Amare totalmente by LeNa4ever

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Note della fiction:

Questa fan fiction è tratta dal libro "Twilight" di Stephenie Meyer. Io ho apportato qualche cambiamento al testo. I personaggi di Julia e Lena, appartengono rispettivamente a Julia Volkova e Lena Katina, mentre tutti gli altri personaggi, inclusi i contesti, appartengono all'autrice.

Prologo

Lena si è appena trasferita a Forks, la città più piovosa d'America. Un incontro del tutto casuale fà si che la sua vita prenda una piega inaspettata e pericolosa.

A prima vista

Lena e la madre viaggiavano verso l'aereoporto. A Phoenix c'erano venticinque gradi, il cielo era blu, terso e perfetto. Indossava la sua camicia preferita, senza maniche, di sangallo bianco, la indossava come un gesto d'addio. Nel nordovest dello Stato di Washington, esiste la cittadina di Forks che in un anno registra il più alto numero di giorni piovosi di tutti gli Stati Uniti. Fu da quella città e dalla sua ombra cupa e onnipresente che la madre di Lena fuggì, portandosi con se la figlia quando aveva soltato pochi mesi. Fu in quella città che ogni estate, puntualmente, la famiglia Katina passava un mese di vacanza. E a Forks che Lena decise di stabilirsi, seppur con grande disgusto. Amava Phoenix, il sole e il caldo soffocante,l'energia e la caoticità della sua città.

Aereoporto

Renèe: Lena...se non vuoi andarci....

Lena: tranquilla mamma, ci voglio andare! - mentiva. Non era mai stata in grado di dire una bugia,ma ripetè talmente tante volte quella frase, che ormai suonava convincente.

Renèe: ricordati di salutarmi Charlie quando arrivi.

Lena: certo,me ne ricorderò.

Renèe: ci vediamo presto figlia mia. E sappi che puoi tornare quando vuoi. Basta una telefonata e vengo a prenderti.

Lena: non preoccuparti per me. Vedrai,saprò cavarmela. Abbi cura di te...ti voglio bene mamma.

Renèe strinse a sè Lena che poi salì sull'aereo. Per arrivare a Seattle da Phoenix ci vogliono quattro ore, più un'altra su un piccolo aereo per raggiungere Por Angeles; Forks è a un'ora di auto di lì. A Lena non pesava il volo, era più che altro il viaggio in macchina con suo padre Charlie a preoccuparla. Quest'ultimo era davvero entusiasta che la figlia andasse a vivere da lui per un pò. L'aveva già iscritta a una scuola e le avrebbe dato una mano a cercare un'auto tutta sua. Ma era sicura che tra i due ci sarebbe stato dell'imbarazzo. Sapeva che per lui la sua decisione era tutto tranne che comprensibile: non gli aveva mai nascosto che Forks non le piaceva. Quando atterrò a Port Angeles pioveva, Lena aveva detto addio al sole ormai. Charlie l'aspettava sull'auto della polizia essendo l'ispettore capo di Forks.

Charlie la salutò goffamente con un abbraccio: è bello rivederti Lena! - le disse sorridendo.

Lena: anche per me papà.- disse contraccambiando il sorriso.

Charlie: non sei cambiata molto. Renèe come sta?

Lena: mamma sta bene, ti saluta.

Charlie mise le poche valigie di Lena nel cofano dell'auto e salirono su.

Charlie: ho già trovato una buona macchina che fa al caso tuo.

Lena: di che macchina si tratta?

Charlie: bè, in realtà è un pick-up. Un Chevy. Ti ricordi Billy Black, quello che sta a La Push?.

Lena: veramente no.

Charlie: veniva con noi quando andavamo a pescare, d'estate.... - disse cercando nello sguardo della ragazza un segno di approvazione. - è finito sulla sedia a rotelle e quindi non può più guidare, perciò mi ha offerto il pick-up a un prezzo davvero basso.

Lena: sicuro che sia ancora buono?

Charlie: bè, Billy ha sistemato il motore...ha giusto qualche annetto, ecco.

Lena con aria preoccupata: papà io di auto non so niente. Se si rompesse non saprei neanche dove mettere le mani, e non potrei permettermi un meccanico...

Charlie: davvero Lena, quel mezzo va alla grande. Non preoccupartene. Voglio che tu sia felice quì. - nel pronunciare tale frase tennè gli occhi fissi sulla strada. Quando si trattava di esprimere i propri sentimenti non era mai a suo agio.

Lena: grazie del pensiero papà, mi fa davvero piacere!-disse con un sorriso.

Arrivarono a casa. Charlie viveva ancora nel piccolo stabile con due stanze da letto che aveva comprato assieme alla madre di Lena nei primi giorni di matrimonio,i primi e gli unici. Parcheggiato sul vialetto di fronte alla casa, c'era il pick-up della ragazza. Era di un rosso scolorito, con i paraurti grossi e arrotondati e un abitacolo che sembrava un bulbo.

Lena: ehì papà, è grandioso! Grazie davvero! - si sorprese perchè l'auto le piaceva davvero.

Charlie: bene,sono contento Lena.

Con un solo viaggio portarono le valigie di Lena al piano di sopra.La sua stanza era a ovest e dava sul prato di fronte casa. La camera le era familiare, il pavimento era di legno, le pareti azzurre, il soffitto a punta, le tendine di pizzo ingiallite alla finestra: tutto questo faceva parte della sua infanzia. Charlie lasciò Lena a disfare i bagagli, tranquillamente, un sollievo per lei, non era pià obbligata a sorridere e mostrarsi contenta. Guardò per qualche istante la pioggia fitta fuori dalla finestra e lasciò cadere soltanto qualche lacrima. Quella notte non riuscii a dormire bene, neanche dopo essersi sfogata. Il batter della pioggia sul tetto le dava fastidio, si coprì la testa con il vecchio pleid e poi aggiunse anche un cuscino, ma prese sonno solo dopo mezzanotte, quando finalmente l'acquazzone si trasformo' in una pioggerella silenziosa. Il mattino dopo, terminata la colazione, Lena prese la sua auto per recarsi a scuola: l'unico pensiero che la tormentava era quello di sapere di essere vista come " la ragazza di Phoenix", la ragazza nuova che non ha nulla a che vedere con i trecentocinquatasette studenti iscritti, che si conoscono da tempo. La scuola sembrava più una raccolta di case tutte uguali di mattoni rosso scuro. Una volta posteggiato il pick-up, la rossa si diresse verso la segreteria, firmò alcune carte,le fu consegnato il foglio con gli orari delle sue lezioni assieme alla pianta della scuola. Dopodichè si reco nell'aula 3 dove iniziò la sua prima lezione dell'anno. Dopo un paio di lezioni iniziò a riconoscere qualche volto, c'era sempre qualcuno più coraggioso degli altri che si presentava e le chiedeva come si trovasse a Forks. Fece amicizia con una ragazza che nelle ore di spagnolo e trigonometria le si era seduta accanto,non ricordava il suo nome ma le fece simpatia da subito. A mensa si sedettero in fondo a un tavolo e la ragazza le presentò i suoi amici, ma dimenticò i nomi anche i loro nomi un istante dopo averli sentiti. Ma fu in quel momento, seduta a pranzo, che li vide per la prima volta. Erano seduti nell'angolo più lontano e isolato della mensa. Erano in cinque. Non parlavano e non mangiavano. Non si somigliavano affatto. I due ragazzi, uno era grosso, nerboruto come un sollevatore di pesi professionista, i capelli neri e ricci. L'altro era smilzo, meno robusto, ma comunque muscoloso, biondo miele. Le ragazze invece: quella più alta era statuaria. Il genere di bellezza che si vede nei cataloghi di costumi da bagno. Aveva i capelli dorati, che le accarezzavano la schiena con un'onda delicata. La più bassa aveva lunghi capelli neri, lisci come la seta, e la terza era magrissima con un fisico che non passava inosservato, i suoi capelli erano neri corvini, corti e scompigliati. Eppure, c'era un qualcosa che li rendeva tutti somiglianti. Ognuno di loro era pallido come il gesso, avevano occhi molto scuri, e cerchiati da ombre pesanti, violacee, simili a lividi. Eppure il resto dei loro lineamenti era dritto, perfetto, spigoloso. Ma Lena non li fissava per questo, i loro volti così differenti, così smili, erano tutti di una bellezza devastante, inumana.

Lena: chi sono quelli laggiù? - chiese facendo segno con la testa alla sua compagna.

Ragazza: sono Emmett, Alice e Julia Volkova, assieme a Rosalie e Jasper Hale. Vivono insieme al dottor Volkova e sua moglie.

Lena pensò ai nomi appena sentiti, nomi un pò bizzarri che però la aiutarono a ricordare quello della compagna, Jessica.

Lena: sono... abbastanza carini.

Jessica: già,è vero. Peccato che sono occupati. Nel senso che Emmett e Rosalie, e Jasper e Alice, stanno assieme.

Lena: quindi non sono fratelli?

Jessica: Emmett, Julia ed Alice si...ma sono tutti figli adottivi. Il dottor Volkova ha all'incirca una trentina d'anni...

Lena: però....è davvero un bel gesto prendere in affidamento quei ragazzi e prendersi cura di loro.

Jessica: si! - disse con poco entusiasmo facendo capire a Lena che quei ragazzi le andavano poco a genio.

Mentre chiacchierava Lena continuava a fissare quei ragazzi, quando ad un tratto la ragazza più giovane alzò lo sguardo e incrociò il suo, e stavolta la sua espressione era incuriosita. La rossa si voltò di scatto, sperando di non aver infastidito la ragazza con i suoi sguardi fissi verso il suo tavolo.

Lena: chi è quella con i capelli corti scompigliati?

Jessica: è Julia...è davvero bella,ma....

Lena: ma che?

Jessica: pare che preferisca le ragazze... - le disse sottovoce e con un pizzico di disapprovazione.

Lena: ah! Capito.

Continuò a guardarli fino a quando i 5 si alzarono dal tavolo ed uscirono dalla mensa. Dopo qualche minuto anche Lena,Jessica e gli altri ragazzi uscirono per riprendere le lezioni. La rossa aveva biologia II assieme ad Angela,un'altra ragazza conosciuta durante la giornata. Quando entrarono in classe, Angela andò a sedersi a un tavolo per gli esperimenti e aveva già un compagno, tutti i tavoli erano occupati tranne che uno, quello occupato da Julia Volkova. Camminando lungo le file di banchi per presentarsi al professore e fargli firmare il modulo, Lena la teneva d'occhio, e quando le passò accanto, all'improvviso la ragazza si irrigidì, fissandola ancora una volta ma con un'espressione ostile, quasi furiosa. Si accorse che i suoi occhi erano neri, neri come il carbone. Nonostante ciò dovette per forza sedersi accanto a lei, mantenendo però lo sguardo basso un pò per vergogna un pò per paura, e notò che Julia piano piano si allontanava da lei, seduta sul bordo della sedia e voltata dall'altra parte. La lezione era sull'anatomia cellulare, argomento che Lena aveva già studiato, ma prese ugualmente degli appunti, sbirciando di tanto in tanto, verso la strana ragazza che per tutto il tempo della lezione rimase rigida, non si rilassò neanche per un'istante. Aveva il pugno chiuso appoggiato sulla gamba sinistra, i tendini in tensione sotto la pelle pallida, teneva le maniche della camicia bianca arrotolate fino al gomito, e l'avambraccio che ne spuntava era sorprendentemente sodo e muscoloso. Lena iniziò a chiedersi se era lei la causa di questa freddezza, seppur le due non si conoscevano affatto, o se la diffidenza di Jessica non era poi del tutto sbagliata. Suonò la campana, Julia si alzò velocemente dalla sedia e schizzò via dalla classe, lasciando Lena pietrificata al suo posto.

Mike: sei tu Elena Katina?

Lena alzò lo sguardo e vide un ragazzo carino, con il viso da bambino, i capelli biondo cenere raccolti in punte ordinate che le sorrideva con aria amichevole.

Lena: Lena...a dire il vero. - disse con un sorriso.

Mike: piacere, io sono Mike.

Lena: ciao Mike, piacere mio.

Mike: ti serve per caso aiuto per trovare la prossima lezione?

Lena: no grazie, devo andare in palestra,penso di poterla trovare senza problemi.

Mike: ci vado anch'io! - esclamò entusiasta.

I due uscirono dall'aulta assieme e durante il tragitto Mike non fece altro che parlare e parlare di sè a Lena, ma nonostante ciò risultò la persona più gradevole tra le nuove conosciute quella mattinata.

Mike: scusa, posso chiederti una cosa?

Lena: certo, dimmi...

Mike: ma hai accoltellato Julia Volkova con la matita, o cosa? Perchè non l'ho mai vista comportarsi così.

Lena si sentì sprofondare, le ultime parole del ragazzo furono la risposta ai suoi dubbi, ma decise di far finta di nulla.

Lena: ma chi? la ragazza seduta accanto a me durante biologia?

Mike: si!non l'ho mai vista "schizzare" così una persona....

Lena: sinceramente non so che dirti...non ci siamo neanche presentate...

Mike: in effetti è una tipa abbastanza strana. Ma se io avessi avuto la fortuna di sederti accanto, ti avrei rivolto la parola senz'altro.-disse sorridendo.

Arrivarono in palestra, Lena si diresse verso lo spogliatoio femminile, si cambiò mettendosi una divisa. La ginnastica non era il suo forte come non lo erano gli sport di squadra, finiva sempre col far male a qualche suo compagno di squadra, così decise di guardare soltanto le partite di pallavolo fino a quando, per la sua gioia, la campana suonò. Si rivestì e si diresse verso la segreteria per consegnare il modulo. Quando entrò nell'ufficio vide di fronte a sè Julia che discuteva con la segretaria con un tono di voce basso, seducente. Riuscì a capire qualche frase del suo discorso, voleva spostare biologia a un altro orario, qualsiasi altro orario. Stentò a crederci che fosse a causa sua, forse c'era qualche altra ragione che la spinse a fare tale richiesta, perchè era impossibile che quella sconosciuta potesse odiarla in maniera tanto improvvisa e intensa. Ad un tratto Julia si accorse della sua presenza e si irrigidì, si voltò per fulminarla con uno sguardo, il suo viso era di una bellezza assurda, con uno sguardo penetrante, pieno d'odio. Per un istante Lena provò un brivido di vera paura, le venne la pelle d'oca.

Julia: ok. Non fa niente, grazie lo stesso.

Concluse così la sua discussione con la donna e se ne andò. Lena consegnò il modulo, uscì e si diresse verso il suo pick-up, accese il motore e tornò a casa sforzandosi per tutto il tragitto di non piangere.



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