma devo scappare, credo che mia madre mi stia già aspettando, comunque appena ho un po’ di tempo e tu hai voglia di vedermi ancora, accetterò volentieri questa proposta!
- Per me non c’è problema!
- Ok. - Yulia uscì dall’auto e si posizionò di fronte a Lena, la quale era appoggiato alla macchina. - Allora … sembra arrivata l’ora di salutarci … -
- A quanto pare sì …
- Bhè, la saluto Signorina Lena Katina. - E facendole un sorriso fece un profondo inchino.
- Smettila di prendermi in giro Yulia!
- Però è troppo divertente.
- L’ho notato che la cosa ti diverte non poco!
- E dai, lasciami qualche divertimento! - Disse con un sorriso bellissimo.
In quel momento la rossa si sarebbe potuta sciogliere di fronte a lei, come poteva resisterle? Era talmente bella.
- Eh va bhè, Lena, ora vado!
- Ok, ciao Yulia.
- Ciao ciao.
E la mora si incamminò per ritornare alla sua moto, ma di scatto si bloccò e si girò verso Lena che nel frattempo era rimasta immobile appoggiata alla sua Porche. Con passo sicuro Yulia arrivò a pochi centimetri da Lena. La rossa non riusciva a capire le intenzioni della ragazza, ma non si mosse, aspettando la prossima mossa dell’amica. La mano di Yulia sfiorò il volto di Lena, che rabbrividì al contatto con la mano dell’altra. Piano Yulia si avvicinò a lei e prendendole il mento accompagnò le labbra della rossa vicino alle sue e poi la baciò. Da leggero e dolce che era all’inizio il bacio divenne sempre più travolgente e passionale, la mano di Yulia lasciò il mento dell’altra per arrivare ai fianchi per stringerla a se. Lena mise le braccia intorno al collo dell’altra e si fece trasportare dalla passione che le scorreva dentro. Si ritrovarono catapultate in un altro mondo, il mondo sembrava essersi fermato, c’erano solo loro due, furono stregate da quel bacio. Ma Yulia si staccò, appoggiò la sua fronte su quella dell’altra che teneva ancora gli occhi chiusi e disse.
- Ora hai capito il senso nel quale mi hai colpita.
Lena aprì gli occhi, i loro sguardi si incrociarono, gli azzurri si persero l’uno nell’altro. Yulia si allontanò piano dall’altra, abbastanza contrariata dal gesto.
- Scusa Lena, ma adesso devo proprio andare.
Lena, come se si fosse ripresa da un sonno durato anni cadde in un profondo imbarazzo, levò velocemente le braccia dal collo della mora e balbettò qualche parola incomprensibile.
- Sì … ok … va bene … a- allora …
- Ma sei sempre così timida? - Chiese Yulia con un sorriso dipinto sul volto.
- Io … sì …
- Dai che ci rivediamo presto.
Così dicendo accarezzò il volto dell’altra e la lasciò, dirigendosi verso la moto. Partì poco dopo, con un sorriso a 32 a denti, essendosi lasciata alle spalle una Lena ancora nel mondo dei sogni.


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