Delicius by lore83

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... e la bolla di vetro fece un tonfo, rompendosi in mille pezzi e quei pezzi divennero come tanti diamanti luminosi, mi divertivo a guardare quel gioco di colore che si manifestava tra quei cocci, raccolsi le schegge e buttai via una parte di me...

 

*

 

Voglio raccontare una storia speciale, di quelle che non succedono frequentemente, anche se al mondo d’oggi non ci dovremmo stupire.

Avevo diciotto anni, decisi di frequentare l’università nella città eterna, Roma, la mia famiglia era molto religiosa, mio fratello e io vivevamo nel collegio, per rispettare la tradizione dei miei parenti.

I miei genitori erano calabresi, separati. Volli andare in un collegio femminile per far stare tranquilla la mia mamma. Mio fratello invece stava nel collegio maschile, non molto distante dal mio, per poterci vedere ogni volta che n’avevamo voglia.

Imparare ad amare, facile a dirsi, difficile a farsi...

Il mio compito era quello di esaudire il futuro che i miei genitori avevano progettato su di me.

Il campus : era chiamato così il collegio femminile, da noi ragazze.

Ho splendidi ricordi di quel luogo senza tempo. Non era il solito posto dove bisogna chiedere il permesso per uscire, ognuno di noi aveva tre compiti: quello di studiare, divertirci e rientrare a mezzanotte.

Non dimenticherò mai l’arrivo di Giulia con gli occhi grandi, splendenti come il cielo, i capelli color corvino cortissimi e un sorriso da rendere la giornata meravigliosa.

Parlare di Giulia  è come descrivere il sole che sta per illuminare il mondo: divina!

Non era altissima, ma aveva un non so che di particolare. Era talmente delicata che ogni volta che l’abbracciavo avevo paura di stritolarla.

Di una cosa l’odiavo, ma allo stesso tempo l’ammiravo:... l’orgoglio. Mi faceva sorridere molto il suono della sua voce, non era mascolina, ma aveva un tocco di eleganza, sarà stato l’accento toscano così intellettuale, da farla sembrare un’autentica nobildonna del cinquecento.

Veniva da Firenze.

«Il mio nome è Elena, divideremo la stanza» le dissi, appena la direttrice me la presentò.

«Giulia... spero che riuscirai a studiare con tutto il casino che faccio».

Mi sorrise con i suoi occhioni color ceruleo .

Da quel giorno iniziò una nuova vita per me.

Prima di mostrarle la sua facoltà, la portai in camera. Per lasciare i bagagli.

Andai a chiamare le altre ragazze, mentre lei sistemava le sue cose. Aveva una strana camminata, un’aria poco femminile, ma era divertente. Ogni volta che rideva le uscivano delle graziose fossette sulle guance.

«Posso?» le chiesi sulla soglia della porta della stanza prima di entrare.

«Vieni... entra!» m’invitò con un sorriso. Non avevo mai visto denti così perfetti e così bianchi.

Stava mettendo in ordine la sua roba. Aveva molti libri. Leggeva gialli. «La roba sdolcinata m’irrita» diceva.

Le presentai Elisabeth. Credo che a primo impatto non le stette simpatica.

«Lei è Elisabeth, la nostra vicina di stanza e mia amica».

Le sorrise. Nulla di più. Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Le chiesi se voleva vedere il campus e lei mi rispose: «Grazie! Ben gentile!».

Era riservata. Ci mise un bel po’ prima di esternare i suoi sentimenti. Sentii una grand’attrazione per quella creatura, non era attrazione fisica, non ero omosessuale, ma non so cosa mi spingeva a conoscerla sempre di più, fu un fenomeno strano, m’iniziò a tremare la voce e i primi tempi, ricordo che se lei mi guardava, anche mentre si scherzava, non riuscivo a tenere lo sguardo, abbassavo subito gli occhi.

Era figlia unica, mi raccontò che era stata adottata, ma a lei non importava questo, mi disse che voleva conoscere la sua vera madre, e che da poco era riuscita a mettersi in contatto con la clinica dov’era nata.

Aspettava risposta.

Frequentavamo facoltà diverse. Io Medicina, lei Giurisprudenza. Tirava di scherma, era molto brava.

Mi legai molto a lei, durante le vacanze estive io andavo a trovarla, e lei di tanto in tanto veniva da me.

Durante l’anno amavo parlare con lei la sera, c’infilavamo nello stesso letto, e stavamo ore e ore a ciarlare, su ogni cosa: era speciale la mia amica.

Aveva fiducia in me e io in lei, mi aiutava in tutto, perfino a capire il significato di termini medici, era intelligente, ma aveva un difetto, era ribelle, anche se nessuno si accorgeva della sua “straordinarietà”.

Tutte le mattine bisognava ascoltare le insegnanti e imparare.

La materia che odiavo era la matematica, ma per fortuna c’era la mia “ Giulietta”, mi aiutava lei a capirla.

Giulia, in poco tempo, si fece ben volere dalle suore. Da una in particolare. Grazie a lei si entrava e si usciva a nostro piacimento. In cambio Suor Enrichetta chiedeva le sigarette. Si pattinava lungo i corridoi, tanto avevamo il lascia passare: Giulia.

Ricordo ancora il primo fine settimana con Giulia.

«Hai la patente?» mi chiese Giulia.

«Sì, ma non guido» risposi.

«Come mai?».

«Qui a Roma ma sei matta... troppa paura».

«Secondo me sbagli, è proprio nelle grandi città che s’impara». Mi disse con un sorriso.

«Dove vorresti andare?». Troncai la discussione subito, non mi piaceva parlare di me.

«A divertirmi un po’. In giro».

«Chiediamo a Elisabeth di venire con noi?».

«Certo. Ma non deve dire niente della macchina».

«Ci penso io».

E così uscimmo dal collegio. Era venerdì sera.

Giulia venne in collegio con la sua macchina. Era un BMW cabriolet, grigio, la mia preferita.

La mamma di Elisabeth aveva un negozio d’abbigliamento in centro, infatti lei tornava spesso a casa, anche durante la settimana. Lasciammo la macchina molto lontana dal negozio per paura che la vedesse.

«Mamma...!».

«Come mai qui? Elisabeth come stai?».

«Bene. Mamma lei è Giulia. Ragazza nuova, nonché vicina di stanza».

«Piacere di conoscerti Giulia ».

«Il piacere è tutto mio, avete dei vestiti stupendi».

«Grazie. Ti trovi bene con mia figlia?».

«La mamma di Elisabeth le chiese da dove veniva, cosa studiava... tutte quelle domande banali che si pongono gli adulti. Giulia educatamente rispondeva, ma sapevo che fremeva per andare via. Il negozio era sull’etnico-trasgressivo. C’era il divanetto ghepardato con cuscini intonati, tappeti etnici e qua e là appesi alle pareti quadri di nudo femminile. Stranamente il vestiario era molto bello. La mamma di Elisabeth era un tipo particolare, simpatica, un po’ in carne, si smaltava sempre le unghie di rosso. Mi faceva morire dal ridere. Voleva a tutti i costi sembrare più giovane dell’età che aveva.

«Fino a ora va, speriamo che continui ad andare» rispose Giulia, sorridendo, facendo una carezza a Eliasabeth in testa.

«Andiamo?» dissi.

«È stato un piacere conoscerla».

«Buona passeggiata. Beth... mi raccomando».

«Da anni non fa altro che ripetere sempre la stessa cosa: Beth non correre, Beth stai attenta, Beth studia, uffa! Sempre le stesse raccomandazioni, capisco che si preoccupa, ma sa bene che so badare a me stessa».

Giulia e io ci guardammo e scoppiammo in una grossa risata. Era buffa Beth quando si arrabbiava, per un non nulla diventava paonazza.

Prendemmo la macchina e andammo in un locale: “La mela stregata” si chiamava così.

Grazie all’emancipazione femminista di Giulia  conoscemmo molti ragazzi, alcuni ci offrivano anche da bere, altri volevano solo portarci al letto, ma ci divertimmo molto... finché la dura emancipata non si resse più in piedi, o almeno mi fece credere questo.

«Lena, penso che sia arrivato il momento di guidare, prendi le chiavi». Mi porse le chiavi, lei barcollava, tanto che Beth dovette sorreggerla.

«Ti prego guida tu!» chiesi a Beth, con tono supplichevole.

«Io guiderei pure, ma non ricordo bene la strada».

Giulia scoppiò a ridere: «Non se ne parla nemmeno, piuttosto guido io, ma la macchina a Giulia non la lascio. Significherebbe non arrivare mai..».

«Cosa vorresti insinuare?».

«Ma lascia stare non vedi come sta?».

Elisabeth e Giulia non facevano altro che punzecchiarsi.

«Ti guido io, sali» mi disse.

«No!» guardai Beth per avere un po’ di conforto e lei era divertita dal nostro duetto, ma allo stesso tempo infastidita dalle parole di Giulia.

La gente che passava di lì sorrideva, vedendomi “piagnucolare”.

Non ricordavo sul serio la strada, ma cosa potevo fare.

Mi dovetti fermare più di una volta, perché Giulia si sentiva male e mi fermo qui, non voglio disgustare la vostra immagine. Aggiungo solo che dovetti alzare il volume dello stereo, affinché non mi sentissi male, anche io.

Quando arrivammo fuori c’era la preside.

«E ora?».

«Nascondiamo Giulia, poi la veniamo a prendere». Disse Beth.

«Ma sei matta, lasciarla qui» Risposi.

«Dove vuoi che vada?».

«Peccato che ci ha viste uscire insieme potrebbe insospettirsi».

«Ragazze sto bene. Non preoccupatevi».

«Sicura?».

«Sì, andiamo».

Andammo, ma Suor Enrichetta quel fine settimana era partita e quelle bastarde non ci aprirono, per un quarto d’ora di ritardo. Per fortuna non era una serata fredda.

Giulia prese dalla macchina una tenaglia, iniziò a tagliuzzare i fili del citofono, cercammo di allontanarla, ma solo per un po’, poi l’aiutammo. Accese l’accendino e avvicinò la fiamma e... il citofono venne bruciato. Scappammo via, senza fermarci un attimo. (Giulia non era per niente ubriaca. Mi confessò che fece la scenata per farmi guidare. «Non te la cavi mica male» mi disse).

Eravamo veramente esauste.

«Ora?».

«Dormiamo in albergo! Domani si rientra».

«Siamo sicure che non capiscono che siamo state noi!».

«Certo che no! Almeno che qualcuna non racconta niente alle ragazze! Vero Beth».

«Non capisco perché guardate me!».

«Perché sei sempre tu che racconti tutto!».

«Cosa ho raccontato sentiamo?» rispose con tono di sfida.

«Mah... non so... ad esempio che nella nostra stanza passano spinelli».

«Chi ti dà la certezza che sia stata io?».

«Alessandra me lo ha detto ieri, lo sapevano le sue amiche, naturalmente ho negato» risposi, appoggiandole una mano sulla spalla per tranquillizzarla.

«Va bene. Starò muta» disse.

Prendemmo una doppia io e Beth e la singola Giulia. Facemmo una colletta fra di noi, ovviamente non avevamo i soldi per l’albergo in tasca. Filippa aveva la carta di credito.

Si dormì fino a tardi. Soprattutto Giuly. Andai a svegliarla, ma una volta arrivate in collegio continuò a dormire.

Dormì tutto il giorno. Non descrivo il suo aspetto, perché era veramente pietoso.

Domenica, giorno del riposo assoluto, sbracate sul letto, senza far nulla, restammo a parlare fino a tardi, quella ragazza mi piaceva sempre più, volevo essere la sua migliore amica a ogni costo, per me era come una calamita.

Mi raccontò un po’ di sé, disse che era stata adottata, ma a lei stava bene così.

«Quanti amori hai avuto?» mi chiese.

«Vuoi dire quante volte ho avuto il fidanzato?».

«No, voglio dire quante volte ti sei innamorata veramente».

«Una! O forse mai... non so bene. Ora passo il tempo con uno, ma non è niente di serio. Non è un amore, non lo si può definire così». Mi resi conto di aver risposto con un tono triste. «E te?» le chiesi.

«Molti, ma nessuno in particolare».

«Almeno non hai sofferto».

L’altro giorno sono stata in biblioteca e ho trovato questa poesia:

*

“ Benché le tue perverse sopracciglia

 ti diano un’aria inquietante, se non è d’angelo il tuo cipiglio,

 strega dagli occhi allettanti, pure ti adoro,

 o mia frivola, terribile passione,

 sotto le tue scarpe di rosso,

 sotto i tuoi bei piedi di seta, io metto la gioia immensa,

 il mio genio e il mio destino,

 metto anche l’anima mia da te guarita, luce e colore!

 Esplosione di calore

 Nella mia nera Siberia!”

*

La poesia è di Charles Baudelaire, il poeta francese che visse nei primi del settecento. Filippa adorava i poeti maledetti, erano i suoi idoli, diceva. Saper scrivere come loro: era questo che le mancava.

Lunedì: rieccoci fra i banchi ad ascoltare le lezioni. Filippa era una grande femminista, odiava le discriminazioni tra maschio e femmina, difendeva i suoi diritti a ogni costo. Ormai all’interno del collegio era diventata una leader. Tutti la rispettavano. A me faceva sorridere.

Ricordo con esattezza come riuscì a litigare con l’insegnante. Per una sciocchezza. Ero andata da lei, dovevamo pranzare insieme. Ricordo solo il viso di Giulia. Si alzò dal banco, si diresse verso la cattedra, nera in viso, di rabbia, e ovviamente si giocò l’esame. Tutto questo un po’ per colpa mia, le avevo tirato un pezzetto di carta per farla accorgere del mio arrivo, e come giusto che sia la professoressa l’aveva ripresa. Feci segno a Giulia  per farla tacere, ma nulla, era partita.

Il motivo? Era stata una frase della professoressa che denigrava le donne.

I giorni passavano, il rapporto mio e quello di Filippa si rafforzava sempre più. Era bello essere capita a ogni sguardo. Giulia a intuire i miei pensieri senza che io parlassi.

Venivamo invitate nel collegio maschile almeno due volte all’anno, tenevano delle feste dedicate al patrono del collegio: “S. Paolo”. Giuly, Beth e io riuscivamo sempre a svignarcela. Alla festa sì, ma non alla cerimonia in chiesa, dovevamo cantare, odio cantare, sono stonata. Muovevo solo la bocca, senza emettere nessun suono. I genitori di Giulia venivano a trovarla spesso. E non riuscivo a capire come mai venivano frequentemente, finché, un giorno non mi raccontò... era finita col prendere della droga durante i sedici anni. Poi capì, si preoccupavano, anche se per i miei gusti le stavano troppo addosso.

«Dimmi che si prova» le chiesi.

«Descriverlo, ti sembrerà un episodio qualsiasi, viverlo è diverso. Non prenderne mai. Si sta male sul serio».

«Perché l’hai fatto?».

«Voglia di provare. Sentirmi grande. Le prime volte sniffavo con gli amici qualcosa, ma quando tornavo a casa, lì erano seri problemi, passavo le notti insonni. Era un vizio del sabato sera e mi sentivo carica come una rockstar, in realtà lo facevo per passare il tempo, mi sentivo così bene che poi ho iniziato a farlo anche il giovedì, il venerdì, e sono finita nella rete.

Gli aghi mi facevano paura, ma l’ho provato solo una volta. È stata come una lunga ondata di calore che si spandeva lungo il corpo, ogni senso di dolore, di tristezza, di colpa veniva spazzato via. Molte volte mi trovavo a parlare con persone che non avevo mai visto, parlavo di tutto, di religione, di storia, perfino di guerra... senza capirci nulla.

Mi colava il naso, avevo crampi allo stomaco, mi sentivo stanca come se avessi tirato di scherma per sei ore consecutive. Provavo a smettere, ma nella mia mente c’era sempre una voce che diceva: “Un’ultima volta, poi smettiamo”. Mi sentivo spesse volte come inseguita, mi prendeva il panico e iniziavo a correre, pur non sapendo dove ero diretta. Io correvo. Ero convinta di essere sola, che tutti erano soli. Mi chiedevo cosa c’era alla fine di quel tunnel che percorrevo molte volte senza arrivare alla fine. Facevo numerosi viaggi con la mente e ogni tanto erano cattivi.

Mi chiedo come abbia fatto a uscirne viva. Capii e i miei genitori mi hanno aiutata. Soprattutto mia mamma. Malgrado possa avere degli scontri con lei, so che anche se non mi ha partorito mi ama, forse di più di quella naturale. Sono andata fuori Firenze, c’è una comunità. Mamma non si vergognava ogni volta che veniva a trovarmi, invece leggevo negli occhi di mio padre l’umiliazione e gli chiesi di non venir più. Per fortuna recuperai subito il tempo perso a scuola.

Quando tornai alla vita fu come un ritorno dal nulla. Ciò che mi fa sentire orgogliosa di me stessa è questo... entrare in una rete e uscirne vincente».

«Ti ho mai detto che ti voglio bene?» le dissi, mi abbracciò e poi ci addormentammo. Decidemmo di prendere casa, Giulia, Beth ed io. Ovviamente i nostri genitori non approvavano la nostra decisione, ma acconsentirono, soprattutto quando scoprirono che a pranzo ci diedero del cibo scaduto. Giulia e Beth avevano degli alti e bassi, ma fondamentalmente si volevano bene. Trovammo casa nel cuore di Roma. In un vicolo del Colosseo.

La casa era molto bella, anche se buttammo giù qualche parete per allargare le stanze, ma tutto sommato era carina. In casa, venne a vivere con noi un ragazzo, Dimitri. Greco di origine. Frequentava la facoltà di Architettura. Era gay. A primo impatto non si vedeva nulla, anzi, sembrava un vero maschio. Poi conoscendolo, era davvero una “femminuccia”.

La mattina si chiudeva ore intere in bagno. Qualsiasi cosa riflettesse la sua immagine, specchi, vetrine di negozi, lui si fermava a osservarsi. Era un bravo ragazzo.

I nostri genitori, non volevano, perché dicevano: «Un ragazzo in casa con tre ragazze... mai!». Alla fine si convinsero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

... e la bolla di vetro fece un tonfo, rompendosi in mille pezzi e quei pezzi divennero come tanti diamanti luminosi, mi divertivo a guardare quel gioco di colore che si manifestava tra quei cocci, raccolsi le schegge e buttai via una parte di me.

 

*  

 

La sveglia suonò più volte prima di alzarmi in piedi.

«Devo svegliare Giulia» ripetevo nella mente, altrimenti non sarebbe arrivata puntuale al colloquio di lavoro. Ora si era messa in mente che voleva lavorare. Matta!

Quando entrai nella sua stanza trovai il letto in ordine e la sua camera... vuota. Non è da Giulia  riordinare il letto, pensai in quel momento.

Beth vide che stavo uscendo dalla sua stanza e mi chiese di Giulia. Poi dissi:

«Forse è già andata!».

«No! Aveva il colloquio alle 9:30, ancora è presto» rispose preoccupata.

«Ieri siamo tornate a casa insieme. Sarà andata a correre».

I genitori di Giulia ci chiesero di controllarla, senza farcene accorgere ovviamente.

Beth temeva che Giuly quella notte non fosse tornata e chissà in quale bettola era stata.

Sentimmo un giro di chiavi e restammo entrambe col fiato sospeso.

Giulia entrò in punta di piedi con in mano un sacchetto di cornetti caldi.

Saltò in aria quando sentì la voce di Beth: «Sei qui!».

«Dove vuoi che sia!» le sorrise con i suoi occhioni vivaci, e le poche lentiggini sul viso.

«Cosa hai fatto questa notte?». Beth al contrario era nera in volto, stava esagerando.

«Elisabeth, per favore... non ricominciare». Ed entrò in cucina, io ero lì, preparavo la colazione.

«Buongiorno! Lena... i cornetti». Rideva.

« Giulia non è questo il modo di comportarti, ti ho fatto una domanda ed esigo una risposta».

«Dio caro... quanto sei noiosa. Questa mattina, se proprio ci tieni tanto a saperlo sono uscita presto. Non ho dormito bene, e ho preferito andare a fare una passeggiata. Ti basta o vuoi altri dettagli?».

«Mi basta, solo vorrei che dicessi dove vai... tutto qui. Lascia almeno un biglietto».

«Se sapevo facevo meglio a restare in collegio».

«Ragazze basta, Giulia ha capito, ora avviserà». Cercai di mettere pace, invece alimentai solo la scintilla.

«I tuoi genitori hanno chiamato, non sapevamo dove rintracciarti, per cortesia chiamali, non voglio passare io per quella...». 

Giulia la interruppe: «Tossica, o figlia snaturata... avanti dillo. Sembra di stare in un commissariato qui dentro, tutti pronti a giudicarti».

«Elena dille qualcosa» mi disse Beth.

«Lasciala in pace». Fu la mia risposta.

«Non capisco... sei esattamente come lei».

«Smettila! Io credo in lei! Stai esagerando». Dissi ad Elisabeth alzando la voce.

«Non è questo... Giulia ...».

«Cos’è sentiamo! Credo di essere grande abbastanza per decidere da sola della mia vita, perciò quello che faccio e dove vado e soprattutto con chi è solo affar mio».

«L’hai sentita? Alzo le mani». Le voltò le spalle e finì il suo caffè.

«Giuly forse Beth si preoccupa per te non credi?» dissi, calma.

«Come no! Preoccupata lei per me... e quale sarebbe il motivo?».

«Non lo so... forse ha paura di perderti, ti vuole bene... perché non hai lasciato un biglietto?».

«Mi sono dimenticata. Tu non ti preoccupi come fa lei, è esagerata».

Sbatté la porta della cucina e Beth disse:

«Alla fin fine ha sempre ragione lei. Scusa maestà per aver contraddetto la sua parola. La verità è che vuoi sentirti elogiata, credi troppo in te stessa, guardati intorno, cosa ti circonda, altrimenti cadrai nella nullità».

Elisabeth non pensava a niente di tutto ciò. Giulia in cucina rideva, io ero con lei, era questo che mi piaceva della mia Giulia rideva sempre, in qualsiasi situazione si trovasse rideva.

Aprì la porta e citando un passo della poesia di Rimbaud disse: “La mia saggezza?... La mia saggezza è disperata quanto il caos. Cos’è il mio nulla allo stupore che vi attende?” E sbatté la porta.

 

Capitolo 2

Il comandante dell’aereo stava annunciando il mio rientro in Calabria, ero a casa... finalmente a casa. Da lontano vidi la mia migliore amica, Fabiana, che mi salutava. Corsi ad abbracciarla; Dio... quante cose dovevo dirle, erano passati sei mesi senza vederla e ora che era lì, vicino a me non sapevo da quale argomento iniziare.

Subito le chiesi se stesse bene, se la relazione con il suo ragazzo continuasse, ma lei mi chiese:

«Tu? Tu come stai?».

«Bene». Le risposi, mi brillavano gli occhi dalla gioia, a momenti piangevo.

Ero eccitata, euforica, allegra, provavo un’emozione dietro l’altra senza rendermene conto.

Le dissi che ero contenta di essere lì, di essere tornata dai miei cari.

Avevo appena finito di girare un film in Sicilia ed ero tornata per prendermi una pausa.

Da molto desideravo questo ritorno.

Durante il tragitto telefonai alle mie coinquiline di Roma per tranquillizzarle del mio arrivo.

Dopodiché spensi il cellulare.

Avevo voglia di restare con Fabiana, sole a ridere, sole con i nostri commenti e i ricordi.

Parlammo di tutto: di Roma, degli amici vecchi, di quelli nuovi, di sesso, di matrimoni.

Fabiana mi chiese:

«Non vuoi sapere nient’altro?».

Conoscevo quel tono di voce e risposi: «No!».

Io e lei avevamo la stessa età, avevamo ventitré anni. Durante il periodo dell’adolescenza eravamo state sempre insieme, condividevamo tutto, qualsiasi gioia o dolore si divideva in due, per soffrire o gioire insieme.

Nessuno mai ci avrebbe diviso.

Fabiana s’accorse del mio silenzio; in realtà stavo guardando la serenità che m’infondevano i campi verdi, non sapevo che si potesse provare una sensazione del genere, ero felice.

«Cos’hai? Hai finito di fare caciara?» disse.

«Mi è mancato tutto questo» risposi.

Mi guardò stupita come se avessi detto qualcosa di surreale.

«Non eri tu che dicevi che bisogna andare via di qui!».

È vero, dicevo proprio così. Il mio paese natio non era Roma o Milano, era un semplice paese di montagna calabrese, non offriva grandi occasioni per chi voleva entrare nel mondo dello spettacolo, a volte bisognava scappare per ritrovare un po’ di pace, ma malgrado ciò a noi piaceva. In fondo si stava bene. Solo in quel momento mi accorsi di questo.

«Già, ma mi è mancato, in fondo è sempre il paese dove sono cresciuta e formata... qualche legame c’è!».

«Come stanno le tue coinquiline?» mi chiese.

«Bene!».

«Hai più sentito Giulia?».

«No, e non so se è un bene, comunque è una sua scelta, e la rispetto. Anche se ci penso in continuazione».

«Spero che resterai a lungo, dobbiamo recuperare il tempo perso».

Era l’undici luglio del 2003, e stavo tornando a casa, quando arrivai ancora mi sembrava di sognare, non riuscivo a distinguere se era immaginazione o realtà.

Fabiana mi portò a casa dei miei nonni. Ho sempre vissuto con i miei nonni materni, e la mia famiglia. La casa era grande e antica; ben tre generazioni erano passati di lì. Avevo molti parenti.

Entrammo in un lungo viale alberato, sembra stupido, ma vedendo quegli alberi ricordai me e i miei cugini arrampicati fra i rami.

Faceva molto caldo quella sera. Scesi dalla macchina con una tale emozione che mi uscirono le lacrime, ma fui scaltra nell’asciugarle.

Fabiana mi aiutò a togliere i bagagli dall’auto. Avevo un nodo alla gola per l’emozione.

In casa trovai i miei parenti che mi accolsero con un caloroso: BENVENUTO!

Mancava qualcuno, come sempre, e piansi come una bimba.

Le lacrime m’iniziarono a scorrere pesanti sul viso nel momento in cui vidi mio nonno, non era stato bene per niente ultimamente e guardarlo in piedi fu una gioia immensa.

«Mi sei mancato» gli sussurrai nell’orecchio e lui a me: «Bentornata!». E mi diede un bacio sulla fronte.

Abbracciai mia mamma, un angelo senz’ali, solo così la si può descrivere. Lei veniva spesso a Roma a trovarmi con mio fratello ma, malgrado questo, ero ansiosa di vederla.

Ero stata fuori casa per troppo tempo e ora dovevo rimettere a posto ciò che avevo lasciato in sospeso.

Fabiana andò via, lasciandomi con coloro che mi volevano bene.

Nell’arco di pochi minuti non sapevo più a quale domanda rispondere prima, era peggio di essere intervistata. Per l’afa io e i miei cugini ci trasferimmo fuori in giardino, sul bordo della piscina. Il giardino magico lo chiamavamo noi, e lo era davvero.

Se eravamo tristi, se avevamo un problema, se dovevamo studiare e a casa non si riusciva era lì, era lì che ci rifugiavamo ed era lì che la malinconia e la tristezza svanivano, facendo entrare dentro di noi tutto l’ottimismo per affrontare la nostra vita. Grazie anche alle parole sensate dei nonni.

Tra un discorso e l’altro si fece molto tardi, cenammo tutti insieme, proprio come la Vigilia di Natale.

Troppe emozioni avevo accumulato quel giorno.

Ero stanca. E per fortuna tutti andarono via presto.

Mentre asciugavo i capelli, mia nonna mi chiamò: «Vieni con me».

Io la seguì divertita, ma allo stesso tempo incuriosita: dove mi portava?

Mi condusse nella sua stanza. Tirò fuori una scatolina dal suo cassetto.

«Aprilo» mi disse. Conteneva un bracciale d’oro. Il suo bracciale d’oro.

«Questo conservalo con cura, tienilo come portafortuna, Elena. Perché voglio che mia nipote abbia tutta la fortuna di questo mondo, del resto è quello che si merita».

Mi accarezzò la guancia e io con voce tremante le dissi: «È il tuo bracciale, perché proprio a me?».

«È quello che mia nonna donò a mia madre e lei a sua volta lo donò a me ora è arrivato il momento che lo prenda tu, a me a portato tanta fortuna... la porterà anche a te».

Non sapevo cosa dire, so solo che mi commossi: «Sei sicura?».

«Da quando hai varcato quella soglia oggi non ho avuto più dubbi... Lena hai portato nuovamente il sole in casa». Non finì la frase perché iniziò a piangere e io con lei.

Non ricordo con esattezza il tempo che passammo insieme abbracciate, ma ciò che ricordo è quel suo dolce sorriso, quel suo dolce sguardo che mi aveva visto nascere, crescere, piangere, sorridere... per me nonna è e sarà per sempre una seconda mamma. Nonno e nonna erano i miei punti di riferimento. Parlavo molto con loro, chiedevo consigli, erano problemi di un’adolescente, ma loro cercavano sempre di non ferirmi e di appoggiarmi in ogni mia scelta.

Restammo fino a tarda notte inoltrata fuori, in giardino, a parlare. Era proprio una notte d’estate quella, si sentivano solo le cicali che davano il benvenuto alla nuova stagione. Il cielo era stellato, si vedeva perfino l’orsa maggiore. Si decise insieme di andare a letto. Ero orgogliosa di me stessa, mentre salivo le scale per raggiungere la mia camera nonna mi richiamò:

«Elena...». 

«Cosa c’è nonna» le chiesi.

«Ma ti sei fidanzata?».

Scoppiai a ridere, le risposi di no.

La nonna non era cambiata, ciò che desiderava di più era vedere tutti i suoi nipoti sposati.

«La mentalità meridionale ha contagiato anche te».

Dissi: «Ne parleremo meglio domani». Mi sorrise e chiuse la porta. Finalmente mi addormentai!

L’indomani mi alzai presto. Ero euforica, quella sera avrei incontrato i miei vecchi amici ed ero felice.

Raccontai a mia mamma il dono di nonna, ma mi diede l’impressione che già sapesse tutto.

Andammo a girare per negozi tutto il giorno. L’unica cosa che m’infastidiva un po’ fu il fatto che la gente mi fermava ogni momento perché voleva il mio autografo. Vedevo mia mamma che con i suoi occhi m’infondeva tanto amore, mentre mettevo la firma sui pezzi di carta, facendomi capire di quanto fosse fiera di me, di ciò che ero diventata.

Quanti sacrifici aveva fatto per mantenermi all’università, ma soprattutto quanti sacrifici aveva fatto per allevarci meravigliosamente, me e mio fratello, senza mai farci mancare nulla. Non la ringrazierò mai abbastanza per questo. Quel giorno restammo fuori a pranzo.

Così, una volta tornate a casa, Fabiana mi diede appuntamento per uscire con lei e non appena arrivammo presi la macchina e la raggiunsi. La trovai seduta, nel nostro bar con alcuni amici.

Anche quella sera faceva molto caldo, proprio come la sera precedente.

Ero tranquilla, ridevo e scherzavo con loro. Sembrava che fossi tornata agli anni del liceo, quando si usciva il sabato e la domenica per svagarsi un po’.

I miei occhi si posarono su ciò che non avrei mai voluto vedere. Era il mio vecchio amore, o almeno in quell’epoca credevo così, dopo tanto tempo capii che era solo un’infatuazione. Si avvicinava al tavolo. Marco, questo era il suo nome, bello era bello, ma ora ero contenta di non aver vissuto nessuna storia d’amore con lui, mi avrebbe fatta soffrire, più di quanto non avessi sofferto, per causa sua.

Salutò, poi si rivolse a me: «Bentornata Elisabeth!».

«Ciao!» gli risposi.

Fabiana notò il disagio che si era creato e per rompere il ghiaccio gli chiese se volesse sedersi con noi: «No, grazie veramente sono venuto per parlare con Lena...» disse.

Parlare, parlare con Elena... questa frase appena la pronunciò iniziò a rimbombarmi nella mente.

Parlare? Parlare con me, con... di cosa? Era proprio quel Marco che durante gli anni del liceo non mi degnava nemmeno di uno sguardo? Ora voleva parlare con Lena.

Come sempre riuscì a mettermi in imbarazzo.

«Di cosa dobbiamo parlare?» gli chiesi.

«Elena... è importante, ti prego» fu la sua risposta supplichevole.

Stavo per dirgli di no, ma Fabiana mi tirò un calcio sotto il tavolo e mi fece capire che dovevo andare. Pensandoci bene non avevo nulla da perdere. E così lo seguì.

Mi alzai e gli andai dietro... ero seccata, volevo apparirgli fredda, feci finta di non stare ad ascoltare le sue parole, volevo che quel discorso terminasse subito e invece... mi sembrò infinito.

Se questo mi fosse successo negli anni precedenti, avrei gustato quel momento, invece ora volevo solo andar via.

«Non ci vediamo da quella sera... a Roma. Come sta la tua amica?».

«Bene, allora?».

«Ti ho vista in televisione ultimamente» disse.

«Non dovevi essere a Pisa per i tuoi studi?» fu la mia domanda passiva.

«Sì, ma... avevo voglia di vederti, sapevo che saresti arrivata ed eccomi qua!» aggiunse lui, quasi per prendermi in giro.

«Allora? Arriva al punto... cosa ti serve».

Agli occhi di tutti sembravamo due vecchi amici che passeggiavano, ma entrambi sapevamo che non era così. Gli dissi di tornare dagli altri, perché non avevo voglia di ascoltarlo, ero imbarazzata. Mi voltai, per andare via, ma mi prese il braccio, bloccandomi.

Quante volte avevo sognato quel momento, ma ora mi era del tutto indifferente... volevo tornare dai miei amici.

Cercai di sganciarmi, ma disse di essersi innamorato, che si era accorto di volermi bene, e si scusava per avermi fatto soffrire. Gli risposi che era troppo tardi. Mi dispiaceva, ma io ormai avevo la mia carriera, la mia vita. Mi scusai e andai via, lasciandolo solo.

Attraversai tutto il Corso, e tornai al mio tavolo. Fabiana notò la mia confusione e mi chiese cosa fosse successo.

Lasciammo i nostri amici con una scusa non plausibile e andammo a fare un giro in macchina raccontandole l’accaduto.

«Lo sapevo» disse «da quando sei andata via ha chiesto molto di te, poi sei diventata famosa... e ha confessato tutto... ti ama».

«Mi vuole solo perché ora sono qualcuno».

«Fa quello che credi, non sarò io a fermarti».

Il “caso” Marco finì lì, cambiammo discorso diventando nuovamente armoniose, com’era nostra abitudine del resto.

Quando tornai a casa trovai mia nonna e mia mamma davanti a una tazza di tè; entrambe mi chiesero come avessi passato la serata, e poi mamma andò al letto.

«Ti raggiungo subito» le dissi.

Nonna restò con me, aspettava il momento giusto per parlare: «Oggi ha telefonato un certo Marco... non sarà per caso quel Marco?».

Le dovetti confessare ogni cosa, lei mi conosceva troppo e bene.

«Dice di perdonarlo» continuò.

Non appena nonna pronunciò la frase iniziai a ridere, cosa dovevo perdonargli? Dopotutto aveva fatto una scelta.

Andai a giocare al computer per scaricare un po’ la tensione. La nonna mi raggiunse sopra e mi chiese cosa provavo in quel momento.

«Non so» fu la mia risposta «comunque sia non ho intenzione di soffrire». Mi diede la buonanotte e andò via.

Contemplai il cielo stellato, per molto tempo quella sera, fumando una sigaretta.

Ripensai a quella giornata passata con gli amici di un tempo, passata con il mio ex angelo, pensai a me stessa a ciò che dovevo fare, ma non avevo risposta.

Telefonai alle mie amiche di Roma, avevo nostalgia di Giulia, lei mi avrebbe aiutata. Filippa conosceva tutto di me, ma ormai dovevo fare affidamento solo su me stessa. Non trovai nemmeno Giulia, aveva il cellulare spento.

Non riuscendo a dormire mi feci una tisana. Non mi sentivo triste, ma al contrario... ero entusiasta.

Mia mamma mi venne a svegliare molto presto, mi disse che dovevamo andare a fare colazione fuori. Mio fratello rimase a dormire. Ancora non potevo sapere cosa mi sarebbe accaduto quella mattina.

Mi portò nel mio locale preferito, si trovava fuori del paese. Mi piaceva per le sue pareti rosa, può sembrare una banalità, ma il servizio è ottimo.

Ordinai un succo di carota.

Squillò il cellulare, risposi, era Elisabeth, caddi a terra, mia madre mi aiutò ad alzarmi. Guardavo nel vuoto.

Le lacrime scivolavano sul viso senza riuscire a fermarle.

«Chi era?» mi chiese.

Non riuscivo a fare altro che ripetere interrottamente il suo nome: «Giulia!».

Giulia era in coma, aveva battuto la testa. Dovevo tornare a Roma.

Giuly aveva bisogno di me.

Mamma spiegò tutto alla nonna e al nonno. Mio fratello per rendersi utile, mi volle accompagnare. Francesco mi guardava come se stesse dando via una delle sue cose più importanti... ogni volta che mi guardava con quegli occhioni neri mi commuoveva sempre. Mi voleva bene, ma la cosa più bella è che ero il suo modello di vita.

Mentre riordinavo le mie cose, entrò nella mia stanza e disse: «Tieni, da’ questo a Fil, vedrai che le porterà fortuna».

«Grazie!» e dopo un lungo abbraccio dato a tutti andai via con un taxi.

Erano le 14:00 quando entrai nel taxi. Per tutto il tragitto non riuscivo a dimenticare lo sguardo di mio fratello.

Piangeva, anche se aveva diciotto anni per me restava sempre quel bambino di cinque.

Pensai alla mia Giulietta: Cosa avrà fatto, quella testona, per ridursi così?

Filippa e io non ci parlavamo più, ormai da mesi. Le mandai solo un messaggio di auguri per il giorno del suo compleanno. Neanche mi rispose. Orgogliosa com’è!, pensai. Cambiai casa. Iniziai una nuova vita. Malgrado fosse difficile. Ogni volta che pensavo a lei (sempre), mi veniva come un sussulto al petto e sentivo che mi tremavano le gambe.

Da un lato provavo a detestarla, dall’altro dicevo: Giulia  mi ha salvata anche questa volta. Ha fatto in modo di non dar dispiaceri inutili ai nostri cari. Ma anche se mi auto-convincevo di stare bene, in realtà volevo solo restare sola a vivere nei miei ricordi, nella favola. Tenevo nel portafogli una sua foto. Così... per ricordare sempre la splendida creatura qual è.

Facevo bene a paragonarla al sole. Il sole ti riscalda, dà tanta gioia. Una giornata di sole significa armonia dentro, ma a volte può anche bruciare.

Mi sentivo come un giocattolo. Bastava solo una sua parola che come una scema le avrei detto: Va bene, ricominciamo!

Ciò che mi faceva stare tanto male era che mi aveva chiamato falsa. Se avesse tenuto un po’ di più a me avrebbe cercato di andare oltre le apparenze.

Con il tempo iniziai a essere diffidente. Visto i precedenti. Non ero più disposta a soffrire. Avevo imparato che le persone, nel tempo, cambiano. Io non sono mai cambiata e forse, è per questo, che finisce sempre tutto.

Facevo ogni notte bei sogni, sognavo lei che mi abbracciava, che facevamo l’amore, lei che mi baciava, e ogni mattina, appena aprivo gli occhi, mi arrabbiavo. I sogni sono sempre al contrario e naturalmente non si sarebbero mai avverati.

Quel giorno pioveva, malgrado l’aria era calda.

Quando arrivai c’erano Elisabeth e Dimitri che mi aspettavano, sconvolti, alla stazione.

Giulia era stanca, aveva il volto sofferente, come qualcuno che ha pianto per troppo tempo e ora non aveva più lacrime da versare. Dimitri era pallido, per poco sveniva.

Durante il tragitto cercai di stare zitta, ma fu più forte di me: «Ma com’è successo?».

Beth iniziò a piangere. Dimitri cercò di farsi forza: «Stava facendo la sua gara, ha perso l’equilibrio ed è caduta battendo la testa, si è ripresa solo una volta, invocava il tuo nome Lena».

In quel momento mi trovavo in uno stato confusionale, lei mi aveva cercato, malgrado tutto. Provavo felicità, per ciò, ma allo stesso tempo tanta sofferenza per l’incidente.

«Hai fatto bene a telefonarmi» dissi a Beth accarezzandole la mano.

Volli andare subito all’ospedale, fuori della sua camera c’erano i genitori che aspettavano. Mi fecero tanta tenerezza, erano esausti. La mamma appena mi vide mi abbracciò: «Fa’ qualcosa». Mi disse. Chiesi se potevo entrare. Un’infermiera mi negò l’accesso, ma io m’inoltrai “clandestinamente”.

La vidi là, sul letto che dormiva. Era bianca in viso.

Pensai che era strano vedere Giulia immobile, ferma in un letto... d’ospedale.

Credo che non dimenticherò mai quel giorno.

Attorno a noi il silenzio invadeva la stanza e, assieme a esso, l’odore dei medicinali.

 Giulia non sembrava lei, era irriconoscibile.

Vicino a lei c’erano le macchine che controllavano il battito cardiaco, nulla più.

Mi avvicinai.

Beth mi aveva fatto indossare un camice antibatterico.

Le diedi un bacio sulla fronte e mi sedetti accanto a lei. Le accarezzai il volto, era caldo.

«Ciao!» le dissi e scoppiai in lacrime.

Cercai di farmi forza, le tenevo la mano pallida, tutto mi sembrava strano, tutto.

«Giulia ti prometto che uscirai presto di qui. Riesci sempre a farmi tornare prima del previsto. Francesco ti manda la sua sciarpa della Roma... la lascio qui. In campagna faceva caldo. Nonna e nonno ti mandano i loro saluti, ma ho detto loro che verrai con me, a trovarli, non appena ti rimetterai. Ci tornerai con me vero?». Non riuscii a finire la frase perché le mie lacrime scivolavano rapidamente bagnando la sua manina. Cercavo di sorridere, ma il pianto mi bloccava la voce.

Attaccai la sciarpa sul comodino.

L’espressione del suo volto era beata, sembrava che stesse ascoltando le mie parole e con le labbra acconsentisse a tutto ciò che dicevo.

Entrò la mamma: «Elena, Elisabeth e Dimitri tornano a casa, perché non vai con loro? Sarai stanca!».

Le feci cenno di sì; raccomandai di avvisarmi non appena ci fossero state notizie. Questa volta le baciai la sua mano bagnata dalle mie lacrime e andai via.

Trovai la casa in ordine... strano!

Ricordo quando trovammo quella casa, era un vero disastro, mancavano perfino le pareti, ci costò una vera fortuna dividerla e arredarla, ma ci divertimmo molto, soprattutto a pitturare le pareti, sembravamo delle panettiere, tutte bianche. Tra noi, Beth era la più grande. Giulia si stava specializzando in Pediatria.

Era stanca e preferì andare a riposare. Mentre Dimitri restò fuori, per fare una passeggiata

Poverina, pensai, aveva passato due notti in bianco era veramente esausta.

«Lena, se hai notizie non esitare a svegliarmi» disse e chiuse la porta della sua stanza.

Io, invece, ero ansiosa, ma allo stesso tempo nervosa.

Cercai di mangiare qualcosa, ma fu inutile.

Il tempo non passava mai. Cercai di tranquillizzarmi. Accesi il televisore, ma subito lo spensi.

Iniziai a girovagare per casa. Vidi la porta della sua stanza aperta, come sempre.

Mi sedetti sul suo letto: com’è disordinata, pensai. Il letto era ancora da rifare.

Non so perché entrai in quella stanza; forse perché ancora volevo sentire il suo profumo, volevo sentire la sua risata, volevo pensare al passato...

Presi la spada tra le mani, la sua “spada portafortuna”, era pesante quella spada.

Mi guardai intorno, non mancava proprio nulla. Giulia aveva aggiunto un portafotografie in vetro con le nostre foto più belle. Guardai quelle foto e sorrisi. Al muro restavano incollati il poster di Bob Marley e quello di Che Guevara, ma non mancava di certo il suo orgoglio: la bandiera fiorentina.

Sulla scrivania c’era un libro aperto. Giulia stava preparando un esame di non so quale materia. Vicino al libro c’era una foto: lei e io insieme. In bianco e nero era la foto.

Mai come quella volta osservai attentamente quella foto; eppure era rimasta lì da sempre.

L’avevamo scattata nel giardino delle rose, vicino al circo Massimo. Fu una splendida giornata di primavera quella. Ricordo che Dimitri si ubriacò tanto, voleva rimorchiare, a tutti i costi, un controllore del giardino. Nella foto, Filippa era buffissima, mi teneva sulle spalle. La finestra era chiusa io la aprii, ma volli restare un po’ al buio, abbassai la serranda.

Accesi una piccolissima lampada per far luce nella stanza. Ricordo che fu il mio primo regalo. Stavo per cadere... a terra c’era un quaderno e mentre lo tenevo tra le mani continuavo a contemplare la stanza. Notai che la polvere era aumentata. Giulia era allergica alla polvere, ma era più forte di lei, tenere la stanza in ordine. Sugli scaffali, c’erano ancora i dvd di Lady Oscar, il nostro cartone animato preferito. Filippa aveva lasciato sul letto una carta di cioccolatini ripieni. Risi. A Giuly non piaceva la cioccolata ripiena. Beveva il liquore, sputava la ciliegia e mangiava il cioccolato. Pazza!

Cominciai a sfogliare quel quaderno, buttandomi sul letto, dal quaderno uscì una nostra foto scattata a Ibiza. Questa cosa m’incuriosì molto e aprì il quaderno.

Sapevo bene che Giulia teneva una sorta di diario, ma mai avrei potuto immaginare le cose scritte lì sopra. Non era corretto, ma:

*

“Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso, bellezza?

Il tuo sguardo divino e invernale, dispersa alla rinfusa il sollievo e il crimine

racchiudi nel tuo occhio il tramonto e l’aurora

profumi l’aria come una sera tempestosa.

Che tu venga dal cielo o dall’inferno che importa bellezza?

Mostro enorme, spaventoso, ingenuo.

Se i tuoi occhi, il tuo sorriso, il tuo piede m’aprono la porta di un infinito

che amo e che non ho mai conosciuto.

*

Oggi ho conosciuto un angelo, finalmente... l’ho chiesto tanto per Natale. Siamo già arrivati al dieci gennaio waoh!”

 *

Lessi la data e capii che era il giorno in cui ci conoscemmo per la prima volta.

*

 

 

 

 

Arrivai davanti l’ingresso dell’edificio, accompagnata dai miei genitori, volli andare a vivere sola, ma, naturalmente i miei vollero tenermi sottocontrollo, come dargli torto, perciò mi chiusero in collegio. Quello era stato un anno strano, avevo fatto troppi danni, così accettai di obbedire al loro volere, senza ribellioni.

Sulle scale della cappella, erano sedute delle ragazze. Non passai inosservata, visto che tenevo in mano la valigia. Ero sicura di aver gli occhi puntati addosso. La preside mi fece conoscere una certa Federica. Davanti mi passò una di quelle ragazze che era seduta sulla scala. Sicuramente per ascoltare la novità, cioè io.

Era bella. Il viso roseo. La prima cosa che mi colpisce delle persone sono gli occhi, lei aveva degli occhi grandi, buoni, dolci, ma tristi. Erano cangianti, sul verde.

Aveva delle labbra meravigliose. Rosse e carnose, credo che entrambe eravamo a disagio. Mordicchiava le unghie. Aveva charme. Avrei diviso la stanza con lei, infatti me la mostrò subito.

Volli conoscerla a fondo. Volevo costruire un rapporto di pura amicizia con quella dolcissima creatura. La paragonai al sole, che ogni mattina illuminava la casa.

«Posso?» mi chiese sulla soglia della porta della stanza prima di entrare.

«Vieni... entra!» l’invitai sorridendo.

Stavo mettendo in ordine la roba.

Senza farmene accorgere la osservai attentamente, e capii che Elena fosse una creatura fragile, indifesa, aveva bisogno di essere protetta.

Mentre sfogliava un libro mi chiese: «Cosa studi?».

«Giurisprudenza... e te?».

«Io? Io studio Medicina. Giulia se ti va, quando hai finito potresti accompagnarmi all’università, sempre se non hai altro da fare, così ti mostro anche la tua facoltà e il campus». Mi chiese.

Acconsentì alla sua richiesta. Non avevo nulla da fare.

Conobbi un’amica di Lena, Elisabeth, era di Roma. A primo impatto non mi fece molta simpatia. Non so perché, fu solo l’impatto, poi scoprii che non era male. Aveva dei modi composti nel parlare. Era pacata. Aveva i capelli lunghi, fino alla schiena, l’unica cosa che non mi piaceva era il trucco. Usava colori troppo accesi. E aveva un piercing sulla lingua, lo detestavo! Beth venne con noi.

Durante il tragitto le chiesi se fosse fidanzata. Beth iniziò a ridere. Lena le chiese il motivo di quella risata: «No!» mi rispose serenamente.

«Lena dille che sei fidanzata cosa c’è di male?» intervenne Beth, continuando a prenderla in giro, ma lei aggiunse: «Siamo solo amici e te questo lo sai benissimo».

« Giulia lascia stare, Beth sta con uno, ma non lo ama» disse Beth, stuzzicando Elena.

«Stai scherzando? Scusa se m’intrometto ma non credi di far del male sia a te stessa che a lui?».

«Giulia questa è Lena!».

«Basta Beth». La zittii «Lui sa che non provo nulla, ma gli sta bene così».

«E a te pure?» le chiesi.

«No. Ho deciso di lasciarlo. Comunque si vedrà».

Accelerando il passo, arrivammo all’università.

Io e Beth aspettammo Lena fuori dalla sua facoltà, doveva vedere gli orari delle lezioni:

«Perché le hai detto quelle cose?».

«Ti ho detto la verità perché spero che almeno tu la faccia ragionare. Io non ci sono riuscita».

«Penso che devi smetterla di preoccuparti per lei, la soffochi così».

«Come vuoi, ma sappi che sta sbagliando».

Arrivò Lena, io ero fuori, stavo fumando, non mi piace fumare in luoghi chiusi o per lo meno quando ci sono le mie amiche.

«Ti propongo un patto». Beth mi guardò con sospetto.

«Dimmi» disse Lena con un sorriso.

«Non parliamo più di questo ragazzo fino a quando arriviamo in camera. D’accordo?».

Sulla strada del ritorno lasciammo Beth dal suo fidanzato, e io, una volta tornata a casa, aprii il discorso:

«Siamo a casa, il patto è sciolto».

«Ma non farti venire in mente strane idee».

«Vorrei solo capire cosa ti passa per la mente. Ti rendi conto dell’errore che stai commettendo?».

«Lo so, ma cosa vuoi che faccia!».

«Parlare con Luca, dirgli che tra di voi è tutto finito».

«Non c’è la faccio».

«Lo so, ma credimi, per esperienza, la sincerità è la cosa più bella che esista, soprattutto in un rapporto di amicizia».

«Sì!».

Squillò il suo cellulare e mi allontanai.

Uscivamo spesso durante la settimana. Facevamo lunghe passeggiate per le ville di Roma, inoltre uscire dal collegio era un gioco da ragazzi, bastava corrompere qualche suora con qualche sigaretta e il gioco è fatto.

I giorni trascorsero velocemente, l’amicizia tra me e Lena si rafforzava di ora in ora. Giulia stava per lasciarci, diceva che voleva andare a Modena (a convivere con il fidanzato, ovviamente); così riprendeva con la cinepresa proprio tutto.

Lena odiava foto, filmini, malgrado fosse fotogenica, tanto che la riprendevamo a sua insaputa.

Decidemmo di trovare casa, eravamo stufe di rispettare orari, ma soprattutto eravamo stufe di non poter invitare nessuno. Visitammo molte case, prima di prendere la “casa perfetta”. Questa era già occupata da un ragazzo greco, di Rodi: Dimitri.

Alto e magro, ma aveva un bel viso. Occhi neri, i capelli bianchi, ma non naturali, erano colorati. Scuro di carnagione. Aveva la stanza a fianco quella di Lena. Ero convinta che era la persona più pulita del mondo. L’unico difetto per il mondo è che è gay.

I miei genitori si fecero abbindolare dalle mie promesse, anche la mamma di Beth, ma i genitori di Lena... furono più restii. Anche se dopo qualche suo capriccio, diedero, anche il loro consenso.

Trovammo casa nel cuore di Roma. Non molto grande, aveva più o meno centocinquanta metri quadrati. Tutte avevamo la propria stanza. E già questo era un vantaggio. Ognuna di noi pitturò la propria camera con il colore che preferiva. Io blu, il mio colore. Lena salmone, Beth verde. Dimitri aveva i murales sulle pareti. Tutto sommato era una casa per studenti, nulla di più, la cosa bella è che aveva una grande terrazza, su cui potevamo organizzare piccole festicciole.

Ci divertivamo tanto con Dimitri, Beth passava molto tempo a insegnarli il dialetto romano, io quello fiorentino. Lena invece faceva la “maestra”. Lo correggeva ogni volta che sbagliava.

Diventarono grandi amici in poco tempo, lei e Dimitri. Sfido chiunque a non innamorarsi di quel ragazzo, era adorabile. Peccato sia gay!, pensavamo tutte.

Dimitri, non aveva ancora superato la fase “genitori”, non riusciva a dirgli la verità e aveva chiesto a Lena di far finta di essere la sua ragazza, per fortuna Lena sapeva parlare in inglese, così parlava con i “suoceri” al telefono, di tanto in tanto. Dimitri era ossessionato dalla sua famiglia. Ogni volta che lo sentivano gli chiedevano quanto avrebbe portato la ragazza a casa. Era un incubo. Poverino!  

Tempo fa Lena venne nella mia stanza, io stavo giocando sul letto con i videogame, si sedette sul letto: «Fanciulla, sei tornata?».

Mi guardò e disse:

«Ho passato l’esame».

Era fatta così, non diceva mai la data degli esami... non saprò mai il perché! Chissà, forse per scaramanzia...

Quelle pochissime volte che rifiutava un voto basso, invece, si sfogava facendo spese per negozi; ma dell’esame nessuna parola.

Una sera giocammo a carte, fuori pioveva interrottamente, tra un bicchiere di vino e sigarette Giulia vinceva, quella era la sua serata fortunata.

A Lena non piaceva giocare a carte, ricordo che Dimitri dovette ricattarla per farle passare del tempo con noi.

Quando era in difficoltà si toccava la fronte, oppure mordicchiava le unghie.

Ancora era chiusa nel suo guscio, ma sapevo che prima o poi si sarebbe sciolta e l’avrebbe fatto presto.

 

 

 

 

Una mattina, mentre stavo accendendo una sigaretta e aspettando l’ascensore, Lena mi raggiunse. Era ancora in pigiama.

Mi faceva sorridere, indossava pigiama come i bimbi. Rosa con gli orsacchiotti. Sembrava una bambolina.

«Giulia mi sono dimenticata di dirti di tornare presto. Abbiamo deciso: dobbiamo parlare di alcune cose».

«Va bene». Le diedi un bacio sulla guancia e scesi.

Sapevo benissimo che quella cena avrebbe significato l’arrivederci della mia Lena. Dovevamo separarci, Pasqua era vicina, e bisognava tornare dai propri genitori per le vacanze, e ciò mi dispiaceva.

Quel giorno non sarei tornata a casa per pranzo, avevo un corso da seguire all’università e nel pomeriggio gli allenamenti.

Più volte fui ripresa dal mio allenatore.

« Giulia che ti prende?» mi chiese.

«Non so credo che sia un po’ di stanchezza!». In realtà avevo bisogno di una pausa.

«Beh... fattela passare. Tra poco abbiamo il torneo e ho bisogno di te».

Più che stanchezza era voglia di non fare nulla, voglia di non tornare a casa, voglia di restare sola per capire cosa mi stesse succedendo.

Feci tardi, tant’è che Beth mi venne incontro:

«Temevo che non venissi» disse prendendomi la bottiglia di vino che avevo fra le mani.

«Sono andata a prendere il vino e si è fatto tardi, c’era traffico».

«Stasera si beve... finalmente!». Urlò Beth che non beveva da molto tempo perché astemia.

Mentre si cenava Lena si alzò, a momenti cadeva.

«Un momento d’attenzione... prego». Aveva bevuto un po’... troppo.

«Stasera vi ho invitate per ringraziarvi di tutto... ferme ancora non ho finito. Vi voglio bene ragazze». Dimitri ormai era diventato una lei. Scherzavamo molto su questa cosa, ma a lui non dava fastidio, anzi c’ironizzava sopra.

Detto ciò si sedette, la ricoprimmo di baci e abbracci. Era questo che rendeva Lena speciale, la sua semplicità.

Non so come, ma prese in mano un bicchiere di vino e iniziò a spruzzarlo contro di noi. Quella sera puzzavamo di vino.

Noi non eravamo quattro fratelli, ma eravamo quattro amici, quattro amici che si volevano bene, ma soprattutto eravamo quattro amici che sapevano che nulla al mondo li avrebbe divisi

Finito il vino, non avevamo più nulla da fare. Beth si addormentò subito, per via dell’alcool, Dimitri restò in casa a giocare al computer. Io uscii e con me Lena.

Le volli mostrare la mia Roma illuminata la notte, ero innamorata di quella città.

Sentivamo solo il fruscio del Tevere, e il rumore di qualche macchina, dopo il silenzio.

Mi sedetti sul cornicione del muretto, dall’altra parte c’era il vuoto.

Attenta Giulia ...» urlò Lena preoccupata. Lei soffriva di vertigini, non si sarebbe mai sporta.

«Qui è splendido, non sapevo che esistesse un posto così». Continuò.

«Avvicinati... ti piacerà ancora di più». La incoraggiai offrendole la mia mano.

«Preferisco starmene qui». Disse lei tutta rossa in viso per il vino.

«Ti fidi, non ti faccio cadere». Si avvicinò pian piano, mi strinse la mano forte.

«Avevi ragione, è molto meglio da qui. Mi fai accendere?» disse con una sigaretta fra le dita.

Fui stupita, a Lena non piaceva fumare, o se fumava lo faceva solo per nervosismo. In fondo non sapeva nemmeno tenerla.

La prendevo in giro per questo e lei come una bambina si arrabbiava.

Ogni volta che la guardavo mi faceva tanta tenerezza.

«Che fai?» le chiesi.

«Non ho mai avuto il piacere di fumare con te».

A momenti si affogava.

«Credo che mi mancherai».

«Lo so. Anche tu a me» rispose.

«Comunque abbiamo ancora un po’ di tempo per stare insieme, al distacco ci penseremo dopo, mia mamma arriva tra due giorni».

Stava per dire qualcosa, ma io l’interruppi e proprio in quel momento conobbi il timore, la paura di non farcela.

«Ho una proposta da farti».

Ascoltava zitta zitta le mie parole.

«Vuoi venire con me a Ibiza? Dopo Pasqua s’intende».

«Elisabeth?».

«Non so, dice che forse viene, ma sai com’è... senza il fidanzatino non si muove... quella bacucca!».

«Certo che vengo, non posso mica lasciarti andare sola!... Dimitri?».

«Viene, almeno così ha detto».

Vide una stella cadente, cercò di mostrarmela, ma ormai era troppo tardi.

«Hai espresso il desiderio?».

«Non l’ho vista e poi non credo a queste stupidaggini».

In macchina le chiesi di Luca, ma rispose che ancora non era riuscita ad affrontarlo.

«Perché?» le chiesi.

«Non capirebbe e sarebbe solo una continua lotta».

«Questo lo credi tu, e poi anche se fosse, prima o poi smette, dovresti parlargli, non puoi continuare a vivere così, rimandi ogni giorno... insomma dov’è quella ragazza decisa e sicura che ho conosciuto? Io credo in lei e so bene che se vuole una cosa la ottiene sempre».

«Santo cielo Giulia, ma l’hai visto?» disse alzando il tono della voce.

«Non è stupendo, ma l’importante è che ti vuole bene, sbaglio? Comunque, visto che siamo entrate nell’argomento, non volevo dirtelo, ma... oggi quando sono uscita dalla lezione l’ho visto... disperato». .

Il discorso, era ormai inevitabile.

«Non vuoi sapere cos’ha detto?».

Era incuriosita, ma dall’altro lato non voleva ascoltare la mia voce che pronunciava il nome: Luca.

«So già cosa ti ha detto. Avanti, sentiamo un’altra predica».

«Ti ama, ha detto queste due parole Lena, mi ha fatto pena. Credo che dovresti parlarci. Capisco che non provi lo stesso sentimento, ma una spiegazione se la merita».

«Mi dispiace che ti abbia dato fastidio».

«No, per niente, è solo che avrei voluto fare di più, tutto qui».

«Ok. Parlerò con Luca al più presto».

Lena mi confidò che aveva apprezzato il mio posto e aggiunse che sarebbe diventato anche il suo.

Quando arrivammo a casa trovammo il silenzio. Beth dormiva già da un pezzo. In camera c’era il caos totale, per non parlare della casa. Ma avremmo pensato l’indomani a pulire.

Lena mi diede la BUONANOTTE, mi baciò e andò a letto.

Io restai a chattare con il computer fino a tardi e conobbi un ragazzo di colore si faceva chiamare Mosquito, ma dopo una breve conversazione anch’io raggiunsi il mondo dei sogni.

Il mattino seguente istigai Lena a telefonare Luca per l’appuntamento. Gli disse di farsi trovare al solito posto e nulla più.

«Allora?» le chiesi ansiosa di sapere quale fosse stato il suo atteggiamento.

«Non c’era, gli ho lasciato un messaggio in segreteria. Lo ascolterà. Ora sei contenta?».

«Sono contenta per te, stupida!».

La voce si sparse tra le nostre amiche dell’università. Beth le raccomandò di non essere impulsiva, di essere delicata nei modi, ma soprattutto di non ferirlo troppo.

Io e Beth andammo con lei, stavano dall’altra parte di piazza S. Silvestro, ma volevamo assistere alla scena... che idiote!

Nel giro di pochi minuti Lena si ritrovò seduta, a bere un succo di carota, aspettando Luca.

«Scusa il ritardo Elena... ho perso la metro». Le diede un bacio sulla fronte e si sedette di fronte a lei. Era entusiasta di vederla, gli brillavano gli occhi. Sembrava che avesse visto chissà chi. Era felice. Forse pensava che tra loro, tutto, tornasse come prima.

Mi faceva tenerezza, mi accorsi della sua ingenuità solo in quel momento.

«Non importa» gli rispose sorridendo.

«Spero che tu abbia riflettuto sulla nostra storia».

Si avvicinò per baciarla, ma lei si spostò.

«No, non sono venuta soltanto per parlarti».

«Dimmi». Divenne cupo e fino a quando non finì di parlare rimase zitto, ascoltando le sue parole.

«Tra me e te c’è una grossa, grossa differenza. Tu provi per me forti sentimenti, io no, credimi, mi fa male parlarti così, ma è la verità. Tu vuoi una storia vera, io no, non mi sento ancora pronta. Non ti amo, forse non ti ho mai amato ed è per questo che ti chiedo di lasciarmi stare. Non cercarmi».

Si alzò dal tavolo, lasciandolo solo. Mi sentii imbarazzata per Lena, sapevo che si sentiva come un verme strisciante, ma era meglio per entrambi, molto meglio.

Aspettammo in macchina Lena, lei ci raggiunse.

Mi abbracciò, quel suo silenzio durò a lungo, ma mi fece comprendere che mi voleva bene e che mi sarebbe stata sempre a fianco.

Elisabeth disse che aveva fatto la cosa più giusta. È vero, aveva fatto la cosa più giusta.

Tornammo a casa. Giulia era l’unica che aveva contatti ancora con le altre ragazze del collegio e raccontò loro il gesto di Lena, gesto di... onestà, così lo definirono; poi andammo a una festa, anche se sapevo che Elisabeth non voleva. Ma doveva pur distrarsi in qualche modo. Da un lato mi sentivo un verme, dall’altro era come se avessi tolto un peso che mi opprimeva, ora finalmente ero libera. In fin dei conti ero stata io a convincere Lena a fare questo passo.

Avevo chiuso così un altro capitolo della mia vita.

La madre di Lena telefonò e avvertì del suo arrivo l’indomani.

Beth portò il suo rispettivo fidanzato, e andammo a quella festa. Si teneva il compleanno di un’amica di Lena. E andammo tutti, tutti tranne Dimitri, si annoiava alle feste di compleanno “etero”.

Si cantava, nel locale facevano karaoke. “Evviva!” Era la cosa che odiavo di più.

Il locale era stato allestito molto bene, noi già lo conoscevamo, si trovava in Trastevere, era sotto terra e dava l’impressione di essere nelle caverne; pieno di mattoni uno sull’altro. Ogni cosa messa a casaccio.

Lena sembrava un fiorellino appena sbocciato: indossava una maglietta rosa e una gonna lunga, bianca con qualche fiore che richiamava il colore della maglietta. Le scarpe con il tacco a spillo. Era bella la mia Lena quella sera, attirava l’attenzione di tutti coloro che le stavano vicino.

Giulia cantò quella sera. Aveva una voce stupenda. Il padrone del locale era in estasi e voleva ingaggiarla come cantante del suo locale, ma lei rifiutò.

Lena invece beveva, beveva sempre quando si andava nei locali, eravamo con lei, non mi preoccupavo molto anche perché la facevamo smettere dopo un po’.

Diceva sempre che era stonata, ma quella sera, forse per via dell’alcool, cantò. Cantò veramente bene. Pensai che forse l’unica cosa che poteva far sembrare stonata era il suo timbro di voce: basso.

Mi disse che andava fuori a rispondere, qualcuno la chiamava sul cellulare, io le chiesi come si sentiva, visto che aveva bevuto, ma lei mi confermò che stava bene: «Non preoccuparti!» disse.

Si vedeva lontano un miglio che era brilla. Beth continuava a cantare, io incontrai un collega di università e stetti con lui fino a quando s’iniziò a ballare salsa e merengue, la passione di Giulia, lei insegnò per un breve periodo a ballare questi balli latini. Infatti, conosceva molta gente cubana. Il suo pallino più grande era andare a vivere in Brasile.

S’interruppe la musica, al microfono fecero il mio nome. Pensai che dovevo spostare la macchina, seguii con tranquillità il buttafuori, anzi con la scusa facevo rientrare Beth, era da un bel po’ fuori.

«Sei Giulia Volkova?».

«Sì, perché?» gli chiesi.

«Vieni!».

Mi fece entrare in uno sgabuzzino, trovai Lena in lacrime, seduta su uno sgabello.

Tremava.

Vicino c’era una ragazza che le asciugava il viso.

«Lè, ma cosa...».

Quell’omone m’interruppe e mi disse che la stavano per aggredire, ma lui stava controllando la zona, così era arrivato in tempo.

«Diceva solo il suo nome signorina, lo ripeteva in continuazione».

Mentre mi spiegava l’accaduto mi avvicinai a Lena. Singhiozzava. Aveva tutto il mascara colato sul viso, e due graffi sul suo visetto. Ebbi l’istinto di voler prendere quei delinquenti e fargliela pagare cara.

L’abbracciai. Mi chiedevo perché proprio alla mia creatura...

Con la sua dolce voce, il mio fiore mi pregò di non dire nulla alle ragazze che erano lì, si sentiva già umiliata, non voleva da nessuno compassione.

Pregai quella ragazza tanto gentile di stare con lei, avrei avvisato Beth, raccontandole che avevo mal di testa e che Lena sarebbe tornata con me a casa.

Piangendo in macchina mi disse: «Non abbandonarmi più... capito?».

La portai in ospedale, malgrado il suo disapprovo, facemmo la denuncia... le chiesero molte cose e notai il suo dolore, mi stringeva la mano forte per essere rassicurata. Le fecero il test dell’Aids, ma era inutile, non erano riusciti a distruggerla completamente.

Dissero che il giorno dopo le avrebbero dato i risultati.

In macchina ebbi una grande voglia di abbracciarla, e lo feci.

Anche se avevo paura di farle male.

Tutti trovano il momento dell’abbraccio banale, in fondo un abbraccio è come un bacio. Ho abbracciato poche persone nella mia vita, evidentemente erano persone che mi hanno lasciato qualcosa, da non dimenticare. Elena era una di quelle persone, le volevo bene, anche se non l’avevo mai ammesso.

Ciò che le invidiavo era il fatto che restava sempre se stessa, in qualsiasi situazione si trovasse, io invece indossavo mille maschere e lei era l’unica persona che mi conosceva realmente. Con lei ero me stessa.

Per tutto il tragitto non disse una parola.

Scese dalla macchina e disse: « Giulia grazie, ora vai... torna a divertirti».

«Ma sei scema?» le risposi. Misi l’allarme e salimmo sopra. Non potevo lasciarla sola.

Notai che aveva uno strappo sulla maglietta.

Era tesa, perciò prima di entrare in casa andai al bar, a prenderle una camomilla, mentre lei era sotto la doccia, quando uscì dal bagno aveva gli occhi rossi, per le lacrime. Lena è una di quelle poche persone che quando piange diventa ancora più bella. Si sdraiò sul letto.

Non parlava.

Andai un momento in bagno per cambiarmi, aspettavo il suono della sua voce uscir fuori, ma lei piangeva soltanto.

Dal rumore dietro il muro capii che Beth era tornata, bussava per venire da noi. Ma io andai da lei.

« Giuly dopo vieni qui». Finalmente aveva parlato.

Beth diede la buonanotte a Lena, ma non si accorse di nulla anche perché lei restò al buio. Per fortuna non c’era Dimitri quella sera, altrimenti si sarebbe accorto di tutto.

Mi sdraiai accanto a lei, accarezzandole i capelli morbidissimi Rossicci.

Lena adorava quando le accarezzavano i capelli, diceva che la tranquillizzava.

«Stavo parlando con Fabiana, quella mia amica... te la ricordi?».

«Sì!».

«Stavo per rientrare quando mi sono sentita immobilizzata, mi hanno tappato la bocca, mi hanno scaraventato contro il muro... poi per fortuna è arrivato quello lì... ho avuto paura». Piangeva lentamente mentre raccontava.

«In quanti erano?» le chiesi.

«Due».

«Li ricordi?».

«Uno aveva un anello all’indice sinistro. Sull’anello c’era marchiato un crocifisso. Poi era buio, non ho capito più nulla, uno mi teneva le braccia, e l’altro si stava slacciando i pantaloni».

«Piccolina mia calmati ora».

«Giulia promettimi che non dirai nulla a mamma domani e né tanto meno a Giulia, è già abbastanza umiliante così».

«Va bene».

«Sarà il nostro segreto».

«Sì!».

Lena mi aveva descritto lo stupratore.

«Hai pensato di denunciarli?» le chiesi.

«Sì, sono sicura su questo, devono pagare... Verrai con me? Vero?».

«Certo!».

«Io non avrò paura fino a quando starai vicino a me».

Lena si addormentò nel mio letto.

Era quasi mattina ormai, non riuscivo a dormire, troppi pensieri mi ronzavano nella testa; così mi collegai a internet, poi andai a fare una passeggiata. Mi venne in mente Marco. Era un ragazzo che frequentava con me i corsi. Spesso mi raccontava che quando ha voglia di farsi va da uno, allora gli descrivetti l’anello con il crocifisso. Al telefono mi disse:

«Quando ho voglia vado solo da uno: “Fred er moro” si fa chiamare. L’anello all’indice con la croce marchiata sopra solo lui lo porta, in tutta Roma». Troppo presto per dormire. Presi appuntamento con Marco vicino il mio collegio. Marco si portò un amico: Diego.

Marco avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di far casino. Raccontai loro l’accaduto, sapevano dove trovare Fred.

“Presi in prestito” lo scooter di Beth e andai con loro.

«Metti questo» mi disse Marco, porgendomi un passamontagna nero.

«Perché?».

«Vuoi farti riconoscere?».

«No, che intenzioni avete?».

«Quando ti dico corri, devi correre più veloce che puoi. E tornare a casa».

«Se mi seguono?».

«Non succederà, ti proteggiamo noi».

«Pronti?».

«Andiamo!».

Misi il cappuccio. Questo tizio, viveva nel centro di Roma. Si trattava bene il tipo.

Per fortuna, il tempo fu clemente con noi. Era una bella serata.

Era solo: «Strano, solitamente è circondato dai suoi bambocci pronti a difenderlo» disse Marco!

Fred era come imbambolato, era fatto, aveva ancora la siringa vicino, con una dose dentro... che schifo!

Se penso che anch’io facevo queste cose... ero veramente stupida.

I ragazzi gli diedero una bella lezione.

Ero per la non violenza, ma dovevo fargliela pagare in qualche modo.

Marco si era munito di un’asta di ferro. L’aveva fatto veramente male.

Mentre era impegnato con Marco, gli tirai un calcio nei cosiddetti “maroni”.

«Vediamo se hai voglia ora» gli dissi. Sentì l’urlo di Diego che disse: «Cori, arrivano» con il suo l’accento romano.

Arrivò la polizia, ma noi eravamo già lontani.

Invece di andare a casa, restai con loro fino al mattino, cercai di non pensarci più. Feci una canna con loro.

Ero fatta così: vendicativa e a volte troppo irascibile.

I ragazzi cercarono di convincermi a restare con loro, ma avevo promesso di star fuori della droga... per sempre.

«Grazie ragazzi!».

«Di cosa, ci divertiamo, quando hai bisogno».

«Ci vediamo a lezione!».

«Ciao bella!» disse Diego.

Tra poche ore dovevo andare a fare un colloquio, in un locale. Avevo deciso di mantenermi da sola, ma ovviamente i miei mi mandavano puntualmente l’assegno mensile.

Tornai a casa in punta di piedi, avevo preso i cornetti caldi al cioccolato, uno per Beth alla crema. Avevo pochi minuti, giusto il tempo per una doccia.

Ero curiosa di vedere Lena, chissà come stava. Non le avrei mai detto cosa era successo quella notte.

Aprì la porta piano piano, senza far rumore.

Saltai dallo spavento nel momento in cui vidi Beth che stava ferma davanti la porta dell’ingresso.

«Sei qui!» disse.

«Dove vuoi che sia!».

«Cosa hai fatto questa notte?». Beth al contrario era nera in volto, ma stava esagerando.

«Beth, per favore... non ricominciare». Ed entrai in cucina, per preparare la colazione.

«Lena... i cornetti». Mi sorrise.

«Giulia non è questo il modo di comportarti, ti ho fatto una domanda ed esigo una risposta».

«Dio Bonino! Quanto sei noiosa. Questa mattina, se proprio ci tieni tanto a saperlo sono uscita presto. Non ho dormito bene, e ho preferito andare a fare una passeggiata. Ti basta o vuoi altri dettagli?».

«Mi basta, solo vorrei che dicessi dove vai... tutto qui».

«Se sapevo facevo meglio a restare in collegio».

«Ragazze basta, Giulia ha capito, ora avviserà». Il mio tesoro cercò di mettere pace.

«I tuoi genitori hanno chiamato, non sapevamo dove rintracciarti, per cortesia chiamali, non voglio passare io per quella..». 

«Tossica, avanti dillo. Sembra di stare in un commissariato qui dentro, tutti pronti a giudicarti».

«Lena dille qualcosa».

«Lasciala in pace».

«Non capisco... sei esattamente come lei».

«Smettila! Lei crede in me!».

«Non è questo Giulia...».

«Cos’è sentiamo! Credo di essere grande abbastanza per decidere da sola della mia vita, perciò quello che faccio e dove vado e soprattutto con chi è solo affar mio». Detto ciò andaii via, nella mia camera, con Lena.

Lena era ancora scossa, ma sapevo che sarebbe riuscita a sorridere nuovamente.

Nella sua stanza c’era una bolla di vetro colma di girasoli, lei li adorava, diceva che le portavano la luce, la fortuna, il sorriso. La sera precedente sembrava quasi che i girasoli fossero appassiti con lei.

Scappai a quel colloquio. Il padrone, Simone si chiamava, fu molto cortese con me. Sarà che conosceva Dimitri, anche lui lavorava lì.

Stava per aprire un altro locale e aveva bisogno di personale.

«Giulia quando vuoi venire?».

«Il fine settimana è preferibile, ma se per te è un problema».

«No. Affatto. Metteremo qualcun altro durante la settimana».

«Bene». La cosa divertente è che la sera stessa il locale avrebbe aperto, avrei provato una nuova esperienza.

«Giulia naturalmente se dovessi mancare è preferibile che me lo avvisassi la mattina così mi organizzo».

«Ok!» conobbi i due buttafuori, erano gemelli. Mathias e Thomas si chiamavano. Erano portoricani. Apparentemente davano l’impressione di due ammassi di muscoli e poco cervello e invece erano simpaticissimi. Conobbi il mio compagno dietro al bancone Alessio; a Elena sarebbe piaciuto. Niente di particolare, alto, magro, occhi chiari, scuro di carnagione, troppo “viso perfetto” per me. Lui e io versavamo da bere. C’erano anche le cubiste, alcune di loro omosessuali.

Avremmo aperto verso le 22:00, anche se sarei andata prima per le consegne.

Tornai a casa, quel giorno mi sembrò veramente lungo. Lena e io eravamo rimaste che al mio rientro saremmo andate al commissariato, ma trovai sua mamma.

Lena mi venne incontro nell’ascensore: «C’è mamma, andiamo più tardi, com’è andata?».

«Bene. Stasera inizio. Saliamo».

Sua mamma era uguale alla figlia con la differenza che era scura di carnagione.

«Mamma... lei è Giulia ».

«Buongiorno, com’è andato il viaggio?».

«Bene, grazie, Elena mi ha parlato molto di te, sei una sorella per lei».

Le sorrisi e interruppi quell’imbarazzo che si stava creando: «Lena tuo fratello?».

«È uscito con Elisabeth, l’ha portato in giro». Mi piaceva la mamma di Lena, aveva qualcosa di affascinante, si vedeva che proveniva da una famiglia distinta, come la figlia del resto. Beth mi aveva raccontato che il nonno materno di Lena era un conte.

«Lena usciamo più tardi voglio andare a salutare la mamma di Beth e fare qualche piccola spesa».

«Va bene, però prima devo sbrigare una piccola faccenda all’università. Giulia, mi accompagni vero!».

Arrivò il fratello di Lena, Francesco.

Scuro, capelli ricci, occhi grandi e neri, la cosa impressionante erano le sue lunghe ciglia, nasino piccolo e delle labbra carnose, proprio come Lena.

«Cesco non saluti Giulia?».

«Lascialo stare. Ho saputo che giochi a calcio» dissi.

«Sì!». Aveva sedici anni. Rideva, era contento di stare con noi.

«Ti va di venire a giocare con me domani mattina?». Con un cenno del capo acconsentì.

«Attento Francesco, Giulia è cintura nera» gli disse Beth.

«Smettila, se te lo confondi non giocherà più con me, non sono cintura nera, tempo fa ho praticato calcetto femminile». 

«Fico! E ora cosa fai?».

«Faccio scherma».

«Allora ti batto, sarai fuori allenamento».

Mi fece ridere da come lo disse.

Il fratellino di Giulia era simpatico, mi accorsi che era molto tempo che non ridevo ingenuamente.

Lena si avvicinò: «Sei qui tu! Andiamo?».

«Sì. Cesco noi torniamo presto, non ti portiamo perché è una cosa molto lunga e ti annoieresti». Uscimmo per andare al commissariato.

Prima di andare Lena mi strinse la mano: «Non mi abbandonare».

E iniziò a tremare.

Davanti alla mamma volle indossare una maschera che non le apparteneva. Non aveva mai nascosto nulla alla mamma, e ora che aveva deciso così, era difficile.

Mi disse che si sentiva ancora sporca. Dev’essere schifoso sentirsi addosso un corpo squallido che il tuo rifiuta. Io ero tranquilla nonostante tutto, il tizio aveva avuto la lezione che si meritava.

Lena dovette spiegare tutto per filo e per segno l’accaduto.

Piangeva: «Stavo per rientrare, ma mi sono sentita scaraventare contro il muro. Uno mi teneva le braccia e l’altro stava sbottonando i pantaloni. Era buio, non ho visto in faccia quei tipi. Chiusi gli occhi, in quel momento pensai che fosse finito tutto. Grazie al buttafuori sono scappati, il resto è facile intuirlo». 

Continuava a tenermi la mano stretta.

Il poliziotto, mentre scriveva il verbale chiese se avesse visto qualche particolare.

Lei confermò. Disse che uno dei due aveva un anello con la croce d’oro, proprio lui... “er moro”. Quel poliziotto chiamò il commissario. Descrisse la situazione e ci condusse in un’altra camera.

Chiamò ad alta voce alcuni numeri e uscirono delle persone. Era quella sala in cui la preda conosce il suo predatore.

Lena negò, disse che quelle facce non le aveva mai viste. Il commissario chiamò altri uomini.

Lena ebbe un forte capogiro, tanto che si accasciò a me. Le diedero dell’acqua. Il commissario aveva intuito che tra quelli c’era il maniaco della mia piccola Lena. Era il numero quattro, lo indicò con il dito, non c’è la fece a parlare.

«Grazie signorina per la sua collaborazione. Si riprenda, dopotutto ha preso solo un brutto spavento». 

Stava per andar via con delle carte in mano, ma Lena lo trattenne e con gli occhi pieni di lacrime disse: «Forse per voi è stato solo un brutto spavento... pensare che stavo vendendo la mia verginità a un essere squallido e forse malato di Aids credo che sia stato più di un grosso spavento. Poi dicono che l’Italia è un paese sottosviluppato, certo la giustizia quando serve non c’ è mai...». 

Tirai Lena, il commissario disse che la capiva, ma il mio dolce tesoro aggiunse: «Mi sembra il contrario».

La tenni stretta fra le mie braccia. Era vergine, non l’avrei mai detto... ora era a tutti gli effetti la mia creatura pura.

«Piccolì... andiamo è tutto finito».

Si asciugò le lacrime in macchina e cercava di nascondere gli occhi rossi, per il pianto.

Accompagnai Lena a casa; doveva uscire con la mamma.

«Non so cosa avrei fatto senza di te».

«Vedrai che il tempo guarisce parecchie ferite, salutami la mamma». 

Le sorrisi accarezzandole il suo morbido visino.

La lasciai lì, sotto il portone. Io corsi al locale. Ero già in ritardo.

Ero distratta quel pomeriggio, tanto che Simone mi riprese.

Lena era vergine. Questa frase mi suonava strana, non so perché... allora a quanti anni aveva dato il primo bacio? Nella mente cercavo mille risposte, ma con infiniti enigmi. Era comunque uno dei tanti pregi di Lena, lei aveva dei principi da rispettare ed era questo che la rendeva speciale.

Tornai a casa per cambiarmi, da fuori la porta sentivo la strana risata della mia Beth. La trovai che chiacchierava con Beth e la mamma. Dopo di me arrivò Dimitri. A lui raccontai l’accaduto, ma non disse nulla a Lena. Appena la vide, però l’abbracciò. Lui l’aveva soprannominata “piccolina”.

Dopo le presentazioni, anche con il “greco”, a volte lo chiamavamo così e lui s’incazzava, mi feci una doccia veloce.

La mamma di Lena era molto moderna, ma aveva un difetto: era razzista con il mondo omosessuale.

Ma non era colpa sua, ma del mondo. La gente a volte non si regola. È amore, lo stesso sentimento che si scambiano un uomo e una donna. Penso che sia paura di trasgredire, paura di non saper affrontare un qualcosa che nella normalità non avviene, e quindi non si conosce.

La mamma di Lena sapeva cucinare molto bene, a differenza della figlia. Francesco giocava al computer. C’era per la casa un buon odore. È strano sentire l’odore di cucina in casa nostra.

«Già sei tornata!» mi disse Beth sorridendo.

«Devo cambiarmi, come state?».

«Bene! ».

«Avete conosciuto Dimitri?» chiesi.

«Sì, sembra un bravo ragazzo. Ma queste cose non le concepisco. Mi dispiace».

Disse la mamma di Lena, sorridendo e sottovoce, affinché Dimitri non sentisse.

«Non si deve giustificare, è la sua natura» risposi.

«Secondo me sono malati». 

«Mamma! No!» rispose Elena con tono alto.

«Io credo di sì, invece». 

«Cambiamo argomento, non vorrei che sentisse» disse Lena, alterata. «Ti fermi a cenare con noi?» mi chiese.

«No, grazie, vorrei, ma poi si fa troppo tardi, magari lasciatemene un po’». 

«Sì! Mamma le ragazze dopo Pasqua vanno a Ibiza, posso andare vero?».

«Splendida isola Ibiza» rispose lei con un tono decisamente calmo, mentre girava del ragù nella pentola.

«Signora è stata anche lì?» chiese Giulia.

«Sì. Ho girato molto prima di sposarmi». 

«Mami se sei d’accordo allora vado!».

«Vai e divertiti. Sapete Lena mi chiede sempre il permesso, per qualsiasi cosa, quando è andata a Parigi a quattordici anni mi chiese il permesso, ed era comprensibile, ma ora... è una mammona il mio amore». E la strinse a sé. Lena e sua mamma avevano un ottimo rapporto, da vicino sembravano due sorelle.

«Mi dispiace che non potete andare durante Pasqua. Ma la nostra famiglia è tradizionalista. A nessuna festa si può mancare. Parole del nonno. Finché ci saranno i miei genitori sarà sempre così».

«Almeno vi divertite!».

«Già, ora vai, altrimenti farai tardi» disse Lena guardando l’orologio.

Guardai l’orologio, non mi ero accorta del ritardo: «Vado, vi aspetto. Dimitri!» urlai.

Passava molto tempo davanti lo specchio. Mi faceva imbestialire. Lui era la femmina e noi i maschi, a volte.

Corsi come una furia, Simone era davanti al parcheggio, segnalandoci l’ora: «È inutile che parli lo so, è colpa sua» dissi, indicando Dimitri.

Entrai e aiutai Alessio a mettere a posto.

Si avvicinò al bancone Simone: «Siete emozionati?».

«Se devo accontentarti, sì... sono emozionata». 

Lui rise, non c’era nulla da ridere, ero serissima.

Alessio disse che questo era il sogno della sua vita: «Stare dietro un bancone waho! Che avventura esaltante» ironizzava. Dopotutto doveva pagarsi gli studi e ciò gli faceva onore.

Arrivarono degli strumenti musicali di un complesso romano, uno di quei complessi ambiziosi che volevano sfondare nel mondo della musica in realtà creavano solo “struscio” come diceva Elisabeth; ovvero rumore.

Il cantante era carino, gli altri sembravano sballati.

Per la prima volta, nella mia vita restai al mio posto senza badare a ciò che mi girava intorno.

«Prima di iniziare vorrei bere qualcosa... cosa mi consigli?».

Il cantante “ganzo” era venuto da me, anzi da noi. Alessio e io guardammo Simone e lui fece segno di sì, potevamo offrirgli da bere.

«Mi chiamo Giovanbattista». Mi porse la mano per fare amicizia.

«Io sono Giulia e lui Alessio».

A primo impatto mi sembrò un bravissimo ragazzo anche se ero diffidente. Era tatuato sulle braccia e mi mostrò un serpente attorcigliato sulla schiena, sempre tatuato. Aveva piercing e orecchini ovunque. Un vero soggetto da stargli alla larga se lo si vedeva per un attimo, poi... non era male.

Si avvicinò il mio coinquilino, mi confidò che gli piaceva il cantante.

«È etero... niente da fare» risposi.

«Io glielo propongo» disse lui, con gli occhi a cuoricino.

«Se ti dà uno schiaffo non venire a piangere». 

«Vado! Da cosa nasce cosa... non dimenticare cara Giulia io ho “l’etero convertitore”» disse.

Osservammo attentamente la scena. Dimitri gli fece i complimenti per la musica. Poi si avvicinarono al bancone, con loro anche le due ragazze cubiste. Alessio gli diede del “Martini Bianco”, parlammo del più e del meno. In mente continuavo a ripetere i loro nomi, ma invano, non volevo proprio memorizzarli.

Una era bionda, ossigenata, magrissima... Lena direbbe: “insipida” non sapevano di nulla, non ispiravano né simpatia, né antipatia. L’altra era più scura, ma si notava che aveva fatto qualche trattamento. Il complesso iniziò a riscaldarsi, iniziarono a cantare. Il locale, ben presto fu gremito di gente... forse perché era sabato.

Dovetti ripensare al giudizio che diedi sul complesso. Erano bravi... al contrario di altri.

Simone di tanto in tanto veniva a controllare se tutto andasse bene. Lui stava all’ingresso con i buttafuori a controllare le entrate e le uscite. Era fiero di me e di Alessio, ma non potevamo rispondere, eravamo troppo indaffarati a preparare cocktail. Comunque gli sorrisi.

Dimitri, invece, intratteneva gli ospiti, fra un tavolo e l’altro.

Dopo un’ora di lavoro eravamo già stanchi. Non avevo nemmeno il tempo per accendermi una sigaretta. Dei ragazzi si sbronzarono, Alessio si precipitò a chiamare i gemelli che li tolsero dal locale. Già la prima sera c’era il ragazzo dal cuore spezzato. Era seduto dall’altra parte del bancone e continuava a chiedere del rhum.

Pensai alla cucina calabrese della mamma di Beth, speravo che mi avrebbero lasciato qualcosa, io mi trovavo lì dentro, tra alcool e fumo, ma mi stavo divertendo, malgrado la stanchezza.

 Beth e Lena arrivarono, c’era con loro Federico, il fidanzato di Elisabeth. Non l’ho mai sopportato molto, troppo presuntuoso.

«Come va?».

«Fin’ora bene... non posso darvi molta retta, scusatemi, ci vediamo dopo, quando sfolla. Hai visto?». feci segno verso Dimitri. È tutta la sera che fa così... se questo si chiama lavoro?». Scoppiammo a ridere... Accarezzai il mio angelo e andai via.

Gente che ballava, chi urlava, chi si sentiva male e correva in bagno... non descrivo la scena... si commenta da sé.

Lena si sedette al bancone: «Come ti trovi?».

«Male!» le risposi mentre tagliavo un limone.

«Giuly..». 

«Bene, mi trovo bene, l’unica cosa è che la gente si accalca... sto uscendo pazza, prima ho dato una cosa per un’altra». 

Lena rise. Finalmente sentii quella strana risata, mi era mancata.

«Ridi te, tanto presto diventerai una star».

«Smettila. Dammi da bere!».

«Cosa? Anzi faccio io».

Sapevo che andava pazza per la fragola, ma le feci provare una cosa nuova... che avevo scoperto quella sera.

«La devi bere in una volta, si chiama l’occhio del poeta». 

«Com’è!».

«Provalo» le dissi.

«Buono».

Con un cenno del capo le dissi di sì

Lena beveva solo cose alla fragola. Le piaceva troppo. Diceva.

Presentai Lena ad Alessio. Quando quest’ultimo si allontanò mi confessò che le piaceva.

«L’avevo immaginato» le dissi. A chi non piaceva Lena!, pensai.

Il complesso si fermò per una pausa. Il mio tesoro mi diede l’incarico di “scavare” Alessio. «Mi piace» disse.

Il cantante si avvicinò al bancone, e con lui Dimitri. Lena gli stava alla larga, anzi, non appena capì che ci provava andò da Beth. Sul suo volto notai ancora lo spavento della sera precedente. Sapevo che si stava sforzando di riprendere la sua vita, ma anche il fatto di Alessio era una montatura.

La gente per fortuna iniziava a sgomberare. Chiesi ad Alessio di sostituirmi un momento. Raggiunsi le ragazze al tavolo.

«Come state?». 

«Bene. Te piuttosto».

«Stanca. Carino il locale vero? Simone ha avuto una bell’idea».

Il complesso riprese a suonare, ma Lena volle andare via, l’indomani sarebbe partita, doveva ancora finire il borsone... come al solito.

«Ci vediamo a casa» le dissi. Ovviamente Beth l’accompagnò.

A fine di serata, o forse dovrei dire a inizio giornata, ero veramente distrutta, ma avevo scelto io questa strada e dovevo uscirne a testa alta.

Trovammo a terra un’astronave, il locale rappresentava una sorta di futuro macabro, con alieni e meteoriti ovunque. Il complesso andò via, naturalmente il cantante voleva abbordarmi, ma gli feci i complimenti per la loro musica e andai via... lasciandolo andare in bianco. O forse no, chissà se si era lasciato incantare dalla bellezza di Dimitri.

Rimediai perfino un invito a cena da parte di una cubista... quella che veniva da Lesbo.

Lasciai Alessio che rideva. Malgrado la stanchezza sentivo che mi piaceva quel lavoro, mi divertivo.

Quando mi svegliai sentii Lena che parlava al telefono con la mamma. Le valigie erano davanti la porta.

«Sei qui! Buongiorno! Sono le 10:00».

«Stai andando via» chiesi, ero ancora insonnolita.

«Sì. Beth è uscita con “l’amichetto tuo”, e stanotte ha dormito qui. Questa mattina, l’ho trovato che faceva colazione».

«Prima cosa: non è amico mio, seconda cosa: devo fare un discorsetto a quella». 

Quando non sopportavo qualche persona Lena la chiamava amica mia... così, per punzecchiarmi.

«Quando vai tu?» mi chiese, mentre chiudeva la borsa.

«Fra due giorni... vuoi che ti accompagni?».

«No ho già chiamato un taxi, il volo parte tra due ore, mia mamma è già lì».

«Immagino la tua faccia in aereo».

«Non voglio pensarci. Zitta!».

Lena soffriva di vertigini, infatti al luna park ci guardava sempre dal basso.

Stava portando con sé una parte di me. Non volevo lasciarla. Ci conoscevamo da poco tempo, eppure era come se la conoscessi da sempre.

Prese il peluche del nonno e si avviò alla porta: «Ho preso tutto».

Il taxi suonò. «Niente lacrime» le dissi.

L’abbracciai e mi disse che sarebbe tornata presto, aggiunse: «Fai la brava». Poi partì.

Roma era nuvolosa quel giorno, anche lei triste per la partenza di Lena, perché quella sera non avrebbe calpestato le sue piazze?

Non le avevo detto della cubista, non le avevo detto che piaceva ad Alessio, non le avevo detto che mi sarebbe mancata. Volevo tornare indietro nel tempo, a quel gennaio. Lena era partita e chiudendo gli occhi rivedevo la sua figura che saliva in macchina e... «arrivederci piccolina mia». 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

... e la bolla di vetro fece un tonfo, rompendosi in mille pezzi e quei pezzi divennero come tanti diamanti luminosi, mi divertivo a guardare quel gioco di colore che si manifestava tra quei cocci, raccolsi le schegge e buttai via una parte di me.

 

*

 

Chiusi il quaderno: È incredibile come Giulia abbia conservato tutto nei minimi dettagli, pensai.

Avevo il volto bagnato dalle lacrime, vidi le foto appese al muro e risi con loro, con i ricordi passati insieme. Squillò il telefono. Mi precipitai a rispondere: Giulia era salva, dopo aver passato quattro giorni in coma si era svegliata. Mi misi a saltare sul letto di Beth che si svegliò di soprassalto, ma fu contenta. Chiamai Dimitri che come una furia si precipitò a casa.

Scendemmo le scale come fulmini, l’ascensore sarebbe stato troppo lento.

Guidai la sua macchina, Beth piangeva per la gioia. Nel parcheggio dell’ospedale trovammo i genitori di Giulia che si stavano andando a cambiare in albergo. Non persi l’occasione di chiedere come stava.

«Bene, non fatela affaticare» disse sua mamma, poi aggiunse: «Ha chiesto di te. Un’altra cosa non vede, i medici dicono che può essere momentaneo... forse...».

Aveva riacquistato una figlia, una figlia come Giulia soprattutto. Posso solo immaginare la sua commozione.

Mi precipitai da lei. Beth restò indietro, voleva comprarle dei tulipani, i suoi fiori preferiti.

Entrai nella sua stanza senza bussare, dentro c’era un medico, le stava misurando la temperatura.

«Ma è possibile che non ti posso lasciare un attimo sola?» dissi entrando, anche se mi tremava la voce per l’emozione.

«Lena, sei tornata». 

Non dimenticherò mai quel sorriso, quelle fossette sulle guance.

«Come ti senti?» le chiesi.

«Bene... dottore come mi sento?».

«Bene. L’importante è che non si affatica troppo. Vi lascio sole» disse il dottore, chiudendo la porta.

L’abbracciai, avevo paura di farle male. Non ricordo per quando tempo restammo abbracciate, proprio non rimembro, ciò che posso dire è che restammo unite per tanto tempo.

Quando l’abbracciai, ebbi la sensazione come se non fosse successo nulla. Entrambe non ci sentimmo a disagio.

Non mi resi conto che per salutarla mi avvicinai alle labbra, per fortuna me ne accorsi in tempo, ma Fil si accorse della mia gaf, mi strinse la mano sorridendomi.

Le sue lentiggini si colorarono nuovamente. Continuava a essere pallida, ma dopo tre notti e quattro giorni di sonno... beh credo che sia normale sentirsi deboli.

Solo allora mi resi conto di come fosse importante nella mia vita.

Era stanca, ma ero sicura che sarebbe tornata a essere la mia Giulia di sempre.

Il ticchettio della macchina era spento, al contrario della prima volta in cui la vidi nel letto... immobile. Aveva le bende agli occhi. L’odore d’ospedale era andato via, il profumo dei fiori che le portò Giulia invase la stanza.

«Visto? Non ci vedo più! Non penso che tornerà. Quello che mi dispiace di più è che non potrò vederti. Mi mancherà il tuo sorriso, tesoro». 

« Giulia, guarirai, te lo prometto, devi pensare solo a stare tranquilla. Al resto ci penso io». 

«Devi guarire, altrimenti con chi me la prendo ogni volta che mi sparisce qualcosa!». 

Beth le diede un piccolo bacio sulla guancia.

«Campionessa!» le disse Dimitri.

«Come stai? L’amore?».

«È un periodo un po’ piatto, mi manchi tu! Il mio portafortuna». 

«Il locale? Saluti ai ragazzi». 

«Sì, lo farò» rispose Dimitri, accarezzandole la mano.

Giulia trovava i ragazzi a Dimitri. Quando uscivano insieme, era lei che li abbordava e poi li scaricava a lui. Che coppia!

Non volevo lasciarla, ma dovevano visitarla. Anche i genitori di Giulia vollero che tornassimo a casa per riposare.

«Tesoro io vado, i tuoi genitori sono qui fuori. Domani vengo nuovamente. Ti telefono stasera per la buonanotte. Fai la brava».  

«Hai capito...» mi disse. Capire cosa?

Corsi nella cappella dell’ospedale per ringraziare il buon Dio per avermi restituito il mio amore.

M’inginocchiai ai piedi del crocifisso e piansi lacrime di gioia. Un signore si avvicinò mi chiese se tutto andasse per il meglio.

«Sto bene, grazie». 

Gli sorrisi e andò via.

Pregai, era da molto che mancavo in chiesa, ero cristiana, Giulia anche se aveva una religione e un credo tutto suo.

Ogni cosa mi sembrava meravigliosa.

Quando uscì dalla cappella, mi guardai intorno e apprezzai tutto ciò che mi circondava, perfino degli uccellini che cinguettavano festosamente.

Filippa si era fatta incredibilmente ancora più bella da quando la vidi l’ultima volta.

Giulia si fermò a casa sua, dal marito, io invece tornai a casa con Dimitri per prepararci una tisana, ma fremevo dall’emozione. Avvisai mia mamma. Fu contenta. Andai nella sua camera, mi sdraiai sul letto e riaprii quel quaderno.

*

Chiamai Lena per avvisarla che aveva chiamato la sua agente, Alex. Tra due giorni aveva un provino.

Andai a prenderla alla stazione. Non nascondo che ero emozionata. Avevamo ancora mille cose da fare per il nostro viaggio.

L’altoparlante aveva annunciato il treno che stava per arrivare. Alla stazione incontrai l’ex fidanzato di Lena: Luca.

Da molto non avevo avuto sue notizie, mi fece piacere rivederlo.

«Ehi... come mai sei qui?» gli chiesi, provavo a immaginare l’espressione di Lena se lo avesse visto.

«Ciao. Sto aspettando mia zia, è scesa per una vacanza... te?».

«Sto aspettando Lena ».

«Non si è fatta più sentire. Me la saluti».

«Certo! È stato un vero piacere rivederti».

Non feci in tempo a finire la frase perché il treno arrivò. Lasciai quel ragazzo solo e un po’ confuso.

«Sono qui!» le feci segno. C’era molta gente.

«Come stai?» mi chiese.

«Bene. Il viaggio com’è andato?».

«Troppo lungo, come al solito».

Lena era dimagrita, o forse era solo una piccola impressione.

Le ripetei della telefonata di Alex: «Cosa posso volere di più... ho te, vivo a Roma, sto per diventare attrice» risi.

Era tornato il mio sole.

Le chiesi come aveva passato queste vacanze, malgrado ci sentissimo tutti i giorni.

«Bene, bene» mi rispose e volle sapere subito il nostro programma di Ibiza.

Quando tornammo a casa c’era Beth al telefono.

Andai a farmi una doccia, Lena urlando dalla sua stanza mi disse: «Non strare molto, ne ho bisogno anch’io».

Ero convinta che il mio fiorellino aveva qualcosa che la turbava... ma cosa?

In accappatoio entrai in salotto. Beth e Dimitri dicevano a Lena di non preoccuparsi, che tutto si sarebbe sistemato. Ma cosa era accaduto da farla agitare tanto. Aveva pianto, lo notai dal rossore negli occhi verdi di Lena. Squillò il suo cellulare, era la mamma.

Non potei fare altro che aspettare, aspettare che venisse lei da me, potevo solo starle vicina.

«Dopo ti dico una cosa» mi disse entrando in bagno. Odio quando dice dopo te lo dico, il “dopo” di Lena significa “mai.”

Iniziò a piovere, cenammo. Beth restò con noi quella sera, ci stravaccammo sul divano, con alcolici e sigarette a vedere un film. Film particolare, mi limiterò a dire solo il titolo, perché dopo aver visto quel film non ebbi più dubbi. Lost and delirious.

Lena venne a dormire nella mia stanza quella sera. 

«Non riesco a prendere sonno, posso?».

Si mise in una posizione tale da poterle accarezzare i capelli.

«Cosa c’è, non dirmi che non hai niente... sai bene che ti puoi confidare con me, non credo che ci sia bisogno di dirtelo, lo sai, spero».

«Sto bene, sono stanca tutto qui. Perché non dirtelo, ma quando sei stupida, lo sai, sei tu la mia confidente... non preoccuparti e poi non mi piaci quando fai la seria». Sorridendomi mi diede la buonanotte con un bacio e spense la luce.

Lena era convinta che tenere i problemi dentro era meglio, diceva che non rattristava, almeno, altra gente. Come farla ragionare?

Quando mi svegliai, trovai Lena che parlava con la sua agente per sapere a che ora sarebbe dovuta presentarsi al provino.

Mentre Lena mi rifaceva il letto (ero incapace in materia), mi confessò che era tesa, ma che le sarebbe passato.

«A che ora vai?».

«Le 16:00, ma devo andare un po’ prima». 

«Ti accompagno?».

«Sì, speravo che me lo chiedessi, avrò bisogno di una persona amica dopo... e se non c’è la facessi?».

«Torni a casa, sarebbe una delusione, ma la vita continua e poi non è l’unico provino». 

«Il fatto è che non so nemmeno cosa devo fare, cosa dire».

«Te lo diranno loro, l’importante è che tu stia tranquilla, e che credi in te stessa, ti fidi di me?».

«Mi fido di te. Di chi altri dovrei fidarmi?».

Misurò molti vestiti, il trucco non andava, o era troppo volgare o da bimba, le scarpe alte o basse? I capelli “Oh Dio!” diceva. Dopo una paternale uscimmo. Malgrado Lena mi aveva fatto giurare di non dire nulla a nessuno, non resistetti a stare zitta. Spifferai a Beth e a Dimitri la novità, ero anch’io un po’ emozionata.

In macchina fece la solita lagna. Non ne potevo più. Disse: «Tanto lo so... entro vincente ed esco perdente». 

Persi le staffe e le diedi uno schiaffo.

«Sei brava Elena, lo vuoi capire! Hai talento e se non andrà bene non importa. Non cambierà nulla. Adesso per cortesia scendi e tira fuori i maroni» le dissi urlando.

Con le lacrime negli occhi disse di voler tornare a casa, ma strillai tanto a tal punto che scese dalla macchina ed entrò senza esitare nella “gabbia dei leoni”.

Uscì. Tranquilla, con Alex. Le avrebbero fatto sapere, anche se Alex era ottimista.

La riaccompagnai a casa, mi abbracciò stretta a sé dicendo: «Grazie! Se non ci fossi tu». 

L’indomani saremmo partite e avevamo ancora tutto a terra.

Giulia e Dimitri erano contenti per Lena.

Quando mi svegliai trovai un mazzo di tulipani rossi sul letto con un biglietto: “A COLEI CHE MI FA SENTIRE IMPORTANTE”.

«Buongiorno!».

In cucina c’era Beth che stava facendo colazione.

«È successa una cosa strana. Ho trovato sul letto questi tulipani, ne sai qualcosa? Ti avverto se è uno dei tuoi soliti scherzi guarda che...».

«No! Non è uno scherzo».

«Parla!».

«Lena, stamattina mi ha chiesto quali fossero i tuoi fiori preferiti, ha detto che è strano che ti piacciono i tulipani».

«Strano. Perché strano?».

«Lei ti aveva paragonato a un girasole».

«È pazza!».

«Ti vuole bene, non deluderla mai, conosco Lena, se un giorno la vostra amicizia dovesse finire ne soffrirebbe a tal punto da non riuscire a guardarti in faccia. Sta passando un brutto periodo e spero che il viaggio le faccia bene. Comunque stalle vicina, come solo tu sai fare. Lena è come una pianta, va curata ogni giorno, altrimenti si rovina».

Non vedevo l’ora che tornasse per ringraziarla. Ma visto che era tremendamente tardi preferii andare a comprare le ultime cose, prima di chiudere la valigia. Quando entrai nel portone vidi Beth che stava tirando fuori la posta dalla cassetta.

«Ah... proprio te cercavo!».

«Perché ?».

«Dovresti saperlo».

«Cosa? Se ti riferisci al fatto che ho preso la tua maglia, è già pulita e stirata». 

«Parlavo dei fiori... erano stupendi! Ma come ti è saltato in mente! Perché?».

«Perché è il tuo fiore preferito, perché ogni giorno mi dai sicurezza, perché ti voglio bene, per ringraziarti di esistere».

Sembra assurdo, ma piansi, quella “stronza” mi fece commuovere.

Lena aveva molta dimestichezza con le parole, e le trovava sempre esatte, al momento giusto.

In casa ci fu un grande caos. Avevamo alle 20:00 l’aereo, erano già le 16:00 ed eravamo ancora in casa.

«Chi ha visto il mio top nero?» urlai.

«L’avrai lasciato dopo una notte di passione chissà a casa di chi» disse Lena.

Le feci un sorriso sarcastico, ma era nei panni sporchi, lo presi ugualmente.

I letti erano ancora da rifare, ma ci avremmo pensato al ritorno.

«Chi ha chiamato il taxi?» disse Beth.

«Nessuno. Dimmi il numero». 

«È sull’agenda, vicino il telefono». 

«Dice che tra cinque minuti sarà qui. Muoviamoci». 

Salutammo il portiere. Iniziò a piovere, non appena si scatenò un tuono Beth disse con un tono supplichevole: «Non sarebbe meglio se rimandassimo la partenza?».

«Perché?».

«Piove!» rispose Lena. Ci fu una risata generale, da far sorridere anche l’autista.

Beth era talmente ingenua che quando era sovra pensiero e parlava aveva un’aria buffa.

«Non saranno quattro gocce a fermarci» risposi.

Arrivate all’aeroporto imbarcammo i nostri bagagli e aspettammo che annunciassero il volo.

«È una pazzia! Piove e noi voliamo. E io sono più pazza di voi che vi do ascolto».

Cercai di confortarla, ricordandole che prima di Pasqua aveva preso l’aereo.

«Però non pioveva» rispose.

Appoggiandole la mano sulla spalla, Beth le disse di calmarsi. Ma io volli vivacizzare quel momento un po’ piatto: «Se non avessi detto di rimandare a quest’ora Lena non starebbe così».

«Ora è colpa mia!».

«Sì». 

«Guarda questa. Te ricordo che Lena soffre di vertigini e avrebbe fatto la stessa cosa anche se io non avessi parlato».

Quando iniziava ad alterarsi Beth si esprimeva sempre con il dialetto romano.

«Te hai peggiorato la situazione». 

Fummo interrotte dall’urlo di Dimitri, si era dimenticato le sue mutande portafortuna: «Lo so, ora non scoperò» disse disperato. Scoppiai a ridere, ma l’altoparlante, c’invitò a imbarcarci.

Tutto sommato eravamo contenti di partire, avevamo bisogno di stenderci.

L’aereo si mosse. L’equipaggio ci mostrò cosa fare in caso di emergenza. Finalmente si partì.

Avevamo posti diversi. Dopo il decollo mi alzai, ero curiosa di vedere cosa stesse facendo Lena.

Era tranquilla. Chiacchierava con una signora.

«Vai al tuo posto!» mi disse.

«Non ho nulla da fare».

«Siediti!».

«La tua è una condizione psicologica».

«Lasciala tale».

Il comandante ci annunciò che a Ibiza c’erano 32°.

Dopo due ore di volo arrivammo. Chiamammo un taxi che ci portò in albergo.

L’albergo visto da fuori non sembrava nulla di eclatante, ma in agenzia avevano detto che era molto confortevole.

Faceva caldo, tanto da cambiarci con vestiti più leggeri. Le stanze erano al terzo piano. Giulia e Dimitri vollero la singola, mentre Lena e io la doppia.

Scesi subito nella reception per fissare l’ora della colazione. Furono gentili con me, anche perché capirono che avevo qualche difficoltà con la lingua.

Quando tornai sopra trovai Lena che si stava facendo la doccia. Le camere avevano la carta da parati rosa salmone, a Giulia piacque tantissimo e non smetteva mai di ripeterlo. A terra c’era la moquette, tranne che in bagno. La spiaggia era illuminata.

Lena uscì tutta bagnata, la invitai ad asciugarsi, ma lei restò a contemplare il mare.

«Sai a cosa penso? Penso che sei la persona più coraggiosa che io conosca, ma credo che non faresti mai una cosa». 

«Cosa?» le chiesi.

Prima si fece una lunga risata. Poi aggiunse: «Baciarmi».

«Lo credi?».

«Andiamo, sto scherzando, credi proprio a tutto».

Finì lì. Non riuscivo a darmi una spiegazione, forse era talmente entusiasta che nemmeno lei sapeva cosa stesse dicendo.

Comunque ci vestimmo e andammo a cenare in una tavola calda.

«Comereros unos entremesas y luego pasamos directamente al pastre» gli dissi di portarci del dessert e degli antipasti.

Bevemmo della birra al doppio malto, ma ovviamente non esagerammo.

Malgrado la stanchezza si facesse sentire per tutto il corpo, andammo a ballare. Volevamo prendere tutti i sapori di quel paradiso.

Alcuni spagnoli si avvicinarono e ci scherzammo un po’. Lena parlava in italiano tranquillamente. Mi trovai fra le braccia di uno, Lena mi venne a salvare, parlò questa volta in inglese dicendogli che avevo un’infezione alle labbra, ero infetta.

Non dimenticherò mai la faccia di quel povero ragazzo, scappò via a gambe levate.

Prima di tornare in camera ci tuffammo in acqua.

Era il nostro viaggio, la nostra serata.

Aspettammo l’alba in acqua, c’era un paesaggio meraviglioso, il lungo mare pieno di alberi fioriti, l’acqua cristallina e calda, malgrado fosse solo maggio.

Tutto era magico.

Alcune coppiette ci guardarono incuriositi, ma li mandai a quel paese, naturalmente in spagnolo. Cosa c’era di strano?

Lena stava uscendo dall’acqua, ma la tirai e si bagnò i capelli. Eravamo eccitate da quell’incanto.

Spuntò l’alba. Restammo in silenzio a osservare lo splendore che madre natura ci aveva offerto.

Andammo a fare colazione. In albergo ci guardavano tutti, eravamo bagnate fradice. Il direttore ci chiese cosa fosse successo e io ridendo gli risposi: «Nada de miedo!». Gli raccontai l’accaduto e lui ascoltava divertito.

Poi Orfeo ci chiamò e andammo a dormire. Per tutti dovrei finire qui, ma voglio raccontare la storia in ogni minimo dettaglio, senza dar retta ai pregiudizi.

Da più tempo Lena mi ronzava intorno dicendomi: «Tanto non hai il coraggio di baciarmi...»   oppure mi mandava messaggi sul cellulare in francese invitandomi nel suo letto, ovviamente scherzava. Ma quella sera...

Sarà stata la magia dell’isola o forse la voglia di dare una bella lezione a Lena , o forse solo la voglia di baciarla, o chissà...

Le chiesi di avvicinarsi e le diedi un bacio.

Nulla di sconvolgente, mi aspettavo una reazione diversa, del tipo ora mi darà un ceffone e invece chi l’avrebbe sospettato... ricambiò il mio bacio.

Restammo tutto il tempo a baciarci... sensazione strana, ma allo stesso tempo indimenticabile. Non riuscivamo a smettere, ma per me, nessuna delle due lo voleva.

«Non scendere dal letto» le dissi, mi girava la testa fortissimo, come se avessi bevuto non so quante bottiglie di rhum.

La mattina dopo, o forse dovrei dire il pomeriggio, non facemmo parola a Beth dell’accaduto bisognava ancora aspettare come si evolveva la storia. Ci guardavamo spesso, sorridevamo e io mi sentivo sempre più rincoglionita.

Cosa mi stava succedendo non capivo nemmeno io, quello che sapevo è che volevo stare con lei. L’unico che capì fu Dimitri, ma non disse nulla.

Quando mi svegliai trovai un biglietto con su scritto: “SIAMO SOTTO ”.

Nel bar c’era solo Beth che cercava di comunicare con la mamma al cellulare.

« Lena?» chiesi.

«È in spiaggia, tra un po’ vi raggiungo».

Stava prendendo il sole, o meglio cercava di farlo, visto che aveva la carnagione chiara e difficilmente cambiava colore di pelle.

Canticchiava, stonata, ascoltava la musica. Le buttai in faccia un bel po’ d’acqua, mi scompisciai dal ridere vedendo la sua faccia... Furiosa.

«Chi è questo stronzo?» disse.

Si alzò e mi spinse in acqua con tutti i vestiti. Ebbe una gran forza. 

«Vediamo se ora ti è passata la voglia di ridere... sta lontana da me!».

«Non faccio niente promesso».

Aspettai che si allontanasse, la presi buttandola in acqua e ci baciammo. Quando uscimmo dall’acqua Beth stava arrivando.

«Ragazze, ho deciso, oggi vado a fare un giro turistico».

«Dove vai? Aspetta veniamo anche noi. Dimitri?».

«Sta rimorchiando uno... voglio vedere la cattedrale, dicono che sia molto bella, la cinta muraria araba, e un vecchio castello».

«D’accordo, mi cambio e andiamo» disse Lena.

«Vi aspetto qui, non metteteci tanto è già tardi».

«No!».

Ci baciammo perfino in ascensore. Ormai parlavamo poco e niente, a ogni sguardo ridevamo e ogni volta che eravamo sole diventavamo una cosa sola.

Una volta scese, trovammo Beth e Dimitri che parlavano con due ragazzi. Carini, niente di speciale. Si offrirono per accompagnarci. Accettammo!

Ovviamente a Lena non piacevano, criticava molto i ragazzi con cui stavo: io guardavo l’intelligenza, lei la perfezione. Le attirava il “particolare perfetto” diceva.

Quei ragazzi venivano da Madrid, erano anche loro in vacanza.

Beth accompagnò Lena a vedere una vetrina.

Quando uscì, aveva un paio d’occhiali. Beth rideva.

«Che cosa è successo?».

«Siamo entrate nel negozio d’ottica, Lena con la sua delicatezza ha disprezzato i modelli, il commesso ha chiesto: “Siete italiane?”». 

«Non è colpa mia se quei modelli erano vecchi, e poi che ne sapevo che quello era italiano».

«Sei unica!».

Lena si comprò un paio d’occhiali. Ma non li avrebbe messi mai. Diceva.

Chiedemmo informazioni per un vecchio castello, dissero di andare avanti e poi svoltare a sinistra. Avanti, avanti, ma fin dove avanti? Finalmente sbucò un’insegna, c’era una salita da dover percorrere.

«Non c’è la fo più» disse Lena esausta. «Andate vi aspetto qui». 

«Sembri una vecchia bacucca, io salgo, ho camminato fin qui e ora voglio avere il mio premio» rispose Beth. Non mi sentivo di lasciarla sola e mi offrì di restare con lei.

«Perché non sali? Non mi prende nessuno, va tranquilla». 

«Non mi va che resti sola, andremo un altro giorno». 

«Saliamo, non voglio tenerti sulla coscienza». 

«Guarda che non scappa mica». 

«Forza, alzati... ti odio, riesci sempre a farmi fare quello che vuoi». 

«Non ti ho mica forzato, sei stata tu a voler salire». 

«Zitta, che ti conosco ormai». 

Ma si sentì in colpa, si fece forza e proseguimmo. Riprendemmo tutto con la cinepresa. Quando arrivammo il sole stava per calare. I madrileni ci proposero di andare a cena insieme. Dimitri andò con loro, noi invece non n’avevamo voglia, li scaricammo, dopo la cena avrebbero chiesto il conto.

A cena, nel locale, c’era un gruppo di cantanti messicani, appena sentirono la nostra lingua, ci dedicarono la canzone: O sole mio!

Dopo cena andammo in un locale. Lì dentro quella sera era dedicata all’omosessualità. Ma di questo ci accorgemmo dopo essere entrate.

«Ho adocchiato uno. Conosciamolo!» disse Dimitri, già con un bicchiere di birra in mano.

«Non farti illusioni, noi lo conosciamo, ma poi è Giulia a cuccarselo» rispose Lena , con un’aria arrogante che mi piaceva poco poco.

«Mi stai dando della bacchettona?».

«Lo stai dicendo tu». 

«Bene». 

Andai a conoscere quel tizio. Volevo vedere la reazione di Beth.

Paul si chiamava. Strano nome per uno spagnolo.

«Como estas?» gli chiesi

«Bien gracias y tu?».

«Yo estoiy muy bien... Elisabeth et Giulia mi compinche».

«Encantado» disse lui facendo il baciamano come un vero gentiluomo.

Poi proseguì: «Donde vive?».

«Roma... Italy, habla tu italiano?».

«Poco» rispose lui, anche se si capiva che non sapeva nessuna parola.

Parlammo a lungo, era simpatico. Lena e Beth si allontanarono. Tutto sommato mi divertii a chiacchierare con lui. Mi preoccupai quando vidi molta gente accalcata, per curiosità mi avvicinai e vidi Lena e Beth che ballavano sul cubo. C’erano dei ragazzi che dicevano cose volgari sul loro conto, ma li risposi a tono... naturalmente in spagnolo.

Vedere Lena lì sopra fu per me una grande sorpresa. Non amava farsi vedere in pubblico. Forse era stato qualche bicchiere di troppo.

Convinsi Paul a fare un falò sulla spiaggia, prima della nostra partenza.

Era, naturalmente perplesso, ma mi disse di sì.

Chiamai le ragazze. Dovevamo andare se si voleva fare il falò, altrimenti sarebbe spuntato il sole.

«Dovresti ballare più spesso sei molto sexy» dissi a Lena, volevo prenderla in giro. Era davvero sexy, ma il suo comportamento m’iniziava a infastidire.

«Mi sono divertita» fu la sua risposta secca.

«Dovremmo farlo più spesso a Roma» rispose Beth.

Ero contenta di tornare a casa per chiarire con Lena dei nostri sentimenti, anche se da un lato mi piangeva il cuore... dover lasciare quel paradiso.

Chiamammo Dimitri che ci raggiunse soddisfatto. Mi confessò che era andata bene la serata.

«Il moro? O quello con gli occhiali?» gli chiesi.

«Il moro!».

«Buongustaio!» dissi.

«E te?».

«Zitto, poi ti racconto. Comunque abbiamo molta confusione in testa». 

«Passerà». 

«Lo spero» mi accarezzò la testa.

S’informò subito di Paul. Lena gli spiegò di come lo abbordammo.

Mi munii di legnetti, trovati sulla spiaggia, carta e accendino, e nel giro di pochi secondi il falò si accese, il segreto sta nel sistemare bene la legna. La mia faccia era nera come il carbone. Fin da piccola avevo una grand’abilità nell’accendere fuochi. Ricordo che mia madre dovette togliere tutti i tappeti se voleva salvare casa, avrò bruciato i suoi tappeti quattro o cinque volte.

Paul era imbarazzato, si era fatto sconfiggere da una donna in un lavoro prettamente maschile.

Passammo una serata molto tranquilla. Mangiammo dei dolci tipici dell’isola. Ci buttammo in acqua. Paul ci provò più volte, ma lo allontanai, prima con le buone, poi gli tirai un pugno.

Naturalmente si fece il bagno, e poi tutti intorno al fuoco.

Il nostro “bagnino” lui faceva questo, si portò la chitarra, ma la suonò Beth. Una volta andava al conservatorio. Cantammo sulla spiaggia fino al giorno dopo. Il tempo volò, il fuoco si spense.

Non volevamo andare via da quel paradiso.

Lì eravamo noi stesse. Rilassate, senza problemi.

«Mi mancherà» disse Beth.

«Non voglio partire, perché...». Iniziò a piagnucolare il mio tesoro.

«Ragazze... torneremo» risposi.

Il sole era già alto, quando tornammo in camera per prendere le nostre cose. Era una magnifica giornata e non avevamo nessun’intenzione di andarcene.

«Sono stata bene. L’unica cosa che non mi fa rattristare è il pensiero che torneremo». 

Lena ci fece scendere le scale, l’ascensore era occupato e in più lei soffriva di claustrofobia, bisognava far presto se non volevamo perdere l’aereo. Credetemi, avevamo intenzione di perderlo.

Ero un po’ tesa perché dovevo chiarire le cose con Lena, ma soprattutto con me stessa, anche se già sapevo.

Come per Cenerentola scoccò la mezzanotte, per noi scoccarono le 17:00. Paul ci accompagnò. In macchina ascoltammo la voce della radio, ma nessuna parola.

L’aereo era già lì.

All’aeroporto comprammo della sangria, il vino tipico spagnolo.

La nostra magia stava svanendo... Paul voleva a tutti i costi il nostro indirizzo. Fummo salvate dall’altoparlante che annunciava di salire.

Salutammo Paul, e poi arrivederci Ibiza.

Il volo del ritorno fu tranquillo. Lena dormì tutto il tempo. Io e Beth giocammo a carte. Dimitri fece conversazione con una signora greca. La mamma di Beth ci venne a prendere all’aeroporto. L’aveva chiamata prima di partire.

«Le mie bambine». Ci chiamava così. «Elisabeth sei ingrassata o sbaglio? Lena come stai? Giulia ti vedo un po’ stanca! Dimitri hai fatto la guardia del corpo?».

«Mamma ti prego... accompagniamo loro a casa, vengo da te. Voglio stare con te, ti devo raccontare».

Per tutto il tragitto volle sapere del viaggio. L’unica che rispondeva era Lena, dopo aver dormito si era ripresa ed era ancora entusiasta.

La mamma voleva che andassimo anche noi a casa sua, ma rifiutammo. Volevo solo un letto.

«Vi ho lasciato qualcosa da mangiare a casa, poi ci sentiamo. Riposatevi». 

«Quando torni?» chiesi a Beth.

«Domani mattina». 

«Grazie di tutto. Ci sentiamo». 

«Buonasera».

«Mi raccomando!». 

La casa era in subbuglio. La tavola imbandita. La mamma di Beth aveva portato la cena, carina! Beth si sedette a mangiare. Era un piacere vedere Lena mangiare, lo faceva di gusto, non è la classica ragazza che ha paura di ingrassare.

Era golosa. Tanto. Non passavano giorni che non addentava la barretta di cioccolato.

«Ho mancanza d’affetto, tu non me ne dai abbastanza!» diceva.

Andai a farmi una doccia. Quando tornai la trovai che stava mandando un messaggio a una sua amica: Fabiana.

«Vai ad asciugarti» mi disse. «Volevo venire in bagno, ma sai com’è...» rise. Le diedi un bacio. Ovviamente scherzava non si sarebbe mai sognata di be... Un calore si sparse per tutto il mio corpo. Scappai in bagno per la vergogna. Non avevo mai provato nulla del genere. Lena mi piaceva e molto, ma io non ero e non sono così. Non provo attrazione per le donne, o forse in realtà non so nemmeno io cosa sono, l’ unica cosa che so è che quando sto vicino a lei sento un calore per tutto il corpo... che confusione!

Girai intorno all’argomento, mi barricai in camera, cercai di stare tranquilla. Tirai fuori la roba dal borsone, mettendola nel cesto dei panni sporchi. Misi i regali a posto, ma nella mia mente girava solo un pensiero: Lena.

Mi mancavano le sigarette, così scesi a comprarle. Al mio ritorno trovai Lena e Dimitri che mi fissavano.

«Cosa c’è?».

«Buonanotte!» disse Dimitri, ridendo.

«Ma cos’ha!». Mentre dicevo questo, Lena si avvicinava sempre più.

«Ma cosa siamo? Cioè, stiamo insieme?» mi chiese.

«Sì. Credo proprio di sì». Le diedi un bacio, questa volta interminabile.

«Bisogna che Beth lo sappia. Però ancora non è il momento, dobbiamo capire cosa ci sta succedendo». 

«Hai ragione. Dobbiamo avere pazienza».

«Il fatto è che ho paura di quello che provo per te, ma quasi non riesco a fare diversamente a provare cose diverse. So che dovremmo riflettere e tanto su quello che ci sta succedendo ma, per quanto mi riguarda non voglio smettere, sento che ho bisogno di te, del tuo calore, del tuo sorriso, della tua dolcezza. Voglio andare avanti, anche se non so fino a che punto questo sia giusto» dissi.

«Quello che ti posso dire è che mi sento esattamente come te, strana, mi gira la testa, ho brividi, sudo. Non so. Continuiamo a vivere questa situazione, vedremo» rispose lei, prendendo la mia mano.

«... anche perché non riesco a fermarmi, comunque non aspettarti molte cose da me. Io non so se avrò il coraggio di fare determinate cose». 

«Non pretendo niente». Sorrise.

La strinsi a me. Poi andò a lavarsi.

Mi addormentai.

Venni svegliata dallo squillo del cellulare di Lena. Era la sua agente che le fissava il giorno delle riprese. Esattamente fra due settimane.

«Posso?» le chiesi, prima di entrare nella sua stanza.

«Vieni. Me lo chiedi pure? Dimmi». Mi fece un sorriso dolcissimo.

«Non ho nulla da fare. Siamo sole?».

«Sì. Mi ha chiamata Alex, devo andare domani da lei a prendere il copione». 

«Ti accompagno?».

«Non preoccuparti, e poi voglio fare una passeggiata. Ho bisogno di riflettere». 

«Posso farti una domanda?».

«Sì». 

«Non parli mai di tuo padre... perché?».

«Perché non ho nulla da dire tutto qui. Non è cattivo, ma non doveva sposarsi, non sa cosa significhi la parola famiglia. Lui dice che senza soldi non si fa nulla, è vero, ma credo che sia meglio essere poveri, ma ricchi dentro che il contrario». 

«Sono genitori Lena e si devono accettare per quello che sono, perché sono loro i primi a sbagliare. Ai provato a parlargli?».

«Certo, ma è come parlare al muro, dà la colpa a mamma, quando è tutta colpa sua. Cosa pretendeva che mia mamma lo amasse per le sue cazzate? Anzi è stata fin troppo paziente, se fossi stata io l’avrei lasciato da tanto».

«Ti prego se hai bisogno di parlare con qualcuno la mia porta è sempre aperta. A prescindere da come andrà la nostra storia». 

«Grazie!». Mi diede un bacio e si mise a studiare.

Quando Lena studiava, mi piaceva andare da lei per un po’, disturbarla, mi sedevo su di lei e ci baciavamo in continuazione.

Mi resi conto che prima di conoscere Lena non sapevo cosa significasse la parola amare. Lei me la insegnò. Lena  aveva la capacità di farmi stare bene con me stessa e con gli altri. Ero finalmente serena. Lei mi dava tutto l’amore di cui avevo bisogno. Molte volte riusciva a esaudire i miei desideri, senza che parlassi. L’amavo davvero. Avrei difeso il nostro amore fino alla morte.

Mi ci voleva proprio quella dormita, avevo bisogno di ricaricarmi un po’.

Erano passati troppi giorni senza esercitarmi. Dovevo riprendere al più presto.

Così andai all’allenamento. Non avevo nulla da fare.

Quando tornai trovai Lena che stava guardando un film.

«Tesoro... mangio qualcosa e arrivo».

«Va bene! In frigo c’è del pollo, riscaldatelo». 

«Giulia?».

«Dice che domani mattina passa per prendere dei libri». 

«Bene». 

«Dimitri?».

«Da un amico... dovevano studiare!».

«Anatomia» dissi.

Cenai. Mi “accucciai” vicino Lena . Guardammo il film. Si trattava di Pane, amore e fantasia con Vittorio De Sica. Elena era una grand’appassionata di film in bianco e nero.

Mentre il film stava per terminare il mio dolce amore disse: «Non so perché, ma ho una voglia matta di baciarti».

Mi avvicinai, senza dire niente. Ci baciammo fino a notte inoltrata, prima sul divano, poi andammo in camera mia. Alla fine era questione solo di baci, non mi dispiaceva.

Fu proprio in camera mia che Lena cercava di togliermi i vestiti. Ma non successe niente. Mentre mi baciava il collo disse: «Ho paura di rovinare tutto se ti dico una cosa».

«Te dilla». 

«Ti amo!».

A primo impatto restai esterrefatta, poi le risposi: «Anch’io!».

Ci prese il sonno. Mi sentivo più rincoglionita che mai. È l’amore... pensai.

La mattina dopo Beth venne a casa. Trovai Lena che chiacchierava con lei.

«Che fate?» chiesi buttandomi sul divano.

«Tra qualche anno ci perderemo di vista, saremo costrette a dividerci e quel che è stato è stato» disse Beth con malinconia.

«Se si crede nell’amicizia, si può andare in capo al mondo, ma chi si vuole bene non perde i contatti» risposi.

Lena si alzò a farsi una doccia. Il citofono suonò.

Era una mia amica dell’università. Eleonora.

Beth la guardò dall’alto in basso quando entrò in casa.

Era una ragazza adottata, come me, con la differenza che era mulatta.

Andammo in camera mia per studiare.

Lena entrò in accappatoio chiedendomi se avesse lasciato un profumo, non sapeva di Eleonora, mi ero dimenticata di avvisarla.

«Scusami... non sapevo... io sono Lena» le strinse la mano. «Giulia sto per andare, ti serve qualcosa? Per pranzo c’è la roba di ieri». 

«No, grazie». Si vedeva da lontano che era imbarazzata.

Andai a fare il caffè. Con la coda dell’occhio vidi Lena, in tailleur grigio. È bello, il mio amore, pensai. Mi chiamò per dirmi che non sapeva a che ora tornava a casa. Si fermava a fare spese con Dimitri.

Lena e Dimitri andavano molto d’accordo. Si adoravano. Lena parlava molto con lui.

Dimitri era contento della nostra relazione. Diceva sempre che invidiava la nostra felicità.

Telefonò mia mamma. Ebbi uno scontro con lei. Le avevo detto che c’era una mia amica e naturalmente lei non perse l’occasione: «Non dirmi che è di colore, a casa non fai altro che portarmi queste tipe». 

«Ti ricordo che tu sei razzista, io no! Mi trovo bene con loro». 

«Hanno mentalità diverse». 

«È italiana. Comunque non m’importa. Papà?».

«In studio. Quando torni?».

«Non lo so. Fate prima a venire voi. Ora vado, devo studiare. Dà un bacio a papà. Ci sentiamo domani». 

Se mia madre era razzista io non potevo far nulla. Avevo i miei principi da rispettare. “Tutti siamo uguali”.

Tornai a studiare in camera. La sera andai a scaricarmi un po’ in palestra.

Avevo mandato una lettera in clinica, dove la mia mamma naturale mi aveva lasciata. Dissero che l’avevano contattata e aspettavano la sua risposta. Speravo tanto che accettasse di vedermi, almeno una sola volta. Ero curiosa di vedere la mia vera mamma, sapere cosa faceva, perché mi aveva abbandonata, se le assomigliavo. Soprattutto volevo che almeno lei condividesse la mia gioia: Elisabeth, il nostro amore, puro come l’anima. Dovevo solo aspettare, anche se solo il pensiero mi entusiasmava.

In palestra venne Lena.

«Continua!» mi disse. Si sedette su una panca.

«Come mai qui?».

«Non eri a casa, nemmeno al “Gianicolo”, ed eccomi qui. Cos’hai?».

«Ho discusso con mia mamma. Anzi con la falsa mamma». 

«Sono indiscreta se ti chiedo perché?» chiese lei, mentre si sedeva sulle panchine.

«Razzismo! Non vuole che stia con la gente di colore». 

Con dolcezza, e un sorriso tenero Lena rispose: «Sono genitori Giulia, soprattutto i tuoi vogliono il meglio per te. Non sono perfetti, tu stessa lo dici sempre. Pensa a come hanno sofferto per averti».

«Lo so, ma a volte sono insopportabili». 

«Ma smettila! Poverina...».

Iniziò a prendermi in giro. Se un giorno Lena decidesse di abbandonarmi non so come la prenderei.

«Tieni. È arrivata questa» mi diede la lettera.

«Leggila te» le dissi.

Sentivo il cuore che mi batteva in gola forte. M’immaginavo già insieme a lei, alla mia mamma, intorno a una tazza di tè, a chiacchierare serene.

 

*

“Gentile signorina Volkova,

dopo molte ricerche abbiamo contattato sua madre. Siamo spiacenti di comunicarle che per il momento non vuole vederla. Avrà comunque nostre notizie al più presto. Distinti saluti.

Il direttore dell’ospedale di S. Maria Nuova Firenze.” 

  

 *

 

Lena non disse nulla. Mi abbracciò.

Iniziai a piangere come una ragazzina. Mi portò a casa. Pensai che ormai lei si era fatta un’altra vita, forse non avrei dovuto mandarle la lettera.

Beth mi vide in lacrime e mi chiese cosa fossa successo. Mi barricai in camera, ma sentivo che Beth le raccontava, e lei disse: «Mi dispiace». 

Mi sentii come una persona inutile, come uno straccio che una volta usato bisogna buttarlo, prima o poi.

Mi devo fare forza, basta piangere, ripetevo nella mente. Ma ora avevo bisogno solo di restare sola per un po’. Mi addormentai.

Quando mi svegliai ero ancora vestita, ma la lancetta dell’orologio indicavano le 8:00 del mattino. Dovevo andare a lezione. Mi precipitai in bagno. Lena mi aveva lasciato un bigliettino sulla scrivania:

*

“Amore mio,

ieri sera sono venuta in camera per vedere se avevi bisogno di me. Questa notte mi sono mancate le nostre chiacchiere, e il tuo profumo.

Vado a lavorare. Dirti che mi dispiace è il minimo, sai bene che se tu sei triste lo sono anch’io. So però che ti riprenderai presto, tu sei forte. Ti sono vicina. A più tardi. Con amore. La tua Lena.”

*

Ricordo ancora la prima volta quando la vidi, man mano il tempo passava più mi accorgevo di quanti progressi aveva fatto Lena d’allora. Ormai era diventata una donna perfettamente appagata di se stessa, di Elena Katina. Avevamo bisogno l’una dell’altra per andare avanti, eravamo come la terra che ha necessità della pioggia per coltivarsi bene, come il sole per riscaldare le acque. Eravamo unite. Lei aveva bisogno di me e io di lei.

Andai a lezione. Incontrai i miei vecchi amici. Uno di loro m’invitò a una festa di laurea. E accettai volentieri. Avevo bisogno di non pensare.

Il tipo che mi aveva invitato si chiamava Joseph, francese, ma studiava a Roma. Voleva passarmi a prendere, ma gli dissi che ci saremmo visti lì, avrei portato con me una “persona amica”.

Passai tutta la giornata in biblioteca a studiare. Lena mi chiamò, per vedere dov’ero, cosa facevo, con chi. La sua gelosia superava l’Otello shakesperiano. Mi divertiva.

Le dissi della festa, mi rispose: «Poi vedremo, se non sono molto stanca». 

Mentre ero sotto la doccia avvertii che la casa si stava ripopolando.

Beth accese lo stereo a tutto volume, doveva rilassarsi, si preparava uno spinello.

Dopo un po’ sentii sbattere la porta con un’esclamazione: «Merda!».

« Lena Bentornata. Le tue parole dolci ci sono mancate!» le disse Dimitri.

«Com’è andata?».

«Bene, molto anche. Mi hanno dato un nuovo copione, dicono che lo hanno modificato». 

Si sedette e mi diede un bacio sulla guancia.

«Che fate?».

«Tra un po’ usciamo vero?».

«Venite anche voi?» chiese a Dimitri e a Beth.

«Ma sì, mi farà bene un po’ di divertimento» rispose Beth.

«E te?» rivolta a Dimitri.

«Dove si va?».

«Mi hanno invitata a una festa di laurea, a S. Giovanni, andiamo si beve qualcosa, quando ci stanchiamo torniamo». 

«Andiamo». 

«Sono un po’ stanca, ma ho voglia di divertirmi. Chi è che ti ha invitata?».

«Joseph, frequentiamo lo stesso corso». 

«Bello?» chiese Dimitri.

«Un tipo».

«Allora è orrendo». 

«No!».

«Avanti Giulia conosciamo tutti i tuoi gusti in fatto di uomini». 

Notai Lena. Era infastidita dalle parole di Dimitri. Stava scherzando.

Mi andai a cambiare.

«Devi essere bella come il sole stasera, non per me, ma per gli altri, voglio che ti invidino. Vieni, scegli qualcosa» mi disse Lena, aprendo il suo armadio. Aveva molti vestiti. L’abbigliamento per lei era molto importante, ogni mese faceva spese. Presi una gonna longuette nera con un top nero.

«Va bene così?». Chiesi.

«Quando vuoi sai essere molto femminile» rispose Beth che iniziava a essere sballata.

«Puoi venire qui? Devo mostrarti una cosa» Lena mi spinse nella sua camera e mi baciò.

«Dio Giulia se fossi uomo farei follie per te» urlò Lena facendo sentire a Beth.

«Finalmente... donna!».

«Feci un sorriso sarcastico e poi la mandai a quel paese: «Fanculo!». E andammo alla festa.

Joseph iniziò a farmi dei complimenti. I soliti complimenti che fanno i maschi quando vogliono portarti a letto. La musica era buona. Incontrai molti amici dell’università e ovviamente non si faceva altro che parlare solo ed esclusivamente degli studi. Per fortuna c’era con me Lena, almeno mi tirava su il morale con un sorriso.

Conobbi un ragazzo, Marco, carino era carino, ma non il mio tipo. Calabrese anche lui, volle il mio numero del cellulare, ma non glielo diedi. Cercò di provarci, ma per fortuna c’era Otello che mi teneva d’occhio.

«Ma chi si vede?» disse Lena, mentre si avvicinava.

«Vi conoscete!».

«Come no, è del mio stesso paese. Ma pensa un po’... è piccolo il mondo!».

«Come stai?».

«Bene, non potrebbe andar meglio». 

«Ho saputo che stai per fare un film». 

«Già. Come mai a Roma?».

«In realtà mi hanno portato a forza, sono un infiltrato». 

«Ma che coincidenza... è strano vedere un conoscente a Roma. Un consiglio, il fidanzato di Fil è molto molto geloso. Non la guarderei, se fossi in te così» gli sussurrò nell’orecchio.

«Non la mangio mica. Dov’è il fidanzato?».

«Arriva tra un po’» gli risposi tirando Lena, prima che combinasse qualche pasticcio.

«Vale anche con gli occhi! È stato un piacere averti incontrato..».

«Spero di vederti presto».

Andammo in terrazza, anche se notavo che Marco non mi toglieva lo sguardo.

«Ma che t’importa, che guardi pure» dissi a Lena.

«Chi è quello?» chiese Beth.

«Uno stasera la ragazza acchiappa!».

«Adoro questa festa, mi sto divertendo troppo» disse Beth, che con i ragazzi sapeva farci.

«Perché?».

«Sono dei grandi maiali questi francesi». 

«Che ne direste se andassimo a fare due tiri al bowling?». Fu la mia proposta». «Inizio ad annoiarmi».

«Ma sarà aperto?».

«Penso di sì, ancora sono le 23:13». 

«Dov’è Dimitri?».

«Avrà acchiappato come al solito». 

«Aspetta, lo vado a cercare» disse Lena.

Trovò Dimitri che si baciava in bagno con il fratello di Joseph. Lo lasciammo lì, lui si stava divertendo. Dimitri era fatto così, non riusciva ad avere una relazione stabile, con una sola persona, aveva sempre bisogno di cambiare prospettiva. La verità è che aveva paura di affezionarsi troppo a chi gli stava intorno. E soprattutto aveva paura di innamorarsi e di soffrire.

Ma faceva così solo perché ancora aveva voglia di divertirsi. In fondo aveva solo ventitré anni.

Dopo un paio di bibite alcoliche andammo via.

«Giuly già vai via?».

«Sì, grazie sono stata bene». 

«Credevo che restassi un altro po’, sai per restare in contatto». 

«Ci vediamo in facoltà. Buonanotte». 

Pioveva. Ma andammo lo stesso.

«Carino quel Marco» disse Beth in macchina.

«Lo so. È un ragazzo che non parla chiaro. Un po’ Casanova. Comunque quello che è stato è stato». 

«Giuly dopo mi accompagni a casa di Fede?».

«Sì». 

«Grazie».

«Domani sera c’è la “notte bianca”, dobbiamo organizzarci, ci conviene cenare fuori, così troviamo anche parcheggio». 

Arrivate, notai che stavamo malissimo con le scarpette del bowling. Iniziammo a ridere e non la finimmo più. Giulia senza tacchi sembrava un folletto. Ma andava forte in quel gioco.

«Allontanati altrimenti ti bacio!» dissi a Lena, con quei occhioni dolci, mi infondeva tanta tenerezza.

«Andiamo a prendere una sorchetta?».

«Non mi va? È pesante» disse il mio amore.

«Ti prendi un’altra cosa. Dov’è il problema?».

«Uffa!».

Andammo a prendere le “sorchette” (dolci tipici di Roma che fanno solo dopo la mezzanotte, e solo in un bar).

Portammo beth dal ragazzo. Lena ed io, prima di tornare a casa, andammo al Gianicolo, restammo in macchina a parlare.

«Carino Marco». 

«Speravo tanto che non aprissi l’argomento». 

«Perché?».

«Perché ho sofferto molto per lui. Ora è tutto finito, ma rivederlo mi porta indietro nel tempo».

«Quanti anni ha?».

«Un anno più grande di me. Abbiamo frequentato lo stesso liceo, alla fine era solo una semplice infatuazione. Ma per capirlo sono passati due anni». 

«Secondo me non vede bene». 

«Sicuramente. Per colpa delle voci di corridoio è venuto a sapere che mi piaceva, mi ha fatto illudere. Tutto qui». 

«Ti amo!». 

     *          

Restammo appiccicate, finché non arrivò una macchina con una coppia. Arrivate a casa ci addormentammo subito. Lena sembrava un koala quando dormiva con me. Si avvinghiava sempre, e non si muoveva per tutta la notte. Mi regalò perfino un peluche a forma di koala, l’avevo chiamato Bibo. «Così ti ricordi di me» disse.

Quando mi svegliai trovai Lena che dava di stomaco. Le diedi un po’ di limone, ma chiamai Giulia, in fondo chi meglio di lei sapeva cosa darle.

«Cos’hai mangiato?».

«Non so. Forse ho bevuto troppo ieri». 

«Sarà stata la sorchetta». 

«Ve lo avevo detto che era pesante per me». 

«Perché l’hai mangiata!».

«Perché è buona!» scoppiai a ridere.

Lena era fatta così, se voleva una cosa, la prendeva, senza badare alle conseguenze.

«Sarà meglio che vieni con me in ospedale ti fai dei controlli, giusto un prelievo, ti riaccompagno subito a casa».

«Ma non preoccupatevi, sto bene. Mi sento meglio. Oggi mi prendo una giornata di riposo». 

«Va bene. Allora posso andare, fammi stare tranquilla. Il prelievo può aspettare. In casa abbiamo Giulia che fa del suo meglio per rendermi l’esistenza difficile, almeno tu...».  

«Tranquilla. Grazie!». Quando uscì dissi: «Bisogna tenermi a bada. Non ha capito che se volessi non saprebbe niente della mia vita. È matta». 

«Smettila è fatta così, le piace sentirsi premurosa». 

«Questo non è essere premurosa, è opprimere la gente». 

«Va beh. Che fai oggi?».

«Oggi? Devo fare una commissione. Domani è un giorno importante. Poi starò a casa ad accudirti». 

«Sto bene, se devi andare da qualche parte vai, se ho bisogno di qualcosa ti chiamo». 

«No, vado e vengo. Non posso rimandare quest’appuntamento». 

«A dopo» le diedi un bacio sulla fronte e andai a comprarle il regalo.

 

Sapevo che le piaceva una collanina d’acciaio con ciondolo, un po’ costoso, ma il mio amore non aveva prezzo. E poi pur di farla felice avrei speso una fortuna, chissà, forse pensavo così perché d’altronde me lo potevo permettere economicamente. Era passato già un mese da quanto iniziò tutto. Il giorno dopo sarebbe stato il compleanno di Beth, le avevamo comprato un profumo: “Angel” le piaceva.

La trovai al telefono con la mamma. Mentre parlava iniziai a baciarla lungo il corpo. Mi spinse sorridendo. Giocavamo molto. Stavo bene con lei.

«Ma sei scema!» mi disse ridendo appena finì di parlare.

«Come stai?».

«Bene. Ho mangiato solo una mela. Non preoccuparti». 

«Chi si preoccupa». 

«Amore, vado a farmi una doccia». Mi baciò.

Amore... amore, mi aveva chiamata così, sono il suo amore. Questa cosa mi piace. Volevo scriverle qualcosa di carino sul cellulare, ma vidi che c’era memorizzato un messaggio, lo aveva appena inviato e si era dimenticata di cancellarlo dalla memoria. Andai su tutte le furie. Aveva mandato il messaggio a una sua amica dicendole della nostra relazione, e le pregava di non dirmi niente. Forse esagerai, ma mi diede fastidio. Perché non dirmelo. Non le avrei detto nulla. E poi la capivo, anch’io avrei voluto gridare al mondo intero che l’amavo.

Stronza come sono gliela feci pagare... povero amore.

«Non parli più. Come mai?».

«Non ho niente da dire, vado in palestra. A dopo». Me ne andai. Chiusi la porta mentre lei mi chiedeva cosa avessi.

Quando tornai in casa c’erano Beth e Dimitri, che raccontava la serata precedente.

«Eccoti qui. Ma è possibile che stai sempre fuori» mi disse Beth.

Mi accesi una sigaretta e le sorrisi. «Stanca?» mi chiese Lena.

«Un po’. Elisabeth... per domani hai organizzato?».

«Sì, ci vediamo da me sul tardi dopo le 21:00, va bene! Ora scappo, c’è Federico che mi sta aspettando sotto. Puntuali, mi raccomando». 

«Infatti l’ho visto, potevi farlo salire». 

«Pensavo che Lena fosse a letto». 

«Per domani?».

«Domani al “Qube”, al piano superiore. Scappo devo andare a fare i capelli. Torno a casa. Un bacio». 

«I capelli? Beth... è matta! Prepariamoci al peggio». Scoppiammo a ridere.

Stette un momento zitta, poi disse: «Va bene torno a casa... a dopo. Vado, ciao». Chiuse la porta.

«Cos’hai, non mi parli da oggi».

«Niente!».

«Allora perché se mi avvicino ti allontani?».

«Niente! Dimitri per cortesia, prendi la tua amica. È fissata». 

«Ha ragione!».

«Vo’ a studiare, è meglio». 

Raccontai i fatti a Dimitri, mi disse che avevo ragione, ma che le dovevo parlare.

«Lo fo’, ma voglio farla cuocere ancora un po’ nel suo brodo». 

«Che stronza!» mi disse.

«Allora?» chiese il mio angelo entrando nella mia stanza.

«Ricordati cos’ hai fatto!».

«Allora ho fatto qualcosa. Avanti parla». 

«Ricordati. E non ridere». 

Non era poi così grave, ma mi aveva dato enormemente fastidio.

L’avrei picchiata, ma era solo una cucciola, da amare. Sorrideva cercava di ricordare, ma non avrebbe mai immaginato che avrei scoperto il suo “segreto”.

«Ho aperto il tuo cellulare, per sbaglio, volevo scriverti una cosa carina, per farti una sorpresa e invece la sorpresa l’hai fatta te a me... indovina cos’ ho trovato... perché non me l’hai detto?».

«Te lo avrei detto, avevo bisogno di parlare con qualcuno di noi, tutto qui». 

«Vieni qui scema!». L’abbracciai. La strinsi a me.

Venimmo interrotte dall’urlo di Dimitri. Lena si precipitò a vedere cosa fosse successo, ma iniziò a urlare peggio di Dimitri.

«Amore, corri!» disse.

Andai a vedere, un famoso Piccione,(uccello romano), s’inoltrò in casa. Dimitri sembrava come impazzito, saliva sulle sedie, sul tavolo e urlava. Lena invece cercava di tranquillizzare Dimitri, ma anche lei schivava quel povero piccione.

Con calma e un palo, lo tolsi. Dimitri dovette prendere un calmante per rilassarsi. Ma dopo quest’episodio non ci fu un giorno che non gli ricordai il suo “coraggio”.

Quell’episodio si concluse lì. In quel momento.

Cenammo, Lena disse che non si sentiva granché bene, infatti aveva qualche linea di febbre.

«Andiamo lo stesso, quando ci ricapita di entrare alle mostre gratuitamente». 

«Lo so, ma non stai bene e poi prendi freddo». 

«Mi dispiace, vai se vuoi». 

«Ti lascio sola?».

«Allora andiamo?».

«Non essere testarda. Chiamo Beth». 

«No, andiamo».

Alla fine, non la spuntò. Restammo a casa a vedere Spider man in dvd.

Poi si addormentò. Me n’andai nella mia stanza a studiare. Non riuscivo a studiare durante il giorno, preferivo la notte, e la mattina presto.

Quella notte non riuscì a concentrarmi, mi vennero tanti pensieri in testa.

Volevo smettere questa storia. Ma non sapevo come, amavo Lena, ma dovevo, anche se non volevo. Pensavo a mia mamma, alla sua, a come l’avrebbero presa, non volevo far soffrire nessuno. Se lasciavo Lena, lei avrebbe sofferto, se avessimo continuato prima o poi saremmo dovute uscire allo scoperto e immaginavo già la sofferenza dei miei e dei suoi... ero confusa.

La mia confusione svanì nel momento in cui Lena, nel cuore della notte, accese lo stereo, e mise la musica di Santana; s’infilò nuda nel mio letto. Iniziò a svestirmi, mentre mi baciava. Poi mi disse: «Su... rilassati. È solo un sogno!».

I brividi mi attraversarono tutto il corpo. È stata una sensazione indescrivibile. Accarezzare il suo corpo vellutato, le sue forme. Sentire il suo odore. Era tutto magico. Fu la nostra vera prima notte. Restammo al buio. Con i nostri respiri, il mio odore mescolato al suo diventava una sola fragranza. È stata talmente delicata che volevo piangere dalla felicità. Esplorai un nuovo mondo, a me, fino ad allora sconosciuto. Un mondo totalmente diverso da quello che vivo. Feci quello che non pensavo di fare mai.

«Sei sicura?» le chiesi.

E lei mi rispose, sussurrandolo piano piano: «C’è da chiedere?». 

La mattina dopo, mi svegliai accanto a lei che mi fissava. Era mercoledì, quella mattina.

«Buongiorno! È pronto il caffè!». Mi baciò.

Aveva un accappatoio addosso.

«Come mai ti sei alzata così presto?» le chiesi.

«Non so, volevo prepararti la colazione. E poi mi piace osservarti mentre dormi. Sembri una bimba». 

«Cosa mi hai fatto stanotte?» le chiesi.

«Una magia». E mi baciò. Ovviamente ci dimenticammo di Beth.

Non ebbi il coraggio di dire il mio pensiero a Lena. Lei mi rendeva felice.

Trovammo un biglietto di Beth attaccato sulla porta:

 “Ho degli amici meravigliosi, grazie per la bella sorpresa di ieri. Non me l’aspettavo, so che potrò contare su di voi, sempre. Vi voglio bene. B



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